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ECOFETICISTI
Gianni Romeo

È ancora lì? Speriamo. Speriamo che sia ancora lì. Quanto ci ho messo a fare la consegna? Venti minuti? Di più? Speriamo che sia ancora lì. Era ‘sta strada. O no? Oddio. Panico. Sì, c’è il bar lì vicino. È questa. Era da questa parte. In un vicolo. Eccolo. Sì. Il vicolo. Pedalo. Spingo la mia bici elettrica. Mi avvicino. Arrivo al bordo della strada. Lì, dove l’avevo visto. Magnifico. Isolato. Lì, dove l’asfalto finisce e inizia un po’ di boscaglia. Lì, marrone. Rotondo. Bellissimo. Speriamo ci sia ancora. Il cuore inizia a battere. Trovo lo spiazzo. LO VEDO. Serro i denti. È lì. Il fungo. Mi guardo intorno. Provo a calmarmi. Ragiono. Scendo dalla bicicletta. Do un colpo al cavalletto. Nei pressi non c’è nessuno. Mi avvicino a passi lenti. Lo raggiungo. Mi piego. Un fungo che non avevo mai visto. Il cappuccio è sottile, striato. Al centro un cerchio più piccolo e più scuro. Sembra un capezzolo. Un capezzolo con attorno un’areola. Non resisto. Allungo una mano, lo tocco. Il cazzo mi inizia a pulsare dentro i pantaloni. L’indice e il pollice afferrano il cappuccio. Passo il pollice sopra, delicatamente. È liscio, sottile. Chiudo gli occhi. Mmmm. Li riapro. Ho un’erezione. Metto la mano destra, quella libera, dentro i pantaloni. Inizio a masturbarmi. Toccando il fungo. Il simil-capezzolo. Voglio leccarlo. Faccio per avvicinare la lingua ma qualcosa, lontano, mi ferma.

Mi ritraggo. Tolgo la mano da dentro i jeans. Un uomo, lontano, su una bicicletta. La strada è quella principale, quella che incrocia il vicolo. Mi rimetto in piedi. Mi allontano lentamente. Mi ha visto? C’è molta ostilità ultimamente. Verso di noi. Il nuovo governo moralista vuole proibire i rapporti sessuali tra uomo e natura. È il 2040 ma invece di andare avanti, in Italia, torniamo indietro. Regrediamo.

Cammino. Senza voltarmi. L’uomo sulla bicicletta è ancora lì? Mi sta fissando? Non mi volto. Non voglio creare ulteriore sospetto. Supero la mia e-bike, faccio finta che non sia la mia. Raggiungo l’angolo della strada, svolto a destra. Mi fermo davanti al muro. Rimango immobile per una ventina di secondi. Mi affaccio di nuovo. Non c’è più. È andato via. Meno male. Torno indietro. Monto sulla bici elettrica, mi allontano.

~

A casa, sul televisore, immagini da un talk-show. Un politico – un membro della maggioranza – si scaglia contro i “pervertiti” che fanno sesso con alberi e piante. La donna si chiede: “E il consenso?” Queste povere piante sarebbero vittime non-consenzienti dei nostri appetiti malati, dice lei. Un decreto-legge è pronto. È già passato alla Camera. Manca il Senato. Cambio canale. Sorseggio una Coca-Cola. Fa caldo. Faccio zapping senza interesse. Penso ancora al fungo. Immagini del fungo-capezzolo mi passano veloci davanti agli occhi. Mmmm. Che incontro. Mi viene di nuovo voglia di masturbarmi. Sì. Sono così. Sempre arrapato. Masturbatore compulsivo. Poggio la lattina di Coca-Cola semi-vuota sul tavolino basso davanti a me. Raggiungo il frigorifero. Lo apro.

Dentro al frigorifero – in tutti e tre gli scomparti – meloni (meloni gialli, meloni-di-pane). Afferro uno dei meloni, lo faccio saltellare tra le mani.

Sul tavolo della cucina, inizio a incidere al centro il melone, con un lungo coltello. Faccio un buco. Vado a fondo. Rimuovo la parte centrale, quella coi semi. Guardo il buco. Mi sembra buono. La dimensione è quella giusta. Tiro fuori il cazzo. Lo masturbo un poco, facendogli acquistare un po’ di tono. Quando è duro abbastanza, lo metto dentro. Inizio ad andare su e giù dentro il melone. Mi concentro sulle sensazioni. Ci provo. Non è facile. Nella mia testa c’è ancora il fungo. Gratto la scorza rugosa del frutto con le unghie. Lo afferro con decisione con due mani. Ma non funziona. “Non è la stessa cosa,” dico. E lascio perdere.

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Driiiiiin. Suono il citofono. 37° la massima a Tor di Quinto in questo momento. Una voce maschile risponde. “Chi è?” “Food Delivery,” dico. Aspetto che il tizio scenda giù. Sudo. Sono le 13:47.

Un ragazzo in ciabatte, con dei soldi in mano, mi apre il portone. “Quant’è?” mi chiede. “16 euro e 50,” rispondo. Il tizio mi dà una banconota da dieci e una da cinque, poi fruga nei pantaloni e trova l’euro e cinquanta che manca. Consegno. “Grazie,” chiude il portone.

Mi rimetto in bici. Un’altra consegna da fare. Un posto fuori mano. Un posto a casa di cristo: Via della Giustiniana. Pedalo. Sotto il sole. Grondo sudore. Questo è proprio un lavoro di merda. “Il lavoro debilita l’uomo?” La sola cosa positiva è che mi permette di mappare il territorio. Il tipo di vegetazione che incontro. Le piante che crescono a Flaminio. Gli alberi che lussureggiano ai Parioli… Memorizzo. E poi, eventualmente, ritorno. Di notte magari. O al tramonto. Per piaceri solitari. Per un po’ di intimità. Con una quercia. O una betulla. Oppure per una sessione tattile con dei morbidi muschi.

Pedalo. Sono su uno stradone. Il GPS del cellulare mi dice che la strada è questa. “20 minuti all’arrivo,” mi dice. Mi guardo attorno. Macchine. Case. Cemento. Niente di interessante. Continuo. Svolto su una strada più piccola. Mi allontano dall’abitato. Percepisco qualcosa di diverso. Pedalo lentamente. Guardandomi intorno. A un tratto, sussulto. Sulla mia destra, lontano, una schiera di alberi di fico d’India. Non ci credo. Guardo la strada davanti a me, poi di nuovo i fichi d’India alla mia destra.

Fichi d’India.

Come in Calabria o in Sicilia, ma a Roma. Serro i denti, eccitato. Il GPS mi dice “Arrivo destinazione previsto in 7 minuti.” Pedalo più veloce. Non mi volto più.

Raggiungo il luogo. Una casa modesta, ordinaria, un po’ separata dalle altre. Suono il citofono. Una signora tra i quarantacinque e i cinquant’anni mi apre. In abiti casalinghi. E una scollatura importante. Mi distrae per un attimo. Mi ricompongo, comunico il prezzo. Mi dice: “Ho solo 20,” e mi mostra una banconota da venti euro. Tiro dalla tasca le monete, do il resto. Mi saluta cordiale, chiude la porta.

Faccio qualche passo sul vialetto, guardo lontano. Anche da qui si riescono a vedere. Su una collinetta laterale alla carreggiata. Minuscoli in lontananza. Bellissimi. Mi rimetto in sella, mi appresto a raggiungere il luogo.

~

Con un anticipo di due minuti rispetto a quanto previsto dal GPS, sono lì. Davanti ai miei occhi, una piccola oasi di piante succulente: fichi d’India, agavi, persino un mio pallino da sempre, l’aloe vera. Non avevo mai pensato potesse esserci qualcosa del genere a Roma. Percorro lo spazio come trasognato. I fichi d’India mi circondano. “È il paradiso,” dico a voce alta. Trovato un punto un po’ più al riparo dalla strada principale, decido di fermarmi.

Ci sono fichi d’India molto attraenti attorno a me, molto sexy… le loro pale mi stuzzicano. Ma decido di virare sull’aloe. Una vera rarità.

Mi avvicino a una delle piante, disposta ai piedi di un fico. Mi piego sulle ginocchia, la accarezzo con delicatezza. Tiro quindi dalla tasca un coltellino a serramanico, lo avvicino a una delle pale dell’aloe. Esito. Guardo la pianta per qualche secondo. Do un colpo secco.

Mi rialzo in piedi, tengo la pala in mano, dall’alto, con due dita. Col bordo del coltello faccio cadere le grosse spine laterali. Quelle che non cadono, le taglio.

A questo punto, incido col coltello la parte centrale della pala. La apro in due. Un liquido colloso spande. Lo tocco. Inizio già ad eccitarmi. Stacco via la parte superiore della pala, che rimane adesso scoperta, col liquido che cola. Adoro le piante succulente per questo motivo: dure fuori, morbide dentro.

Il cazzo è già duro, non ha neanche bisogno di essere stimolato. Lo appoggio sopra la pala, lo faccio scivolare su e giù. Inizio a fottere l’aloe lentamente, poi aumentando il ritmo delle spinte. È una sensazione unica. Impossibile da descrivere. Ansimo. Chiudo gli occhi. Fotto con veemenza la pala. Vorrei prolungare il piacere ma non riesco proprio a resistere. Dopo neanche cinque minuti, la mia sborra, copiosa, si mescola a quella dell’aloe.

Concluso il coito, affondo la mano nella pala e afferro i nostri liquidi. Il gel dell’aloe vera e la mia sborra. Li fisso per qualche secondo, mescolati, sul palmo della mia mano. Sorrido. Esausto. Felice.

~

Rientrato dalla consegna, decido di fermarmi a mangiare qualcosa, un kebab.

Il negozio è vuoto, solo un tizio sulla cinquantina, in abiti da lavoro, mangia stancamente un panino in un angolo del locale. Mi avvicino al bancone. Ordino una piadina, inizio a contare gli spicci. Il commesso, srilankese, la mette a scaldare. “Senza pomodoro,” dico. “Solo cipolla e verza rossa.”

Il commesso taglia il kebab, prepara la piadina. Il mio sguardo finisce sul televisore in alto a sinistra. Immagini dal Senato, uomini e donne che si abbracciano. Giubilo. La voce di un giornalista, visibilmente emozionato, commenta: “È una data storica: il decreto-legge per la proibizione dei rapporti sessuali tra uomini e piante è stato definitivamente approvato.”

Fisso lo schermo, istupidito. Sento una voce, lontana. Mi chiama. Più volte. Mi volto. È il commesso, ha un tubo rosso in mano, che mostra. “Mettiamo picante?” mi dice.

Fisso il tubo, poi lui. Faccio di no con la testa, rispondo: “Salsa yoghurt.”

Gianni Romeo

Gianni Romeo nasce a Reggio Calabria nel 1991. Ha conseguito una Laurea Triennale in Editoria e Giornalismo all’Università di Messina nel 2014. Nel 2018 consegue la Laurea Magistrale in Cinema, Televisione e Produzione Multimediale all’Università di Roma Tre.
Ecofeticisti è il suo primo racconto.

Mail: gromeo.cinema@gmail.com

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