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DISTORSIONI
Chiara Checchini
Gatta incede tra le macerie con una goffaggine poco felina. Sopra di lei il sole è una sfera sbiadita e imbavagliata da garze bianche intrise di umidità. Sbilanciata dall’ennesima gravidanza, il ventre dilatato che struscia a terra, avanza lenta con la cautela appresa dall’esperienza. Teme gli uomini da quella volta che l’hanno schiacciata in un catino e iniziato a rovesciarle addosso un liquido che bruciava. Quell’odore… si è ribellata, ha affondato gli artigli nella carne dei ragazzetti ed è sgusciata via lontano.
Miagola a un triangolo di specchio che le restituisce l’immagine di un randagio arruffato, con il pelo nero screziato in modo inusuale e un occhio guercio. Si avvicina, i calcinacci franano sotto di lei. Gatta è stupita della rapidità del suo amico riflesso, dissolto nel nulla. Lo cerca ma non si dà troppa pena, ha un’esigenza più impellente. Ha fame. Salta su un orinatoio in vetta ai detriti e osserva il campo ingombro di erbacce, agitando la coda mozzata. Il suo sguardo attento aggancia un merlo, anche lui in cerca di cibo. L’uccello zampetta, conficca il becco nella terra morbida. Lo segue a distanza, lungo la riva di una roggia carica di acqua torbida, mentre vola di ramo in ramo. Gatta è paziente, sa digiunare e sa aspettare il momento più appropriato. Quando il merlo si posa su un ceppo ecco che si immobilizza, la zampa a mezz’aria. Il frastuono di un camion vanifica i suoi sforzi, l’uccello frulla le ali e si allontana, si posa sopra la recinzione degli orti abbandonati.
~
Veronica si rigira il telefono tra le mani. Fissa la pellicola protettiva attaccata allo schermo, conta le bolle d’aria, i graffi, le incrinature che bordano gli angoli arrotondati.
«C-3», dice una voce metallica.
Trattiene il fiato, chiude il telefono in borsa. Fissa le punte delle scarpe umide di pioggia, poi spinge lo sguardo su quelle accanto a lei: sandali, ballerine, scarpe di tela, mocassini. Immobili, scattose, dondolanti. Nuove e consunte. Socchiude le palpebre. Ripensa al fango appiccicato alle suole di Iuri quando a fine giornata rientra dall’ufficio. Sa che deve chiamarlo, come fa tutte le mattine quando è in trasferta, ma alimentare un’abitudine è difficile quando non ci si crede più. Si forza.
«Ti ho svegliato?» mormora.
«No.» Iuri ha la voce impastata.
No…Veronica si rigira il no nella bocca come fosse il nocciolo di un’oliva: sputarlo sarebbe poco appropriato, non le resta che tenerselo lì e aspettare il momento opportuno per liberarsene.
Bzzzzzz, bzzz, bzzz.
Bzzzzzz, bzz.
«Ma cos’è…?»
«Dove eri finita?» ringhia Iuri.
Una ruga le solca la fronte, sente ancora addosso il giogo della paura.
«Ho…» si schiarisce la voce. «Scusa… io ho… finito di lavorare tardissimo ieri sera.»
«Vai pure avanti così, a regalare il tuo tempo a una multinazionale per cui sei solo un numero.»
«A volte penso che ti roda che io faccia carriera.»
Iuri ride. «Tu non mi hai mai capito… Ma che ci facciamo ancora insieme?»
Veronica sa bene che Iuri ha ragione. Potrebbe approfittarne, potrebbe cogliere l’occasione…
Qualcosa romba, sembra un camion che sfreccia a tutta velocità. Vicino, troppo vicino e poi bzzzzz. Ancora quel rumore.
«Ma dove sei?» bisbiglia.
Iuri schiocca la lingua. «A casa. Sto guardando la TV.»
«Non sei in ufficio?» chiede.
Bzzzzzz.
«No, oggi inizio più tardi.»
Veronica censura tutte le obiezioni che le affiorano alle labbra.
Bzzzzzz.
Bzzzz.
Di nuovo. Non ha una cadenza regolare.
«Che cos’era?» insiste.
«Ma insomma, basta! È la TV.»
Ormai sa che le parole di Iuri sono solo trappole per attirarla in un vortice e portarla giù e ancora più giù.
«Puoi abbassare il volume? Non ti sento bene.»
Veronica ha imparato a sue spese che un attacco diretto contro di lui è pericoloso: ha troppo astio in corpo.
«E fammi finire di vedere la puntata in pace!»
Sospira e rimette il telefono in borsa. Alza lo sguardo solo per un attimo, scruta furtiva i volti grigi delle altre donne.
~
Gatta aspetta che il merlo faccia un passo falso. Ha attraversato l’intero rettangolo del campo per seguire la sua preda. È passata sopra la rete degli orti e sotto il cavalcavia, si è ritrovata davanti a un muro fin troppo familiare.
L’uccello si posa sopra un cartello divelto. Lei salta sulla recinzione, perlustra il cortile.
Bzzzz. Si blocca, le pupille dilatate. Bzzzz bzzzz. Ricorda quel suono, ricorda quella luce blu. Del vecchio che le lasciava sempre avanzi nei piattini però non c’è traccia. Forse per quello non ci sono altri suoi simili, nei paraggi. Anche le martellate, il frastuono della sega elettrica e il cigolio della pressa sono cessati. Gatta torna all’inseguimento del merlo, percorre furtiva la stretta striscia di mattoni, si avvicina con meticolosa cautela, lo sguardo fisso su quella massa nera appollaiata sulla lamiera.
Un cigolio la coglie di sorpresa.
Un uomo dà un paio di spallate al cancello tarlato dalla ruggine. Gatta balza all’indietro, perde l’equilibrio e atterra su un mucchio di rottami. Un lampo di dolore la attraversa. Con la zampa sollevata si trascina in un angolo, mentre dei ragazzi all’altro capo del cortile spingono dei motorini. Restano lì per un po’, entrano e escono da un casotto in mattoni. Bevono birra, sghignazzano e poi lanciano le bottiglie contro il muro. La musica a tutto volume fa vibrare le lamiere e Gatta, nascosta e immobile dietro una pila di radiatori, aspetta che vadano via.
–
«C-11» dice la voce al microfono.
Veronica accavalla le gambe e fa dondolare il piede.
Lo chiama di nuovo, non riesce a resistere, vuole capire quanto lontano dalla realtà si è spinto con le sue distorsioni.
«Cosa vuoi ancora?» bofonchia Iuri.
Scosta i capelli dal cellulare. Sente dei ticchettii, socchiude gli occhi. La pioggia in auto. O sotto una tettoia.
«Piove lì?» gli chiede, mentre fissa il cielo bianco oltre la finestra imperlata di goccioline.
«Sì ma c’è un’afa tremenda.»
«Detesto l’afa.»
«Come se negli alberghi lussuosi dove stai ci fosse questo problema!» commenta Iuri.
Veronica non reagisce alla frecciata, ha smesso di sentirsi in colpa.
Un cane latra in lontananza.
«Non avete il condizionatore in ufficio?»
«Si è rotto.»
Si è rotto… All’inizio gli credeva, lui riusciva a convincerla persino ad aspettare l’alba rivolta a ovest.
Bzzzz bzzzz. Di nuovo. Sembrano… scosse elettriche.
Una porta sbatte.
«Oggi ti ho portato dei veri gioiellini.» È una voce maschile, roca.
«Ti richiamo.»
«Iuri! Aspetta…» Ha alzato troppo il tono, tutti gli occhi le sono addosso.
~
Gatta sente che è arrivato il momento. Schiva le pozzanghere e si infila a fatica nell’abitacolo di una vecchia jeep senza portiere. La pioggia picchietta sopra la sua testa. Si lecca con insistenza e si contorce finché non trova la posizione giusta, adagiata sul fianco sopra quel che resta del sedile. Gatta non è tranquilla con tutta quella gente intorno, ma con la zampa dolorante sa di non poter andare troppo lontano.
~
«C-13». La voce la chiama.
Veronica si alza.
«Venga con me», un’infermiera la precede. Gli zoccoli di gomma della donna gracchiano sul linoleum, lungo l’interminabile corridoio. Si zittiscono davanti a una porta.
«Si spogli e indossi questo. Tolga tutto, gioielli compresi. Metta i suoi effetti personali in questa cassetta di sicurezza e porti con lei la chiave».
Veronica annuisce senza alzare lo sguardo.
Si toglie piano i vestiti, le sue membra d’un tratto le sembrano diventate pesanti. Infila un camicione sterile, si siede sulla sedia dello stretto spogliatoio e aspetta.
Il neon comincia a sfarfallare. Veronica si sfrega le braccia intirizzite e si rende conto di non essersi tolta il braccialetto. Lo sgancia e per un po’ resta a guardare il suo luccichio. È stato il primo regalo di Iuri, in un periodo in cui lui faticava anche a pagarsi l’affitto.
Il telefono vibra e la stanzetta diventa claustrofobica.
«Ti porto fuori a cena! Giapponese?»
Bzzzzz bzzz bzzz.
«Questo weekend non torno».
«Come non torni?»
«Non riesco… C’è… una cena aziendale e poi devo… abbiamo una consegna… resto qui.»
«Non ti fai schifo?»
La sua disapprovazione ormai non la inquieta più, non la fa più struggere di pentimento e rimorsi.
Bzzzzz.
L’infermiera apre la porta e Veronica copre il microfono del cellulare con la mano. «La dottoressa la aspetta.»
Le risponde con un cenno del capo.
«Una volta ti importava di me.»
Veronica fa un sorriso tirato.
«Iuri…» Ma lui ha già messo giù.
Aspetta che il battito le torni regolare, poi esce dallo spogliatoio. È pronta.
Quel suono continua a rimbombarle nella testa.
–
«Gatta! Ma dove ti eri cacciata? Vieni qui.»
Gatta ha abbassato la guardia e non si è accorta dell’uomo che si avvicinava. Mostra i denti e soffia.
«Andiamo, non ce l’avrai ancora con me?» allunga una mano, lei si ritrae. Salta fuori dall’auto ma zoppica e l’uomo riesce ad agguantarla.
«Qui qualcuno si è dato di nuovo da fare… Me ne occupo io, come al solito.»
Bzzzzzz.
Gatta tira fuori le unghie, lo graffia e lui la scuote con violenza. Cerca di liberarsi e finisce in una vasca d’acqua stagnante, bluastra per il riflesso di quella strana lampada stridente sempre circondata di insetti. Con un lamento schizza fuori, come una furia.
L’uomo ride. «Ti ricordi di questa vasca?»
Sguscia via dal cancello aperto, si rifugia tra gli alti steli delle erbacce a bordo strada mentre l’uomo le lancia contro una raffica di sassi.
«Puttana ingrata! Guai a te se ti azzardi a tornare.»
~
Veronica dischiude piano le palpebre. Il tubicino della flebo corre sopra la testiera del letto, dal flacone di fisiologica, agganciato al trespolo, fin dentro la cannula fissata al dorso della sua mano.
Una fitta la fa gemere. Richiude gli occhi e resta a respirare piano nella penombra per un tempo indefinito.
Il cellulare si illumina sul comodino ma Veronica non lo nota, è troppo presa ad ammirare l’enorme fiore di loto appeso alla parete. Lo schermo si accende troppo insistentemente e alla fine Veronica si riscuote, allunga la mano e risponde.
«È tutto il giorno che ti chiamo» le urla Iuri.
«Senti, adesso non…» È ancora intontita.
Bzzz bzzzzzzzzz.
«Dov’eri?»
Si siede.
«In sala operatoria» dice d’un fiato.
«Cosa hai fatto?!»
Bzzzzzz, bzzzzzz.
«Non ti senti sporca?»
Scuote la testa. «Da te non lo volevo.»
«Puttana! Sparisci dalla mia vita!»
Veronica avvampa, serra la mascella. Avverte un tonfo e un frastuono metallico, come di lamiere. E ancora bz– ma subito lo stridio cessa, mentre Iuri continua a imprecare. Allontana il telefono dall’orecchio, lo spegne e affonda la testa nei cuscini.
~
Gatta deve spostare i suoi cuccioli in un posto sicuro: con i denti afferra il primo micio e sgattaiola lungo il muro dell’officina. Rizza le orecchie, allarmata da un fragore disturbante. Sbircia oltre il cancello: l’uomo si sta accanendo sulla lampada blu, che bascula ed esala il suo ultimo breve sfrigolio prima di affondare nella vasca.
Gatta deve fare in fretta, porta in salvo tutti i piccoli e poi lancia un ultimo sguardo alla rimessa.
L’uomo mulina le braccia, scomposto, frenetico. Una miriade di zanzare gli si accalca intorno, forma un’aureola sulla sua testa.

Chiara Checchini nasce nel 1980 a Milano, dove attualmente vive dopo qualche divagazione. Detesta le bio, i cliché e i cibi pronti tanto quanto adora le matinée al cinema, le pagine bianche e l’odore della pioggia nel bosco.
Negli ultimi tempi frequenta corsi di scrittura creativa per meglio padroneggiare i meccanismi che governano la narrazione. A marzo è uscito un suo racconto su Risme.
Instagram: @travelvitamins


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