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PSICOMETRIA
Simone Sciamè
La storia di Totino, a noi giocatori dilettanti di provincia, è caduta in faccia come una secchiata di piscio.
Totino era un piccolo fenomeno del calcio dilettantistico piemontese. Aveva lasciato Cagliari che era un pischello. Si era trasferito dal fratello di suo padre sulle colline di Vignale Monferrato, lavorando prima come muratore e poi come operaio in un’azienda agricola; fino a quando aveva rinunciato alle colline per diventare allenatore dei pulcini, e aveva preso due stanze al quartiere Shangai, che accoglieva immigrati ai margini della società.
Il giorno in cui, io e Cardo, avevamo letto sul giornale che lo avevano trovato morto in cella, eravamo increduli e congelati. Perché avevamo scoperto che la persona con cui eravamo cresciuti aveva un’altra vita, nascosta dietro le intercapedini delle mura di casa. Una vita impronunciabile, che solo a immaginarla ti cascano le gambe.
Hai sentito di Totino? scrivevo a Cardo.
Lascia stare. Ma il bambino di cui parlano nell’articolo è Bilal?
Sicuro.
L’ho incontrato in via San Lorenzo, due giorni fa, davanti al kebabbaro. Si è fatto grosso. Se ti dà un pugno ti stende.
Si capiscono tante cose…
Avevamo capito perché Bilal si fosse sfondato di piegamenti sulle braccia e diete proteiche, di ganci e montanti, di tiri di boxe da ko: non voleva più avere paura.
Ma come si poteva avere paura di Totino? Con quell’aria da pastore sardo, un po’ tozzo, i capelli radi tirati indietro, effetto bagnato, la tuta e la polo Legea tutto l’anno. Come si poteva temere un uomo che circolava giorno e notte con la sua bastardina Leica sui sedili posteriori della Kia Rio grigia del 2003? Un uomo che, a detta di tutti, era il ritratto dell’umiltà: Totino ispirava i suoi piccoli giocatori con parole di grande didattica sportiva, sapeva dosare severità e indulgenza, era quello che ogni allenatore dovrebbe essere.
Si spremeva per i suoi ragazzi. Per lui a calcio dovevano poter giocare tutti, anche chi non poteva permettersi la quota d’iscrizione o le scarpe con dodici o sei tacchetti per i campi più ostici. Il diritto al gioco è sacrosanto, per un bambino. E metti che una madre non potesse permettersi un paio di calzettoni bucati, Totino rimediava alle mancanze. “Non puoi permetterti le scarpe? Non ti preoccupare, te le compro io. Ma resti tra di noi, il bene si fa in silenzio”.
E mica si limitava ad aiuti economici, faceva di più. C’era Bilal, ad esempio, che si era trasferito da poco ad Alessandria. Aveva appena sette anni e non parlava italiano. La madre era segregata in casa a pensare al fratellino di pochi mesi. Il papà sudava le sue fatiche in cantiere, usciva all’alba e tornava al tramonto: come avrebbe potuto portarlo agli allenamenti? Vengo a prenderlo io, diceva lui alla mamma. Non si preoccupi, lo riaccompagno pure, lavato e stirato, scherzava. E infatti per mesi, ma che dico, anni, lo avevamo visto arrivare in macchina con Bilal. Un bambino riccioluto, dagli occhi stretti e sinceri, che quando rideva si stringevano fino a sparire. Del suo viso pulito, e di quel rapporto privilegiato con Totino, eravamo un po’ invidiosi.
In campo però Totino non aveva favoritismi. Eravamo bambini, ma ci trattava come volevamo essere trattati: da adulti, da calciatori. In una squadra nessuno è campione, ma tutti insieme si può diventarlo, ci diceva. Quando Cardo commetteva una scorrettezza, lo invitava a porgere la mano all’avversario. Nel giro di tre anni ogni pulcino non aveva solo imparato a muoversi in campo, ma aveva assorbito le buone maniere dello sport, l’educazione fondamentale, il rispetto di sé stessi, della squadra e dell’avversario. A giugno avevamo vinto il nostro primo campionato senza aver mai commesso un fallo da cartellino rosso, insultato l’arbitro o litigato con qualcuno della squadra avversaria. In compenso, a quello pensavano alcuni genitori.

Eravamo affiatati, dentro e fuori dal campo. Durante l’allenamento Totino sudava con noi, correva, giocava. Ci mostrava cosa volesse dire faticare, sacrificarsi. Quando la palla era sotto il suo controllo sapevamo che sarebbe stata un’impresa farla nostra. Era un abile regista e palleggiatore, e tutti desideravamo che a fine preparazione atletica ci fossero venti minuti di partitella in cui poterlo avere come compagno. Da onesto allenatore, però, sapeva quando fermare il gioco e dare consigli e direttive a entrambe le squadre. A fine allenamento era l’ultimo a farsi la doccia: ritirava i palloni e le pettorine sudate, sistemava le porte, i cinesini, l’attrezzatura. Nello spogliatoio c’era un clima famigliare. Eravamo pulcini che parlavano di cartoni animati e di calcio, ci sfottevamo in base allo stendardo di appartenenza. Allo scatto di categoria, intorno ai primi anni della pubertà, parlavamo delle prime cotte: c’era un’assurda discussione per capire cosa preferissimo tra tette e culo. Lui era saltato fuori dicendo che le donne si amano tutte intere.
Certo, non l’avevamo mai visto con una donna, ma come si poteva avere paura di un uomo che aveva una tale cura delle parole? Un uomo che, pur di non separarsene, portava Leica persino in campo nelle partite ufficiali, ispirando la simpatia dei dirigenti e degli avversari. Una persona che a fine partita placava gli animi, che sedava gli orgogli esagitati dei genitori.
A te è mai successo qualcosa? A me puoi dirlo, mi aveva scritto papà mentre ero a Torino a dare Psicometria per la terza volta.
No papà, giuro.
Dopo essere diventati Giovanissimi, lasciando con una discreta delusione l’ultima stagione da Esordienti a Frugarolo, Bilal aveva cominciato a essere più schivo e taciturno. In campo Totino lo incoraggiava, anche quando sbagliava per scarsa concentrazione. I ricci di Bilal erano diventati più scuri, gli occhi più rossi, il volto meno aperto e sorridente. Aveva lasciato la squadra, se n’era andato senza salutarci. Pochi giorni più tardi, il dirigente aveva comunicato che Totino aveva rinunciato agli allenamenti perché “ormai, a sessant’anni, non aveva più fiato”. Aveva lasciato una foto ricordo. C’eravamo tutti: io e Cardo eravamo a soli due passi da Bilal. Sulla sua spalla sinistra, la mano di Totino. Ai piedi, Leica che fissava il campo da gioco.
Nessuno avrebbe immaginato che, dieci anni dopo, il volto di Totino sarebbe stato riconosciuto da Beppe Ligonchio.
Eppure, mentre sulle chat i miei compagni gli davano del mostro, mentre i miei genitori, raccapricciati da questa storia, cacciavano contumelie, io non riuscivo a odiarlo. Che cosa mi aveva fatto? Mi aveva sedotto anche lui, forse? Ero mostro anche io se non riuscivo a odiare quell’uomo?

Un uomo che, quando i carabinieri avevano bussato alla porta, era seduto sul cesso con in mano le mutande. Un uomo che credeva fosse normale che un ragazzino di dodici anni aprisse la porta a un pugno di agenti. Un ragazzino mezzo nudo con indosso solo un giubbotto smanicato con la zip chiusa fino al mento. Il tenente colonnello Giacomo Isonzo aveva definito casa di Totino un asilo: una casa addobbata da disegni di bambini, giocattoli, pistole a pallini, costumi da supereroi e la tivù accesa su Boing. Mi si era azzerato l’udito, al pensiero di sentire la sigla di Doraemon in sottofondo mentre si consumava ogni giorno ciò che gli inquirenti hanno descritto come un film dell’orrore. In fondo, non poteva essere la stessa persona che in campo ci insegnava il rispetto e che aveva, in casa sua, una stanza segreta con più di trenta scatole di VHS, lettere d’amore ai bambini e schede SD.
Ha detto che ha fatto ai bambini quello che durante il collegio avevano fatto a lui quando era piccolo, avevo scritto a mio padre.
Non me ne frega un cazzo, ti pare? Portava i bambini a casa e se li inculava mentre loro leggevano i fumetti o guardavano Ben Ten. Tu sai cosa vuol dire quando tuo figlio riceve un messaggio sul cellulare nel cuore della notte con scritto “domani andiamo al cinema insieme?” Tu che studi psicologia, come lo chiami uno così?
Non avevo risposto.
Non ho risposto nemmeno a me stesso, dopo tutto questo tempo. Ora che sono trascorsi nove anni dal suo arresto, mi chiedo chi sono quando entro in campo. Chi sono quando chiedo scusa a un avversario per un calcio ben assestato? Chi sono quando scelgo di fare la doccia a casa anziché condividere lo spogliatoio con i miei compagni? Chi sono quando piango al pensiero di insegnare a mio figlio a giocare a pallone?
Stiamo perdendo e dagli spalti cantano cori contro di noi. Sui gradoni cerco il volto di mio padre. Un centrocampista mi falcia senza pietà. Mi tengo il piede e per un istante vedo Leica che sfreccia via dalla panchina. Il triplice fischio dell’arbitro.
Mentre Cardo mi tende la mano per rialzarmi, mi fulmina l’immagine di Totino con la testa avvolta in un sacchetto di plastica. Nessuno sa come ci sia finito lì, quel sacchetto.
Per quanto ne so avrei potuto mettercelo io.

Simone Sciamè è nato ad Alessandria il 4 settembre 1993.
Diplomato con indirizzo Dirigente di Comunità, ha collaborato a un progetto nell’ambito dello storytelling, media education e tecniche di comunicazione giornalistica presso il liceo psico-pedagogico della sua città. Ha curato una rubrica di recensioni di libri presso la testata radio-giornalistica Radio Gold.
Ha pubblicato Erotica liquida (Edizioni Effetto, 2023) con Federico Riccardo. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati su riviste letterarie come Poetarum Silva, Grande Kalma, Gelo, Topsy Kretts, per la quale è editor e scout.
Mail: sciamesimone@gmail.com
Instagram: @simone.sciame


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