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IL CASSETTO
Caterina Villa

 “Le vipere, Monsignore, strisciano dovunque, senza contare quelle che si hanno nel cuore”

Anna, soror… – Marguerite Yourcenar


È piccolo, lungo e stretto come il mio, appena sotto l’ombelico. Curva leggermente seguendo la forma del tuo ventre. Le maniglie sono diverse, però, la mia tonda e la tua una losanga. Da bambino mi faceva venire in mente le forme in cui nostra madre tagliava il semolino caldo. Avevo sempre voglia di morderlo. Anche adesso stringo i denti piano, attento a non mostrarti la fame che mi striscia in bocca. Sibila, me la sento in testa. Canta il tuo nome.

Una sola volta, tanti anni fa, mi hai permesso di aprirlo. Eravamo bambini.

Fotografia scattata dall’autrice

Ti guardo seduta sul divano, la pancia tesa del tuo settimo mese di gravidanza, e ricordo la sensazione della maniglia tra le dita, il passaggio lungo la scanalatura. Quella volta, all’inizio, ha fatto resistenza, poi è scivolato verso di me. Hai tirato dentro il fiato e io mi sono fermato. Avevo paura di farti male, ma tu hai scosso la testa e io ho ripreso a tirare. È venuto giù anche il tuo respiro, l’ho spremuto fuori dai tuoi polmoni con quel semplice movimento. Ricordo le mie mani che si insinuavano piano tra i tuoi segreti. Cose piccole, di bambina. Il tuo respiro che mi arrivava ai polpastrelli attraverso il fondo del cassetto. Attraverso la tua carne. Ricordo il pulsare del tuo sangue che dalla punta delle dita mi scendeva fino al centro dei nervi, come un fiore che non sapeva smettere di sbocciare.

“Ti posso chiedere un bicchier d’acqua?”, dici mentre ti aggiusti sui cuscini. È la prima volta che entri in questo appartamento; ti guardi intorno, speri che la stanza e gli oggetti ti dicano qualcosa di me. Ma la verità è che non sai più decifrarmi.

“Certo”, e vado in cucina. 

Ti ho invitato io quando mamma mi ha detto che eri in città. Che eri incinta. Quando le ho domandato perché non mi avesse informato subito si è ammutolita. Nostra madre ha sempre avuto paura di mettere in parole i pensieri, le emozioni, come se poi si tramutassero in una maledizione irreversibile.

Torno in salotto, tu sei ancora acciambellata sul divano. Prendi il bicchiere, non mi tocchi. 

“Come stai?” Le tue labbra sfiorano appena il vetro. 

Mi sforzo di non guardarti la pancia, di non fissarmi sulla sagoma della maniglia che spinge contro il tessuto del vestito. 

“Bene”, rispondo e mi allontano ancora, vado alla finestra e la apro. Una rondine ha ripreso possesso del nido che ha costruito l’anno scorso. Il pigolio dei rondinini arriva fin qui. Mi immagino il tepore dei loro colli senza piume, le bocche sproporzionate e rosse, come mostri preistorici. 

“Non vuoi parlare con me?”, il tuo tono sembra ricamato col filo della tua voce di bambina; sotto però c’è qualcosa di umido, che cresce solo al buio. Mi immagino il tuo cassetto ricoperto di muschio, il chiarore della tua pelle soffocato, imbrattato. Stringo il davanzale, mentre il respiro mi sbatte in gola. Una, due, tre volte, poi muore. 

“Certo che voglio parlare con te”, ma non mi giro, non ancora. Dalla via sale odore di tubi di scappamento e di carne cotta sulla griglia. È un odore che mi ha sempre atterrito; mi accende qualcosa dentro, nei gangli nervosi, una miccia. 

“Ti ricordi quella volta a casa della zia?”, domando e tu resti zitta.

Penso alla discesa dietro alla cucina, al sentiero sotto i lecci. Alla pelle del serpente aperta e secca vicino alla recinsione. Ti sei accoccolata sui talloni e ci hai fatto scorrere dentro il dito. Dal ciuffo d’erba lì accanto è spuntata una testa, un triangolo di squame, gli occhi gialli. Vi siete guardate, immobili, poi la vipera si è ritirata. Non avevi paura di niente. E io ho imparato da te, fino a che ho potuto, fino a che sei stata la mia coraggiosa domatrice di serpenti. 

“Della vipera”, preciso e rimango deluso perché realizzo che siamo ancora qui nei nostri corpi di adulti, con i nostri cassetti sigillati, e non torna la frescura sotto i lecci e non tornano le tue gambe magre e quel dito senza timore. Non tornano le mie mani dentro di te e il tuo respiro tiepido. È colpa di nostra madre, con la sua ossessione per i confini, per le righe, per i limiti. Ti ha cucita a filo doppio e hai smesso di aprirti. Hai cominciato ad aver paura e da lì a morire. Anche adesso che stai qua con quella pancia gonfia, anche adesso continui a perdere quello che eri un tempo, quello che custodivi. Se rimane ancora qualcosa deve per forza essere nel cassetto, dove la carne incontra altra carne, dove l’inconscio condensa per noi il fondo dell’anima.

Fotografia scattata dall’autrice

“No, mi dispiace”, mi rispondi alla fine. Mi volto. Ti sei tolta le scarpe appena entrata in casa. Mi fa uno strano effetto vedere le piante nude, pallide come se ti avessero succhiato via il sangue. 

“Devo andare in bagno”, dico e il tuo sguardo sembra scendermi giù nelle budella. Mento, certo che mento. Non devo andare da nessuna parte. Devo stare qui con te. E chiudere le dita intorno a quella piccola losanga e tirare e tirare. Non dici niente.

Mi siedo sul water, sollevo la maglietta. Apro raramente il mio cassetto, penso sia tutto quel tamburellare dei divieti di nostra madre. Non sta bene, non è sano, solo i pervertiti stanno sempre lì ad aprirsi e a guardarsi dentro. So già cosa ci troverò, perché è quello che ci sta acquattato da anni. Una bambolina che mi sta in una mano. È ben fatta, fedele fin nel minimo dettaglio. Un tempo era più piccola ancora, immagino sia cresciuta con te. Stringo una mano in miniatura tra l’indice e il pollice, sollevo il braccio e lo faccio ricadere. Ha i tuoi capelli, la tua bocca, i tuoi occhi. È bella come te e fredda come sei diventata. Nemmeno la mia carne basta a scaldarla. La rimpongo nel cassetto, lo chiudo e riabbasso la maglietta.

Fotografia scattata dall’autrice

Quando è morto nostro padre, mamma lo ha vestito prima che arrivassimo. Sapeva che io avrei voluto aprirlo, vedere cosa si era coagulato là dentro nei suoi sessant’anni di vita. Cosa rimaneva dei suoi silenzi, della sua incapacità di starci vicino. In cosa era racchiusa l’essenza più pura e finale della sua anima. Un mattone, un topo morto, un sasso. Tiro lo sciacquone così sai che sto per tornare di là. Ti trovo ancora seduta sul divano, le mani sulla pancia. 

“Si muove?”, domando anche se non me ne frega niente. Tu mi fai cenno di avvicinarmi. La gravidanza ti ha fatto abbassare le difese. Ma forse è accaduto prima, quando hai smesso di domare i serpenti. Di domare me.  

“Qui”, dici in un respiro e io poso la mano dove mi hai detto tu. All’inizio non sento nulla, poi un colpo che sembra arrivare da lontanissimo, come dal centro del pianeta. Mi riecheggia in mezzo al palmo, su per il polso. 

“Maschio o femmina”, chiedo.

“Non l’ho voluto sapere.” Hai gli occhi un poco liquidi, io lascio la mano sulla tua pancia, a due dita dalla tua creatura, a tre dalla maniglia. Me lo leggi in faccia quello che vorrei fare, quello che sto per fare.

Le tue braccia non sono vigorose come un tempo, le tue unghie sono smussate. Ricordo la forza dei tuoi gomiti e delle tue ginocchia, non risparmiavi nessun colpo, miravi agli occhi. Adesso i tuoi polpastrelli non affondano nella pelle dei miei avambracci, scivolano via subito, i tuoi piedi pallidi scalciano appena l’aria. Il tuo corpo è deformato dalla vita che un uomo che non conosco, che non mi hai fatto nemmeno conoscere, ti ha piantato dentro. Lo volevi, mi chiedo, ti chiedo, urlo, tu apri e chiudi la bocca. Esce solo il respiro, in corsa verso l’abisso che sto aprendo. La losanga è fredda e calda a ondate come se al centro ci fosse un secondo cuore che pompa disperato. 

Tiro e come quella volta una vita fa tu lasci andare, sento la resistenza nelle tue mani che viene meno, il tuo corpo intero affonda schiacciato contro il pavimento. Il cassetto scivola via veloce, come se fosse stato oliato, come se fosse stato creato per questo. Chi altro lo ha aperto? Stringo i tuoi polsi sottili, ti guardo negli occhi. In fondo c’è un guizzo di quella tua durezza antica, ma è troppo lontana, sommersa, soffocata. Non ha la forza di tornare in superficie. Abbasso lo sguardo sul tuo seno gonfio, sul bottone dilatato dell’ombelico. Ho paura. Paura di scoprire che non ci sono io nel tuo cassetto. Perché altrimenti non mi hai voluto vicino, ti sei chiusa come una conchiglia come una cicatrice come l’amore.

Fotografia scattata dall’autrice

Non c’è muschio, la tua pelle è come era allora. Calda e chiara e liscia da morire. Il respiro mi si aggroviglia in gola; dalla posizione in cui sono devo infilare le dita fino in fondo per capire cosa ci si nasconde dentro. Tu fai un verso strozzato, cominci a tremare. Lo sento nella mano che ti tiene ferma, nelle gambe strette contro i tuoi fianchi. Prima piano e poi più forte. Le mie dita inciampano contro qualcosa di liscio. Lo tiro fuori tenendolo tra pollice e indice. È un uovo, minuscolo, grigiastro, assomiglia a un sasso. 

Non sono io. Non sono io. Non sono io.

Lo dico, lo grido, lo bisbiglio contro la tua fronte sudata, lo scrivo con le mani nella carne del tuo collo. A fondo, più a fondo, perché arrivi a impastarsi laggiù dove si nasconde la tua vera natura, dove so che si deve annidare il tuo amore per me. 

Dopo ti stringo i piedi, bacio prima il destro e poi il sinistro. Poi le dita delle mani. Com’erano corte quando hai sfidato la muta della vipera. Ti chiudo gli occhi, abbasso il vestito, ma prima, prima di richiuderti, prima che svanisca, prendo di nuovo l’uovo. È tiepido, come se avesse risucchiato al suo interno il tuo ultimo respiro. Sembra proprio un sasso. Con l’unghia picchietto il guscio. È friabile, cede, allargo la crepa. Dentro c’è una bestia piccola e rosa, umida.

Penso: è una vipera.

Penso: non è possibile.

Poi smetto di pensare. Guardo e basta il cucciolo morto tra le schegge dell’uovo che hai covato da chissà quanti anni. 

Mi scende in corpo un gran silenzio. 

Fuori i pulcini di rondine continuano a urlare la loro fame

Caterina Villa

Nata ad Assisi nel 1988 e cresciuta a Perugia. Dopo un periodo a Londra, adesso vive a Roma, dove lavora come giornalista televisiva. Ha pubblicato racconti su riviste cartacee e in antologie. Suoi racconti sono stati pubblicati anche online da riviste come Micorrize, Gelo, SpaghettiWriters, Risme, Carie, Spore, Narrandom, RivistaBlam!, Quaerere, Malgrado le Mosche, Birò, Lo Spazio Letterario, Topsy Kretts, Rivista Grado Zero.

Instagram: @caterinavilla88


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