MORSI La prima call di Scomoda in collaborazione con FoodNet, per sostenere il progetto di prevenzione primaria dei disturbi alimentari, dedicato in particolare ai più piccoli 🧡
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ESERCIZI DI KINTSUGI
Emma Idra
Due ore di marcia intorno a un tavolo, per i sette giorni della settimana, per un numero variabile di giorni in un mese – Trenta giorni a novembre con april, giugno e settembre – che sommati fanno comunque trecentosessantacinque, il tutto moltiplicato ancora per otto anni.
Ho fatto il classico, ciò significa che non sono una cima in matematica, quindi non mi sforzerò di fare il calcolo preciso. Prendi una calcolatrice, hai ben dieci dita, puoi usarle. Ti basti sapere che è un numero esorbitante di ore perse al girotondo della morte.
La gloriosa adolescenza, rimpiangerai questi anni quando avrai la mia età, è ridotta a flash immersi in un mare di lattiginoso nulla. L’anoressia mi ha presə, rimasticatə perbene e risputatə sulla soglia dei diciannove, giusto per potermi ridere in faccia – non prendertela! sei ancora unə teen!
Forse. Per un pelo. O forse sono già vecchiə e ho qualcosa di nuovo che mi rode le viscere.
Saranno i cocci di quel piatto che ho lanciato contro la parete della cucina, a dodici anni. Sarà il fatto che adoro mia mamma, la amo fino alla nausea, fino al pianto, e quel giorno – ventisette luglio duemiladiciassette – la pasta al ragù ha lasciato una chiazza rossa appena sopra la sua testa. Aveva un frammento di ceramica sporca impigliato tra i capelli, e aveva paura di me.
Da allora sono trascorsi anni pieni di pastiglie di sertralina a colazione, vernici brillanti scrostate da ospedale infantile, dottori sempre diversi che ti pesano come un animale da macello, mastica piano dieci volte e manda giù. Mamma si metteva uno spesso strato di correttore sotto gli occhi e quasi tutti i giorni si chiudeva in lavanderia per piangere, da sola, tra una camicia e un pantalone da stendere. La ferita sanguinante in cucina è rimasta, poi un giorno è sparita sotto un piccolo quadro. Dovrei provare a cercare un bel quadretto da appendere alle pareti del mio stomaco, magari così la ferita la chiudo anch’io.
Una sera papà ha mormorato, la faccia sepolta nel fumo della minestra: «Ma che ci provi a fare, Stefania. Questa qua vuole morire. Lasciala. Non puoi morirci dietro pure te.» Si è pulito la bocca con lo Scottex ed è andato a dormire senza salutare. Non credo se lo ricordi.
Ai pranzi di Natale si parla di quellə me come di un caro estinto: allusioni seguite da occhiatacce, smorfie, gomitate, finché un parente più sfacciato degli altri non si decide ad esprimere ad alta voce quello che tutti stavano pensando. Parliamo di qualcosa di allegro, non è il giorno per essere tristi! Sono il grumo di unghie e capelli annodati che ci si è dimenticati di scopare via, e così lo si caccia sotto un tappeto per non disgustare gli ospiti.
Una merendina nella pattumiera al giorno, per cinque giornate scolastiche, che sommate fanno comunque centosettantuno, il tutto moltiplicato ancora per otto anni.
Se c’è una cosa che sai di me è che non sono una cima in matematica. Puoi cimentarti in un nuovo calcolo, se questo ti fa stare meglio. Ti basti sapere che si potevano sfamare parecchi bambini malnutriti, con tutti quei pangoccioli.
Cosa rimane di me, ora che vivo da solə senza che mia mamma tema per la mia sopravvivenza, ora che il Centro GAPP di Alessandria ha interrotto le visite? Cosa succede quando dal punto di vista medico sei guaritə, e hai ancora i cocci di quel piatto vecchio di sette anni conficcati nelle viscere?
Potrei ricominciare a fare sport, ma ne ho il terrore. Nelle giornate buone mi concedo una passeggiata da venti minuti in campagna, seguita da quattro gocciole annegate in tisana drenante al matcha e vaniglia. Ho tre tatuaggi fatti a Torino di nascosto, porto gonne sgargianti e orecchini a forma di paperella, perché se trasformo il mio corpo in una sperimentazione artistica forse imparerò ad amarlo. Mi assicuro che tutti i miei amici mangino almeno tre volte al giorno, dimostrazione di affetto terrorizzata e soffocante. Mi raggomitolo contro mia mamma e le chiedo se è arrabbiata con me. E lei risponde di no, e non capisce che mi riferisco, ancora e sempre, al piatto, ai pianti in lavanderia, alle merendine.
Raccolgo i cocci di otto anni della mia vita, con scopa e paletta, sto attentə a non tagliarmi. Mi cimento nel kintsugi, uso come legante le parole più belle che trovo, venuzze dorate che guizzano in una vita altrimenti da buttare.
«Ma che ci provi a fare. Questa qua vuole morire. Lasciala.» Nello specchio ho le stesse labbra sottili di mio padre, la stessa voce tagliente. Mamma non mi ha lasciato morire allora e durante, rifiuto di lasciarmi morire dopo.
Otto anni, ossia duemilanovecentoventi giorni, ossia settantamilaottanta ore e sì, ho usato la calcolatrice.
Ne ho davanti molti di più per re-imparare a esistere.

Natə nel 2005, vive in un paesino del Monferrato con cui ha un rapporto di amore e odio. I suoi passatempi preferiti sono vagare tra procrastinazione, malinconia e angoscia esistenziale, e per questo i suoi racconti esistono solo nella sua testa o in una cartella molto, molto nascosta. Spera un giorno di farci qualcosa. Ha tante passioni che ha lasciato da parte. Spera un giorno di fare qualcosa anche con quelle.
Instagram: @safe.ship.harboured


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