MORSI La prima call di Scomoda in collaborazione con FoodNet, per sostenere il progetto di prevenzione primaria dei disturbi alimentari, dedicato in particolare ai più piccoli 🧡

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SPARIRE DIETRO MELANIE
Angela De Angelis

Da quando Melanie frequenta la scuola di danza, nonna la chiama gambine di fata. Melanie è mia cugina e da quando siamo nate abbiamo sempre fatto tutto insieme e tutto uguale. La nonna dice che dobbiamo essere come sorelle perché è quello che sono le nostre mamme. Gemelle, aggiungerei io, se solo avessi le stesse gambine di Melanie. 

La storia delle gambine è iniziata un lunedì pomeriggio, io facevo i compiti chinata sul vecchio tavolo di legno lucido. Quando Melanie è arrivata a casa di nonna con i capelli tirati in uno chignon e il tutù che fuoriusciva dal giubbotto, si è precipitata tra le sue braccia e ha annunciato: «Nonnina, il maestro mi ha messa già in prima fila!»

Le ha mostrato le scarpette rosa come quelle delle vere ballerine e allora nonna, che aveva due lucine negli occhi, le ha chiesto: «Perché non mi fai vedere cosa hai imparato?» 

Melanie è rimasta in tutù e si è posizionata al centro del salone, ha incrociato i piedi in un modo che ho visto fare solo in TV e ha portato in alto prima le braccia, poi le gambe avvolte in calze bianche velate. Ha fatto piroette per nonna e per me, che non riuscivo più a concentrarmi sui nomi alterati che la maestra aveva spiegato in classe quella mattina. Quando Melanie ha finito il suo spettacolo la nonna non ha applaudito, ma con la sua vocina scricchiolante ha detto solo: «Melanie, gambine di fata!» 

Ha detto proprio gambine, -ine -ine -ine – la maestra dice che così si fanno i diminutivi –, ma per me quelle di Melanie sono gambacce – dispregiativo –, nemmeno gambucce – vezzeggiativo: gambacce secche, come due liquirizie. Poi ho abbassato lo sguardo. Ho visto le mie gambe soffocare nei jeans fornarina che mi compra la mamma. Per entrarci devo fare i saltelli. Che cosciotte!, esclama qualche volta papà mentre giochiamo a pizzichi e solletico sul divano, e io rido anche se la mamma ci guarda un po’ male. A me sembra che a papà piacciano, le mie cosciotte. L’ho capito dal tono con cui lo dice. A mamma un po’ meno, per questo me le rinchiude nei jeans fornarina. Quando non soffocano in quella stoffa ruvida e blu, le mie cosce somigliano a caramelle gommose – le mie preferite – altro che liquirizie secche! Ho pensato a come sarebbero avvolte nelle calze di Melanie, morbide e fluttuanti. 

Melanie, quando la nonna l’ha chiamata gambine di fata, è corsa ad abbracciarla sul divano e mi ha guardata: allora ho capito di dover dire qualcosa anch’io, perché è così che si fa con le cugine-sorelle. 

«Brava. Sembri proprio una ballerina».

«Sono una ballerina!» Ha risposto lei. È venuta a sedersi accanto a me, mentre la nonna è andata in cucina a preparare la merenda. 

Ho chinato la testa sul quaderno e ho letto sottovoce:

I nomi alterati modificano di poco il significato del nome primitivo. Un nome alterato è formato dalla radice del nome più un suffisso che ne modifica il significato, facendolo diventare più grande, più piccolo, più prezioso, più brutto. 

Ho alzato lo sguardo su Melanie, che aveva ripreso a piroettare in mezzo al salone sulle sue gambine.

La nonna è arrivata con le fette di pan bauletto e marmellata di frutti di bosco – la mia preferita – e Melanie è tornata a sedersi saltellando sulle mezze punte. 

Dondolava le gambine sotto il tavolo e io aspettavo che fosse lei a dare il primo morso, ma guardava il suo pan bauletto come se lo stesse ispezionando. La nonna è rientrata in cucina di fronte al televisore. 

«La marmellata è dello stesso colore della tua felpa» ha detto Melanie. E ha dato un morsetto. 

«Il pan bauletto è dello stesso colore delle tue calze» ho detto io. E ho dato il morso al mio pan bauletto. 

Melanie ha fermato le gambine e le ha fissate. 

«Più o meno» ha detto. «Lo mangi tutto?»

«Tu lo mangi tutto?»

«L’ho chiesto prima io.»

«Sì.» Ho dato un altro morso e con la bocca ancora piena ho detto: «È la mia marmellata preferita».

«A me non piace» ha risposto Melanie. «Puoi mangiare anche il mio». 

Ha lasciato la merenda nel piattino e l’ha avvicinata a me. Le sue gambine hanno ricominciato a dondolare, mentre con la testa tra le mani mi guardava far sparire il cibo dentro di me. 

Quando ho finito e nel piatto sono rimasti solo i tovagliolini sporchi, Melanie si è alzata e ha detto: «Allora, giochiamo?»

Mi ha portata nel bagno, dove c’è una grande porta-specchio. Ci siamo posizionate lì di fronte e abbiamo guardato i nostri riflessi. 

«Adesso mettiti dietro di me» E io ho obbedito. 

Nello specchio, riuscivo a vedere lei in posizione da statuetta, piccola nel suo tutù, e i bordi del mio corpo nascosto nella felpa rosso marmellata. Io e Melanie sembravamo come quelle matrioske che nonna ha messo in fila su una mensola nel corridoio. 

«E ora?» ho chiesto.

«Ora,» ha annunciato Melanie con una voce da presentatrice del circo «ti faccio vedere come riesco a sparire dietro di te». E mi ha fatto segno di invertirci i posti. 

Dietro di me Melanie è davvero sparita, come matrioska dentro matrioska. Io ero lì a occupare tutto lo spazio, non solo coi contorni ma tutta intera, con le mie gambe soffocate nei jeans fornarina, a cui dopo la merenda avevo aperto il bottone.

Dopo un po’ Melanie è spuntata come affacciandosi da dietro una montagna, mi ha fissata nello specchio con la sua faccina -ina -ina -ina, e ha ridacchiato con i suoi denti da castoro. 

Allora mi sono girata di traverso pensando di scoprirla, ma lei è così minuscola che sparisce anche dietro il mio profilo. Siamo rimaste ancora un po’ a guardarci nello specchio, lei mi ha detto: «Ci riuscirai anche tu». Ho pensato, perché devo riuscirci?  L’hai scelto tu, questo gioco. Forse me le voglio tenere, le mie gambe molli che si toccano e che piacciono a papà. Forse non voglio sparire dietro di te, Melanie.  Ma ho abbassato lo sguardo e non ho detto nulla.

Hanno suonato al campanello e Melanie era felicissima: «Mamma!» ha urlato, e si è precipitata fuori dal bagno. Quando sono rimasta da sola ho fatto una piroetta davanti alla porta-specchio, ma i jeans fornarina erano troppo stretti e le mie gambe non riuscivano a muoversi bene come quelle delle vere ballerine. 

Quando sono tornata in salone c’erano le nostre mamme-sorelle e Melanie che continuava a fare piroette per loro e per la nonna. La nonna, mentre Melanie piroettava, ha ripetuto quella cosa delle gambine di fata. Io  aspettavo davanti alla porta con lo zaino dietro alle spalle. La mamma si è abbassata per riabbottonare i miei jeans fornarina. Ha alzato lo sguardo su Melanie e ha detto: «Ma che graziosa bambina!». La zia, orgogliosa della sua figlioletta, ha aggiunto: «Sei proprio una vera ballerina!». 

B-a-m-b-i-n-a, -ina -ina -ina. 

B-a-l-l-e-r-i-n-a, -ina -ina -ina.

La maestra, il giorno dopo, ha scritto queste parole alla lavagna.

«Nomi alterati diminutivi» ho risposto quando mi ha interrogata.

«Sbagliato, Gaia.» Mi ha detto la maestra. «Sono falsi nomi alterati». 

Ho abbassato lo sguardo sotto al banco, e mentre guardavo le mie cosciotte soffocare nello stesso jeans fornarina del giorno prima, ho pensato che tutto di Melanie corrisponde a questi falsi nomi alterati.

Quando sono tornata a casa sono corsa nella mia cameretta per liberarmi in fretta di questi maledetti jeans fornarina con cui la mamma è ossessionata. Dice che mi donano, mi stringono i fianchi, mi fanno le gambe come due liquirizie. Ma io non le voglio le gambacce secche di Melanie. Mi sono messa in mutandine davanti allo specchio a piroettare con le mie cosciotte gommose, nude e libere. 

Che sollievo, ho pensato, forse posso essere una ballerina anche senza sparire dietro Melanie.  

Angela De Angelis

Classe ’99, ha studiato Linguistica e Didattica dell’italiano a stranieri tra Italia e Germania. Crede in poche cose: nella letteratura, nei gatti, nella gentilezza incondizionata. Negli ultimi anni frequenta corsi di scrittura creativa e cerca il suo posto nel mondo, anche se ama soprattutto stare sui treni. Legge e scrive da sempre molto timidamente, quindi i suoi racconti sono perlopiù nascosti in un cassetto. Alcuni, però, sono apparsi su riviste letterarie come L’equivoco e Lucy.

Mail: deangelis.ada99@gmail.com

Instagram: @dangie_

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