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LA NOTIFICA
Carlo Rossi

La notifica su WhatsApp è di mia moglie, include un link di Amazon. «Uovo con Zainetto 3D bambini», dice l’anteprima. 

«Per Pippi», chiarisce lei. Nostra nipote di tre anni. 

È un promemoria opportuno. Mi serve per tornare al caffè consumato insieme stamattina quando – io con il cervello ancora sotto alle coperte – lei ha decretato che dovessi comprare qualcosa per la bimba, «ché anche quest’anno è arrivata Pasqua e non abbiamo concluso niente».

Ci sorprendiamo spesso a parlare di nostra nipote. Un tempo, invece, plasmavamo mondi per l’arrivo di un figlio nostro. Ipotizzavamo scenari da festa gitana a cura dei nostri genitori, trionfo di ostensioni a opera del parentado. La mia famiglia è numerosa, annodata da affetti tanto complici quanto molesti. Gronda empatia e non ignora alcuna lamentela. Persino il malanno futile del nonno porta un carico di angoscia che si riverbera in tutti i congiunti. Facciamo squadra, litighiamo come una squadra, rientriamo nei ranghi come una squadra. È qualcosa che abbiamo nel sangue.

«Il maschio tramanda il nome, il maschio getta un ponte al futuro della famiglia», ci dicevano dopo le nozze: in questo meandro a sud est che ancora conserva miti e tradizioni funziona così. Io e mia moglie non riuscivamo a condannarli per questi pensieri inconsapevolmente medievali, allora ridevamo di come i miei avrebbero sciorinato uno scettro immaginario elencando tutti i titoli conferiti all’ipotetico discendente maschio: «A voi Luigi, conte di Badriani, signore della Puglia, principe della stirpe dei Procopio», e idiozie simili colme di ebbra gioia. Ironizzavamo immaginando lo scompiglio che avrebbe provocato la nascita di una femmina. Proprio colei che tanto avremmo desiderato. Spesso mi sforzavo di elencare razionalmente i motivi che mi spingevano a prediligere una bimba. L’inventario era zeppo di argomentazioni, ma riuscivo a dare voce alla mia partigianeria solo con le solite: «vorrei avesse i tuoi occhi» e «il mondo merita un’altra Laura».

Aridi di sorrisi e prostrati nel profondo, oggi facciamo i conti con le nostre scelte attendiste, con le priorità assegnate a qualcosa che ha sempre avuto la meglio sui nostri tempi biologici. Se non era lo studio “matto e disperatissimo” era la nostra età acerba; se non era la penuria di denaro, erano i progetti di carriera; se non era il matrimonio prima di tutto – per «tramandare tutele», come proferì lei raggelando il mio cuore – era il nostro angusto alloggio. 

Dopo quella gravidanza, che sembrava averci assolto da un futuro caliginoso disseminando un ottimismo e una gioia mai più provati, l’aborto. Dio, la sua cricca di santi, beati e madonne non c’erano prima per noi, e non ci sono mai stati neanche dopo. Quando Laura è uscita dalla sala operatoria dove le hanno aspirato il feto dal corpo, un’infermiera le ha infilato un santino in mano esclamando civettuola: «la prossima volta che ci vedremo sarà per il parto». Se la sfortuna esiste, vorrei sapere se ce l’ha trasmessa l’importuna infermiera o il santino che per noi era un pezzo di carta meritorio di miglior destino. Poi i tentavi di sfidare una natura che ha provveduto a servirci il suo risoluto diniego. Senza esito, abbiamo affidato i nostri corpi alla scienza schiacciando sempre più le nostre anime nell’abisso.  

L’uovo con zaino è nel carrello. Amazon promette che arriverà questo giovedì, in tempo per la festa. Cambio l’indirizzo. Metto quello dell’ufficio, la mia dimora più vera. Rileggo il messaggio per essere certo che non ci sia altro. Solo il saluto di mia moglie. Un emoticon, il cappellino a cono in testa e la lingua di Menelik tra i coriandoli. Compendia felicità, forse per l’impegno finalmente depennato dalla sua to-do list. 

Io, dall’altra parte dello schermo, penso solo che il regalo non è destinato a una figlia nostra e, anche a me stesso, riservo quell’indulgenza necessaria a non disapprovare una meditazione egoista: perché a noi? Noi, se un noi c’è ancora.

Un noi molto più vago adesso, stretto dentro confini netti che da singoli abbiamo solcato a danno di una connessione che è sempre stata indissolubile. Io e tu – non più noi -, promotori di tutto ciò che è azione, frenesia del quotidiano, sovraccarico di incombenze che ci permettono di non perire al silenzio portatore di riflessioni amare e poderosi scontri. 

Carlo Rossi

Carlo Rossi è incostante ed irrequieto, ma ha pazientemente scritto racconti per diverse riviste. Ha usato uno pseudonimo per il suo racconto più lungo selezionato da una nota rivista cartacea.
Dal 2012 è iscritto presso l’ordine dei giornalisti.
Accreditato quale fotografo ha seguito svariati concerti lì sotto palco.
Ha vinto un premio fotografico internazionale, ma non vuole proprio dire quale.

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