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ANTROPODISCO
Nicola Ianuale

Sai, la discoteca è un po’ come la savana, e io sono troppo introverso per cacciare.

Mi diverto però a studiare le dinamiche: sono un antropologo-giraffa, allungo il collo e osservo.

È così che ti ho vista: viso angelico, tratti morbidi e delicati, labbra sinuose, sguardo dolce che promette un mondo. I tuoi capelli ondeggiano e la mano vibra quando li spingi all’indietro. Volteggi aggraziata sotto una pioggia di colori: giallo, rosso, verde, blu. Muovi le gambe, il bacino e la gonna circoscrive uno spazio solo per te, come se il locale fosse una tela bianca e tu l’artista. 

Una leonessa. 

Non me la posso permettere, dico. 

Fa’ quel che devi e poi si vedrà, ribatte l’alcol. 

Allora metto in pratica i miei studi: un’occhiata furtiva, poi un’altra, mi avvicino – piano, al ritmo della musica – e inizio a ballarti accanto. Eri con delle amiche e non so neanche come fossero; avevo occhi solo per te. 

Ricomincio con gli sguardi, i passi e la finta disinvoltura. Tu che muovi la testa e ogni tanto ti giri. Ci incrociamo e mi sorridi, o forse no? Dovrei crederlo? Convincermi? Dannata autostima.

So raccontare storie, ma non so raccontarmele.


La savana vorrebbe che il predatore attacchi la sua preda. Dovrei provare a ballare con te dal nulla, o fingere di scontrarci, chiederti scusa e parlare. 

Terza opzione, la più fattibile, se solo avessi un po’ di faccia tosta: presentarsi direttamente.

– Ehi. Piacere…

– Ciao. Io sono…

– Ti ho visto e…

– Ma grazie e…

– Posso offrirti un drink?

Sarebbe molto più semplice se non fossi una giraffa. 

Mi servirebbe la sfrontatezza delle alte gerarchie, come i ghepardi, loro sono rapidi nel passare da una preda all’altra, vogliono cacciare, hanno il naso strafatto di sangue, di testosterone. Tentano approcci multipli per vie dirette.

Di ghepardi ne vedo un po’ – il resto sono zebre, agiscono sempre in gruppo, lasciando le iniziative singole agli altri – ma nessuno si avvicina a te. 

Tu sei una leonessa, non sei per tutti, nemmeno per me.

Devo provare. 

Niente sguardo altezzoso: danzi nel vuoto, come se la forza di gravità non esistesse. Ti giri ancora e con un altro sorriso sfuggente. 

Le luci intermittenti attizzano l’atmosfera, rendono tutto frammentato, rompono la continuità dell’occhio. 

Mi appari e scompari, ti appaio e scompaio. 

È il gioco della savana, l’eccitazione del momento. 

Fanculo le giraffe, dico, questa sera voglio fare il leone! 

Lui sceglie, pretende, ottiene. Può tutto. 

Eccolo che arriva, il leone, mica io. 

Con la sua stazza – sguardo risoluto, passo deciso – sbaraglia tutti per farsi strada.

Ora è di fronte a te. Sorseggia il drink e ti parla. 

Sarà il tuo fidanzato per come si è avvicinato, o un conoscente, e invece dal labiale leggo un nome. Vi stringete la mano e cazzo! Si è pure presentato!

E mentre io rimugino, lui agisce. Ti parla all’orecchio e sorride. È fatta, dico. 

Leone uno, giraffa zero. 

Intanto una ragazza mi si butta addosso, finisce col fondoschiena sul mio… e dai, hai capito. Poi si gira, agita le braccia e, anche un po’ schifata, dice no. 

Oltre al danno, la beffa. C’è di buono che hai visto tutto e ti sei messa a ridere.

I miei amici, invece, sghignazzano come matti. 

Loro sono iene, accumulatori seriali di carcasse rimorchiate. A fine serata faranno la conta, e per giorni mi sorbirò i loro racconti. Non importa il chi; contano i numeri. Vorrebbero portarmi a caccia con loro, ma io resto qui a osservare.

Il leone si allontana! Tu fai spallucce e col corpo sembri dirgli: che ci vuoi fare

Lui dissimula e pensa a qualche insulto, perché figurati se puoi rifiutare uno come lui.

Io esulto: Dio esiste e beve gin tonic sul cubo della discoteca. 

Il leone fa il percorso inverso: sbraccia verso altre prede, quelle che per lui sono gazzelle, facili bersagli.

È il mio turno. Ripasso il database mentale sulle tattiche della savana: ripenso agli approcci risoluti dei ghepardi, oppure a quelle zebre che vanno di gruppo in gruppo chiedendo una versione esplicita del “Lo conosci Ted?”, ovvero “Vuoi scoparti Ted?”

E Ted, finto imbarazzato, si scusa per i suoi amici e inizia a parlare. 

I miei amici nemmeno li prendo in considerazione.

Con la coda dell’occhio ti intercetto mentre sparisci fra la folla. 

Sono rimasto lì, piantato per terra, però pensavo a te! Non sono adatto a fare il leone, né il ghepardo, né la zebra o la iena.

Ora sono al bar. 

Faccio colazione e scrivo. 

Fuori dalla discoteca risalterei: qui un leone equivale a una giraffa e una giraffa a un leone.

Potrei cacciare senza essere un predatore. Andrei bene così.

E se ti vedessi entrare? Immagini che scena?

Io ti guardo, tu mi guardi e prendi posto al tavolino di fianco al mio. 

Giochiamo alla complicità dei sorrisi. Aggiusti una ciocca di capelli dietro l’orecchio. Entrambi sappiamo ciò che nessuno dice. 

Parliamo con una scusa, ti invito a sederti accanto a me. Lo fai e stiamo bene.

La giraffa osa: «Stavo proprio scrivendo di te».

Ti mostro il taccuino e arrossisci, hai gli occhi che si illuminano. 

Non ci credi, è impossibile. Queste cose, pensi, accadono solo nei film. Allora io…

Suona il campanellino sopra la porta. Entra qualcuno. Magari tu.

Nicola Ianuale

Nato nel ’95 e laureato in Lettere. Le mie grandi passioni sono il cinema, la Storia e la letteratura. Mi definisco “malato di curiositas”. Ho scritto per anni articoli di Storia per Vanilla Magazine, di cui sono stato anche direttore responsabile di un’omonima rivista cartacea da me ideata. Attualmente frequento un Master Treccani in Editoria e un corso di Narratologia presso Itaca colonia creativa. Ho pubblicato su Amazon un romanzo e un saggio, e un racconto su Linoleum. Due miei articoli, “Una vita sul patibolo: Mastro Titta, il boia di Roma” e “L’invenzione della sedia elettrica e l’agonia del primo condannato a morte”, sono presenti nell’antologia “L’ultima ora: la Storia dell’uomo attraverso la pena di morte”, edito da Cairo Editore. Gestisco
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