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ECDISI
Simone Brizzi

Berlino è nera di notte. 

Le luci dei lampioni danno un riferimento a chi la attraversa, ma non tagliano l’oscurità densa delle Strasse e delle Allee. 

Dal balcone l’acqua della Sprea manda riflessi catrame e viene solcata a intervalli regolari dalle party boat : quella techno, quella degli anni ottanta, quella italo disco. 

I partecipanti si agitano tra le luci stroboscopiche, urlano “reach out and touch fame” o “come è bello far l’amore da Trieste in giù”.

È un teatro mobile che attraversa il sipario dello sguardo, poi il buio lo inghiotte: se non l’hai visto non c’è mai stato. 

Nel silenzio ascolto le risate delle volpi, non capisco se litigano o giocano.

Non so cosa ci faccio sul balcone, mi aspetto una voce nell’orecchio che mi dica cosa fare, non arriva; se il flusso dei pensieri è una linea, per quanto involuta e caotica, in questo momento il mio è una barchetta in mezzo alla tempesta. 

Mi ritrovo spesso sul balcone, attraverso concetti che mi convinco di dominare perfettamente nel loro funzionamento: il lavoro, la società, la scrittura, le relazioni. 

Vedo le connessioni: il tappeto si srotola sotto i miei piedi, inseguo motivi spigolosi, fiori geometrici, colori contrastanti, finché il pensiero passa e me ne dimentico. 

Mi ritrovo coi piedi freddi sul marmo, per poco, perchè subito dopo ne appare un altro: i disegni si ripetono a catena, così come i contrasti, i bordi sono più netti tra le forme e lo sfondo, la sostanza che lo compone è più morbida. 

Si sfila anche questo, è un pensiero diverso, ma il destino è lo stesso.
~

Sono sul letto, non so come ci sono arrivato.

Il tempo si contrae: sono in un posto che ho conosciuto bene e i luoghi e le persone che ho frequentato diventano una stanza affollata. 

In questo stato non la scampo mai: scelgo sempre la carne. 

Le immagini finiscono per rompere l’argine e scorrere una dietro l’altra: le prime sono spudorate, estreme, sono quelle che mi fanno contrarre in spasmi animali quando vengo. 

Riesco a concentrarmi su altro solo dopo tre o quattro orgasmi. 

Diventano più innocue a mano a mano, fino a che mi sento completamente sconfitto. Vorrei solo mani che mi accarezzino il volto, labbra a chiudersi sull’incavo tra zigomo e orbita, dove il viso ha due conche fatte apposta per i baci, vorrei il calore di un corpo accanto al mio. 

Mi stendo sul letto con le braccia lungo i fianchi, sono un’offerta all’universo. 

Penso a tutto ciò che mi ha accarezzato e i pensieri cambiano colore. Quelli che prima erano rosso sangue o viola pellelivida ora sono un pisolino sotto al sole, con lo stesso tono della luce che attraversa le palpebre chiuse. 

Apro la finestra per accogliere i suoni. Alzo le lenzuola fresche sotto al collo, sento l’odore del detersivo. 

Le volpi stanno giocando e ridono di gusto, ora ne sono sicuro. 

Non sono mai stato bravo ad esprimermi per davvero: i segni neri che imprimo sul foglio sono una preghiera di bocche che si muovono mute, la mia processione funebre. 

Mi avvolgo nel lenzuolo, lo spazio attorno è caldo e rosso. 

Preferisco che le cose succedano senza di me, sono una crisalide.
~

Come spesso capita il venerdì sera, arrivano i guaiti della vicina, echi attraverso il muro che fanno vibrare la mia ninfa, le urla la aiutano: esprimere una sensazione positiva la potenzia, è inevitabile. 

Viene sempre allo stesso modo e invidio l’urgenza nella voce: parte da un mugolo e l’intonazione si fa sempre più disperata.
~

Voglio che questo sia l’ultimo giorno. Il pensiero mi attraversa e mi calma. Voglio perdonare ogni cosa, per questo i fantasmi si mettono in fila.
~

Arriva Julia, coi suoi occhi azzurri e tristi, dice: «Tutti cercano questa cosa». 

Anche Anna ha gli occhi azzurri ma gentili, lei guarda le cose come un fenomeno che succede, e noi siamo un fenomeno che reagisce: «Bisogna andare a caccia». 

Elettra è un animale ferito e feroce, con gli occhi neri, ho paura che potrebbe farmi a pezzi, invece dice: «Dovevi pensarci prima».
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Sulla questione ho bruciato milioni di sinapsi, ingoiando pillole e inalando polveri, ore e ore di terapia passate con Anna a braccare un animale che non vuole farsi prendere. 

Ho sviluppato forti sospetti e sento di dire anche qualche certezza. Eppure sono pieno di terrore ogni volta che ci penso: il ripetersi della carneficina, quello non lo potrei sopportare. 

L’amore è una guerra, per questo posso perdonare le frasi che mi ripeto: non serve a niente, sono stupido a desiderarlo, sono più forte di questa cosa. 

Ho conosciuto un funzionario dell’Ambasciata di Berlino, un ufficiale congedato dopo l’attentato di Nassiriya. 

Era lì quando è esploso il camion, ha visto i suoi compagni venire squartati e ridotti a brandelli di carne e organi. 

Ha detto che le cose non sono più tornate come prima: io mi sento così. 

Ha detto «Il dolore non va mai via, puoi solo imparare a conviverci». 

La vicina sta venendo di nuovo, mi eccita ascoltarla. 

Quando mi avevano chiesto di dare da mangiare al gatto, avevo trovato la casa più normale che avessi mai visto. 

Tutto era al suo posto: i libri sullo scaffale non li aveva mai letti nessuno, i soprammobili erano quelli che si comprano nei negozi. Avevo cercato qualcosa di straordinario, ma c’era un poster di Van Gogh e uno della Monnalisa. Non avevo trovato niente, nemmeno nella cesta dei vestiti sporchi. 

Mi ero convinto che questa coppia l’avessero tirata fuori da una confezione: togliendo la plastica trasparente e tagliando le fascette da polsi e caviglie.
Vorrei essere come loro, voglio il loro sesso e il loro senso del normale. Mi agiterei se non fossi avvolto nel lenzuolo, ma sono ancora calmo, è l’ultimo giorno e si avvicinano altri fantasmi.
~

Arriva quella che mi ha cagato in bocca e che si è arrabbiata quando non sono riuscito a mangiarla. Viveva soltanto nel suo cervello, io ero un effetto del suo pensiero, per questo era arrabbiata: non avevo obbedito.

«Avevi promesso»,  grida, «avevi promesso!».

Ecco mia madre, con la prepotenza che la contraddistingue, ha gli occhi verdi e pieni di dolore: «Avere qualcuno accanto ti farebbe bene» e lo dice come se tutto quello che mi è successo fosse la conseguenza di non aver fatto ciò che voleva. 

Anna, rimasta a guardarmi, aggiunge che le persone in una relazione vivono più a lungo, è un dato statistico.
~

Sono a un passo, voglio uscire dall’esoscheletro del lenzuolo. A fatica mi spingo fuori dalla muta e aspetto che il vento notturno mi asciughi, poi sono pronto.

Una coppia attraversa lo spazio sottostante: lui emette quel verso che odio, quello che fanno quando qualcosa li sorprende in maniera negativa. 

“Häè?”, in crescendo, dal basso all’alto. 

Lei risponde «Glaub Mir»
~

Gli volo sopra per artigliare le teste, ma i suoni sono già lontani. 

Sorvolo gli alberi che danno sulla Sprea: le volpi sono due macchie arancioni che si inseguono tra i fusti, si acquattano nell’erba e si tendono agguati. Alzano lo sguardo, mi fissano e ridono ancora: di come i miei pensieri inciampano e si dissolvono, ma fino a un momento prima erano definitivi. 

O ridono di me come uomo, della mia prigione. 

A loro i pensieri non servono. Le guardo inseguirsi e sparire dietro a un cespuglio. 

Da questa prospettiva, il senso è un problema del tutto umano.
~

Prendo quota. 

L’aria è calda, mi innalza e i palazzi rimpiccioliscono fino a confondersi: rimangono soltanto macchie di luce e oscurità, anche ciò che si muove rallenta. Potrei scendere in picchiata, cercare qualcosa di caldo o schiantarmi sul cemento, ma quello che vedo mi sospende nel cielo: da qui la città è un gigantesco animale in decomposizione, percorso da parassiti che formicolano dappertutto. 

Riempio gli occhi della sua decadenza, dei movimenti inutili di ogni microorganismo che brucia l’aria e buca la notte coi fari, che sono piccoli chiodi bianchi, o brancola strisciando sotto i tondi luminosi emessi dai lampioni, che diffondono per le strade una luce spettrale e gialla. I vapori salgono dalle torri di raffreddamento, fumi pigri di sigaretta che escono da bocche nere, hanno l’espressione stupefatta. 

La Sprea è una vena blu scuro che inghiotte e rimanda i bagliori freddi delle luci elettriche. 

Discendo in una spirale larga, osservo la realtà che si ridefinisce sotto di me: le macchie che ritornano ad essere costruzioni, alberi, strade, i microorganismi che diventano persone. Il palazzo dove vivo si ingrandisce, la finestra nera mi inghiotte e il materasso mi abbraccia.
~

La vicina ha smesso di guaire, le volpi di ridere, anche i fantasmi tacciono. 

Chiudo gli occhi, mi concedo un altro giorno. 

Simone Brizzi

Simone Brizzi è vicino ai quaranta, vive a Berlino, viene dalla provincia e scrive per conseguenza. 

Mail: simone.m.brizzi@gmail.com

Instagram: @simone_brizzi

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