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POPPE ROSSE
Claudia Conte
Appena scesa dal treno in Stazione Centrale mi sono girata una sigaretta.
Quattro ore di treno mi hanno messa in agitazione, ho provato a ingannare il tempo truccandomi in modo minuzioso, ma l’operazione sarà durata cinque minuti al massimo. Quando sono nervosa, mi sembra di essere ancora più veloce nelle mie azioni. La tensione si accumula nelle mani, forzo le dita a chiudersi, prendono la forma di una conchiglia oceanica; chiedo loro di prepararsi a reggere il peso ridicolo del mascara: il pennello apre le ciglia e le accompagna, prima su poi giù, quanto basta per colorarle di nero. Mi osservo nello specchietto minuscolo che ho poggiato contro il sedile, le labbra serrate in una smorfia che mi rende brutta. Le riporto immediatamente in un’espressione composta, come quando qualcuno ti sorprende a mettere le dita nel naso da bambina.
Non voglio sembrare troppo brutta, non devo sembrare una strana.
Chiedo ai miei muscoli ancora uno sforzo: la bocca si apre autonomamente mentre passo con il polpastrello un po’ di lucidalabbra, colore rosa, effetto nude.
Non voglio sembrare troppo truccata, non devo sembrare una troia.
Sento il collo dolente, come se l’intera testa pesasse molto più di quando sono partita; faccio dei piccoli movimenti di lato, per rilassare le spalle, ma tutte le energie della mia mente sono impiegate per non mandare in pezzi la mia figura.
Devo solo aspettare, mi ripeto, fin quando ciò che mi agita non sarà finito.
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A volte mi immagino fatta di parti galleggianti, scollate leggermente fra loro, con interstizi piatti simili alle fughe delle piastrelle; le volte in cui succede, mi muovo come il pupazzo di quel gioco di quando ero bambina: lui veniva fuori da ogni parte ed io dovevo tappare i buchi prima di lui.
Con una mano reggo una porzione di me stessa, contemporaneamente da un’altra parte qualche pezzo collassa.~
In questo moto perpetuo, saltello di qua e di là tutta concentrata: così mi tengo unita.
La strada che porta dalla stazione a casa sua è di circa trenta minuti, la percorro a piedi: sono in anticipo e me ne vergogno.
Una delle cose che mi ha sempre resa insicura è la mia puntualità: quando arrivo troppo presto ho paura che gli altri pensino che non ho nulla da fare, la verità è che a me piace essere lì prima per fare un respiro, senza nessuno intorno.
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Sono stata una bambina timida: appena incontravo qualcuno, anche un parente che conoscevo bene, il mio viso si infuocava.
Poppe rosse mi chiamava zio, e subito sulle guance mi ci passavo le mani: le appoggiavo prima alle gambe di metallo del tavolo di formica per raffreddarle, poi mi facevo degli impacchi sulla faccia. Non funzionava, ma a me quel gesto sembrava concedesse tempo per cancellare quelle macchie.
Negli anni, le poppe delle quali si accorge la gente sono diventate altre, e io all’inizio nascondevo pure quelle: «ti farai venire la scoliosi a stare tutta curva a braccia conserte», mi ripeteva mia madre.
La schiena dei miei trent’anni è decisamente messa male, ma le tette sono uno splendore.
Non mi piace metterle in mostra ma voglio che si notino, mi diverto a scorgere negli occhi delle persone stupore e eccitazione quando rivelo una quarta abbondante.
Lo dico con nonchalance, fingendo imbarazzo.
«Ma dai, non si vede affatto», dicono.
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Fingo noncuranza, ma poi sto tutta impettita per farmele scovare, sotto maglioni pesanti e in mezzo alla mia costituzione minuta. Far scoprire i lati migliori di me per caso mi ha aiutata a prendere tempo, a difendermi dalla timidezza, esponendoli in modo calcolato ma naturale, plasmando il tempo come decido io.
Per questo arrivo in anticipo ovunque vado: provo a farmelo amico, il tempo.
Per questo quando bacio qualcuno sono delicata e dolce: all’altro viene voglia di abbracciarmi, accudirmi. Mi basta il tempo che quella persona si faccia un’idea di me incantata, il tempo necessario per farmi etichettare come qualcuno a cui non si può fare del male, per poi servirgli un’altra parte di me.
Non è sempre la stessa, a dir la verità, basta che sia opposta a quella che ha visto: a volte divento sadica e saccente, altre volte lo sconvolgo con una sessualità violenta.
Quello che è certo è che non posso permettermi di essere la stessa per troppo tempo: finirebbe per stancarsi, per andare via.
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Con Edo era andata così, le prime volte che siamo usciti mi sono presentata a lui come un esserino fragile e raggomitolato; fingevo di aver freddo per farmi scaldare, tiravo le maniche fino a stringerle nei pugni, volevo che pensasse che fossi sempre sull’orlo di spezzarmi.
Volevo che mi contenesse, che fossi una sua responsabilità.
La sua presenza rassicurante mi aveva dato un po’ di serenità: non avevo una famiglia alle spalle, Edoardo era la cosa più vicina a quello che avevo sempre immaginato.
Non so dire se abbia mai visto tutti i lati della mia personalità, non sono certa neanche gli piacerebbero; a volte poi, quando sono su di giri o bevo troppo, mi guarda come se non mi avesse vista prima di quel momento.
Mi fa paura quello sguardo, sembra mi veda dentro, che mi buchi la pancia, che mi trapassi i muscoli, le ossa e non resti più nulla di privato.
E mi sento brutta.
Quando capita lo abbraccio subito, per nascondermi dentro di lui, ma poi mi resta un senso di vergogna addosso che non se ne va per qualche giorno, assomiglia alla colpa ma è più confuso.
Quando succede che mi lasci andare in quel modo, non faccio sesso con lui per un po’. Non evito di farci l’amore per punirlo, anche se vorrei; mi masturbo più volte al giorno, finché il mio corpo non diventa che un recipiente completamente vuoto.
Non sono mai riuscita a dare a qualcuno il potere di farmi sentire così fragile e di scoparmi nello stesso tempo.
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La strada verso casa di S. è un viale largo e trafficato, ho camminato così in fretta che continuo a essere in anticipo.
Sto andando da S., un uomo che non è Edoardo; non è la prima volta che ci vediamo ma è la prima volta che vado da lui.
Mi fermo davanti a una vetrina a caso, fingo di essere interessata a qualcosa che non vedo davvero, recito una parte solo con me stessa.
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Il mio riflesso mi incuriosisce, mi sembra di avere qualcosa sul mento, mi avvicino al vetro: da dentro qualcuno mi sta guardando, non l’avevo previsto.
Divento rossa in viso in pochi secondi, mi allontano.
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L’anticipo mi pesa addosso come un cappotto troppo grande, eppure mi sento completamente nuda, come se chiunque potesse intuire che sto solo aspettando; è l’unico modo che conosco per gestire questi incontri.
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S. non è Edoardo.
Non lo conosco abbastanza da sapere che ruolo darmi, quale parte di me mostrargli per prima: è un territorio inesplorato, mi eccita e mi terrorizza insieme.
Nelle conversazioni che abbiamo avuto in queste settimane c’era qualcosa che riconoscevo di me stessa, come se S. avesse conosciuto la me bambina. Mi chiedo se con lui riuscirò a essere qualcosa di più di un gioco di provocazioni intelligenti e rivelazioni studiate.
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«Come hai fatto a vedermi così bene?», glielo scrivo una sera, ma so che sto mentendo.
Voglio solo che pensi di esserci riuscito: di aver trovato per primo qualcosa di me. Pretendo che si senta un archeologo che scopre una civiltà sconosciuta, che schiacci la mia terra pensando di poterle dare il suo nome.
Quando mi chiede se parlo sul serio, articolo una risposta convincente e breve: su queste cose non fingo mai.
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Non so ancora se si accorgerà di quella parte di me che non sa esattamente cosa vuole, o meglio, che vuole qualcuno che prenda in mano le situazioni, che decida chi posso essere.
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Guardo l’ora. Ancora dieci minuti.
Mi avvio lentamente verso il suo palazzo, come se ogni passo potesse allungare il tempo, sciogliere la tensione nelle spalle. Mi pulsano le guance, butto la sigaretta, mangio una Vivident e mi fermo sotto il portone: respiro profondamente e premo il citofono.
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Casa sua è brutta, si vede che è un uomo che vive solo e da poco.
Non so bene la storia del suo divorzio, cerco di prendere tempo per capire dove sono e lui mi offre un bicchiere d’acqua. Sento i passi nel tinello e approfitto per scandagliare quella stanza in cerca della presenza di qualche indizio, soprattutto su altre donne. Nonostante ci sentiamo solo da qualche settimana, ho l’impressione di dovermi mettere in guardia da lui, anche se sono io quella che ha un compagno.
Un sentimento simile alla gelosia, ma più spietato, mi travolge spesso: voglio essere l’unica ma non posso avanzare nessun diritto.
Quando torna con l’acqua mi rendo conto che indossa dei calzini di spugna ingrigiti dal tempo, ha le mani in tasca ed è in imbarazzo. Io prendo sorsi dal bicchiere come un sommozzatore, sono a centinaia di metri sotto il mare, come la prima volta in cui mi ha scritto: “penso di averti aspettata tutta la vita, ma ora non so che farmene di questa cosa”.
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Io e S. ci siamo visti un paio di volte di persona: la prima era a un evento di lavoro, la seconda qualche giorno fa per una passeggiata. La primavera mi rende confusa, ho la sensazione di una vertigine continua; mentre camminavamo l’ultima volta, in un parco vicino al castello, sentivo che il sangue pulsava più forte. Lo sentivo nelle tempie, sul collo, potevo vederlo irrorare i capillari del torace, ingrossare le vene blu del mio seno bianco, lo sentivo scorrere all’interno delle gambe e rimbombare.
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Ha un neo rosso attaccato alla base della barba, sembra doversi staccare da un momento all’altro, da vicino la forma del suo naso è strana, sembra bitorzoluto, e qualche pelo nero sbuca dalle narici. Lui mi chiede se voglio sedermi sul divano, mette su un brano dei National e inizia a sorridermi: mi guarda come un bambino appena nato, non riesco a distinguere la fisionomia del suo volto, siamo troppo vicini, mi sembra vecchio e giovane allo stesso tempo.
Mi sta chiedendo qualcosa che non dice, resto ferma, ipnotizzata dal suo corpo e dal silenzio. Qualche minuto dopo poggia una mano sul mio polso, mentre ascolto il racconto di un suo viaggio; ho la bocca secca e anestetizzata, è l’amaro dello Xanax messo sotto la lingua prima di salire. Mi accorgo di non aver detto una parola da quando sono entrata. Dopo un paio di brani parte la voce della pubblicità dalla versione gratuita di Spotify: quell’uomo benestante davanti a me è troppo tirchio per pagare sette euro al mese o per comprarsi dei mobili nuovi.
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Il tramonto è uno sputo rosa tra due palazzi.
In questa luce triste tutto sembra stanco, inclusa me stessa. Lui si avvicina, resto immobile, l’unica cosa che riesco a vedere sono i suoi denti, tendono all’indietro come se gli mangiassero la bocca. In questo momento la sua figura mi sembra enorme, non distinguo i contorni; all’improvviso ho le labbra umide, bagnate, qualcosa mi cola ai lati della bocca: mi sta baciando? È un bacio? La barba lasciata lì da qualche giorno mi irrita il mento e il naso.
Sono tutta rossa, e questa volta non è colpa mia.
La musica si è interrotta, in controluce posso vedere i pulviscoli di polvere della stanza, la sua maglia infeltrita, una pantofola abbandonata sotto il termosifone.
Guardo stupita l’orrore della composizione, provo disgusto, nausea, ma non riesco ancora a muovermi.
Allora mi rendo conto: sono completamente bagnata.
Apro le sue gambe come fossero pinze, un movimento unico fa scattare le anche, trovo spazio.
Apro la bocca, forse per abitudine, forse per non deludere nessuno, neanche questa volta.

Claudia Conte, classe ’89, metà pugliese, metà abruzzese. Si occupa di comunicazione per il non profit con particolare attenzione a temi inerenti donne e salute mentale. È un’attivista polemica ma gentile. Insegna comunicazione alla Scuola Holden ed è specializzata in didattica innovativa digitale applicata alla creatività. Nel 2026 uscirà il suo libro illustrato Le Parole nel Pozzo edito da Bakemono Lab. Scrive per la rivista In allarmata Radura per la quale è responsabile della comunicazione.


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