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IL SESSO DEGLI ANGELI
Simone Redaelli 

«I’m a star, I’m a star, I’m a star.

I’m a star.

I’m a star, I’m a big bright shining star».

Dirk Diggler – Boogie Nights, P.T. Anderson

Penso a lei ogni giorno. La sua figura di spalle si riflette in uno specchio a muro al punto che io posso contemplarne il corpo diviso e unito a un tempo. Il sedere nudo, dai glutei muscolosi e maschili, sorretto da un paio di gambe asciutte e tese, velate dal nero delle calze. Il seno pieno e duro, esposto, con i capezzoli piccoli, ben disegnati. E il pene floscio e riverso, scuro, del tutto inadatto ad accompagnare una carnagione altrimenti candida, come quella delle braccia esili, della schiena minuta o del ventre liscio, che hanno la tonalità della perla.

Proprio mentre mi siringo il cazzo affinché stia bello dritto, deve starci a lungo e indipendentemente dalle oscillazioni del mio desiderio, l’accensione della lampada anulare getta sul set una luce opaca che si deposita sul volto di Lola. 

Lola ha un volto che alla luce del sole si mostra fresco e primaverile ma, in questa circostanza, è reso funebre dall’oscurità che gli oggetti di scena le gettano sulla bocca e sulle gote, un’oscurità che fa quasi da contraltare all’aspetto traslucido che emana il suo fondotinta appena impolverato da quel bagliore corpuscolare.

Quando il regista grida «Azione!», il mio cazzo è eretto in tutte le sue venature: farebbe invidia persino alla più alta e meditata intenzione del più illuminato fra gli scultori, tanto è marmoreo. 

Lo spingo dentro Lola, e lei inizia a solfeggiare gemiti ragionati ed esperti mentre la luce della lampada le azzera le pupille. 

«Sono vecchia, Jack?»

Lola ha vent’anni.

«Secondo me ti sto scopando come una maledetta vecchia, Jack!»

Sussurra ansimando con voce greve e allenata, al punto che per trovare un guizzo d’eccitazione devo sfiorarle coi polpastrelli la peluria sottile e invisibile che le cresce proprio dove, di norma, crescono i baffi agli uomini.

«Stop!»

Penso ancora a lei. É davanti a quello specchio a muro e, quando si volta, il suo viso femminile si scompone in due profili ben distinti: nella realtà dei miei occhi, una rada peluria ne sporca la guancia fin sopra lo zigomo; nel riflesso dello specchio, il trucco ne soffoca i lineamenti e ne appesantisce le ciglia. Mi sta facendo l’occhiolino. Sorrido di rimando, avrò dieci o undici anni, un accenno di erezione si fa strada nei pantaloni.

«Mi fa male il cazzo, Lola.»

«Questo perché sai sbattermi come si deve.»

«Lo faccio da troppo tempo.»

«Sbattermi?»

«No, questo lavoro.»

Lola mi guarda, s’è appena portata alle labbra una sigaretta ancora spenta e la luce rossa che pulsa nel ristorante, un giapponese in Paolo Sarpi dove consumiamo sempre le nostre cene dopo il lavoro, me la rivela, a intermittenza, per quella che è, per lo meno di notte: una bellezza secca e autunnale. «Vuoi tornare per strada, Jack?»

Nel ricordo, non appena lei mi fa l’occhiolino, mio padre sbuca da una camera e inizia a prenderla a schiaffi. Lei cade a terra e lui le assesta un paio di calci, le dice che non deve mai guardare il bambino. La mia eccitazione, ora mista a orrore e sgomento, cresce, mentre la vedo ripiegata e inerme, e la mia erezione prende forma e preme dura nei pantaloni. Dopo poco però mio padre la tira su da terra, le chiede candidamente scusa e le dà un bacio. Poi la copre con il suo cappotto, quel cappotto lungo e nero, che le nasconde il corpo fin sopra le caviglie. Mi ritrovo a seguirli con lo sguardo mentre escono di casa a braccetto.

Fuori dal ristorante mi lascio condurre dalla mano morbida e infantile di Lola lungo l’acciottolato moderno del quartiere più soffuso della notte milanese, nella quale mi sono perso così tante volte da non ricordarmi più come sia poi riuscito a salvarmi. 

«Jack, non ci pensare. È acqua passata, Jack…»

Nel ricordo decido di seguirli fuori di casa, ma mi tengo a distanza. Milano è buia e deserta. Giunti nell’immenso piazzale della Stazione Centrale, lei e mio padre iniziano a litigare. Lui le butta addosso qualche banconota. Lei si piega a raccoglierle. Poi lui entra in stazione e scompare dalla mia vista. Come altre sere prima di questa, mi faccio coraggio e mi avvicino. 

«Parlare del nostro lavoro, Lola, è come discutere del sesso degli angeli.»

«Sono io il tuo angelo. E adesso guardami.»

Lola è nuda, in piedi di fronte a me, e dalla sua schiena si protendono due ali argentee e piumate che, al fioco tremolare della lampadina a soffitto della sua stanza, ondeggiano lente e paiono come respirare, e batter vive. Lola ha un ventre adolescenziale, morbido, ma la presenza, attorno ai suoi fianchi, di una cintura fallica che culmina con un poderoso dildo color della perla, rende la sua figura al contempo dolce e feroce, della pericolosità tipica delle fiabe.

«Rilassati Jack, stasera conduco io.»

Le tiro il cappotto e abbraccio una delle sue gambe forti. Lei mi passa una mano fra i capelli e sento il ruvido dei calli, il peso del palmo largo, delle dita possenti. 

Poi una macchina entra nel parcheggio della stazione e accosta a breve distanza da noi. Lei si abbottona il cappotto lungo e nero.

«Torna a casa, Jack.» 

Mi accarezza il viso, mi fa l’occhiolino e sale in macchina.

Quando Lola mi penetra da dietro sento formicolarmi dentro un bruciore indeciso ma crescente che ben presto si ramifica in getti zampillanti di calore, capaci di innervare il mio corpo di un abbraccio ondivago e materno che si fa strada fin dentro il cuore, e commuove. Inizio a piangere.

«La tua mammina ti vuole bene, Jack.»

«Ti amo, Lola.»

«Oh no, ti manca solo la tua mammina.»

Penso a lei che non torna più a casa. Ogni tanto sento mio padre piangere nel silenzio della sua camera. Milano è sempre buia e deserta quando, di sera in sera, torno al piazzale della stazione. Ma lei non c’è. 

Adesso sono nudo, in piedi davanti all’enorme specchio a muro della stanza di Lola.

«Faccio questo lavoro da vent’anni. E non c’è da scherzare: ho visto gli angoli più immondi e licenziosi di questa città. E non è stato facile, lo ammetto. Ma se c’è qualcuno che vi può dire come ci si costruisce un futuro, come si diventa liberi, beh, quel qualcuno sono io. E non è questione di superbia o di vanità: sono uno che va dritto al punto. Non ti tirano su da viale Sarca o viale Abruzzi o via Melchiorre Gioia per trasformarti in una star, se non hai del talento. Soprattutto quando sei solo un ragazzino. Insomma, mi conoscete. Con me non si scherza. Non si scherza con Jack Angel.»

Punto il dito davanti a me, poi mi giro, verso Lola: «Sono il vostro angelo. Il vostro angelo. Il vostro angelo».

Il mio cazzo è teso, sprezzante, luminoso, mentre me lo meno a qualche centimetro dagli occhi di Lola.

«Sono il vostro angelo piovuto dal cielo.»

Simone Redaelli

Nato nel 1991, Simone Redaelli è un (ex) biologo molecolare che lavora come Medical Writing Manager per un’agenzia di comunicazione scientifica a Milano e come Ricercatore in Bioetica all’Università di Zurigo. Suoi racconti sono apparsi su riviste letterarie quali Nazione Indiana, L’Appeso, Argo, L’Equivoco, biró e Rivista Blam.

Mail: simred@hotmail.it

Instagram: @sim.redaelli

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