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TUMULO TELLUS
Leonardo Castoro
Lo tenevano, uno dai piedi, l’altro da sotto le ascelle. Inciampavano spesso sul terreno smosso. Cadeva loro di continuo. Lo raccoglievano e riprendevano a camminare tra gli ulivi. Il sole era alto. Litri di sudore colavano a entrambi, sulla fronte, lungo la schiena. Le magliette erano zuppe, le gambe infuocate nei jeans rattrappiti. Le cicale non la finivano di cantare.
– Oh, ma lo stai tenendo, Vi’?
– Secondo te?
– Prendilo da più sopra, lo sto tenendo tutto io.
– Vaffanculo, Ro’.
– Ti sto solo dicendo di prenderlo da più sopra, dalle ginocchia, che cazzo ne so. Così il peso grosso lo sto portando solo io.
– Allora facciamo a cambio, va bene? Così vediamo chi lo sta portando, il peso più grosso.
– Ma che cazzo t’incazzi a fare, Vi’? Tu non ti stai sporcando tutto, porca puttana!
– Certo, perché c’ha il vestito della domenica, il galantuomo.
– Lo tieni dai piedi! Prendilo meglio, ergo ci spicciamo prima. Questo sto a dire, porca troia.
Vito lo afferrò dai polpacci.
– Erga, contento, mo’?
– Sì, mo’ muoviamoci.
Passavano da un fondo all’altro. Superarono un enorme trullo sfondato, fino a raggiungere una selva, una striscia incolta tra un campo d’ulivi e uno di grano. Lo lanciarono oltre il muretto a secco. Scavalcarono. Era caduto in un rovo di spine, tra gli sterpi. Si punsero, per riprenderlo. Bestemmiarono per un quarto d’ora. Ce la fecero. Lo riagguantarono sempre nella stessa maniera. Percorsero un tratto della selva, dove si faceva più fitta. Lo buttarono sotto un tronco e cominciarono a scavare a piene mani.
– Lo avevo detto io, che ci dovevamo portare una zappa.
– Sì, Vi’, e come ce la dovevamo accarisciare dietro, eh? Dimmelo tu.
– E che cazzo ne so, un modo lo trovavamo.
– Seh, seh… mo’ scava e basta.
Ansimavano, senza dirsi più nulla. Ad un certo punto, si fermarono. Lo presero e lo gettarono nella fossa, ma era troppo piccola, scavata più ad imbuto che di lungo.
– Dici che esce qualcosa, Ro’?
– Mi sa di sì. Qua vengono pure a cacciare coi cani, quand’è.
Parlavano a stento, col fiatone. Si guardarono e capirono. Lo ritrascinarono fuori e tornarono a scavare.
– Ma chi cazzo me lo doveva dire, oggi, per un negro di merda…
– Dobbiamo stare più attenti, con quelle cimatrici del cazzo, Vi’.
– Devono stare più attenti loro.
Finirono di scavare in lungo e in largo. Il sole stava calando. Il cielo era rosso fuoco. Scatarrarono. Si rialzarono, lo riafferrarono e lo gettarono a pancia in giù nella fossa. Ora andava bene. Cominciarono a ricoprirlo.
– Parla più forte, Ro’, che hai detto?
– Non ho detto niente.
Si fermarono di colpo. Si guardarono attorno. Tesero le orecchie. Dal cumulo sotto di loro, provenivano dei lamenti strozzati. Si fissarono negli occhi, per un momento. Poi ripresero a gettarci sopra la terra.

Sono nato a Terlizzi nel 2001. Sono laureato in Lettere e frequento Filologia moderna presso l’Università “Aldo Moro” di Bari. Ho pubblicato il romanzo Il secondo regno (Transeuropa, 2025) e alcuni racconti su Malgrado le mosche, Crunched e Smezziamo.
Mail: leocastor@outlook.it


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