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ANAGRAMMA
Giulia Dovico

Hai preso appuntamento per visitare una casa senza il mio consenso. Di nuovo. Ne abbiamo parlato tante volte e siamo giunti alla conclusione che non è il momento. Eppure, hai fatto di testa tua. La verità è che io per te non esisto. 

Lo sappiamo entrambi che l’appartamento da visitare non è mai solo per te. Tu vedi solo la tua voglia di spostare tutto ciò che abbiamo in uno spazio più grande, più luminoso, più nostro. Vedi la proposta di matrimonio che non arriverà – abbiamo discusso anche di questo – ma tu non smetti di crederci. Il problema è che fai di tutto per portarmi in quel tuo mondo fatto di polpette dell’Ikea, di pigiami coordinati e di frasi al plurale. Un mondo dove l’orologio biologico ticchetta più forte della realtà e io dovrei farmi piccolo e assecondarlo, come una lancetta obbediente.  «Non ci casco, Anna» ti rispondo ogni volta che mi trascini a vedere un appartamento a Monti, o in qualche quartiere da ricchi. 

«Puoi anche non venire, se non ti va» replichi quasi sempre. 

Il punto è questo: non posso. Non venire significherebbe ammettere di essere il fidanzato egoista che, dopo sette anni, non è pronto a investire in una relazione stabile, come la chiami tu. Sarebbe un atto di ribellione verso i tuoi sogni, così delicati, che mi farebbe passare per quel miscuglio di stronzo ed eterno bambino che piace tanto alle donne, a quanto pare. 

Non venire a vedere questa casa non è un’opzione, lo capisci? Perché tu sei perfetta, palindroma e hai scelto me, proprio me, per condividere i pancake mollicci al latte d’avena della domenica mattina e gli scarti che butterai nell’umido, le lenzuola stropicciate che sanno di bucato, ma anche la polvere nel letto contenitore, tra la tua valigia viola di quando avevi ancora voglia di viaggiare e le scatole del cambio di stagione che non hai messo in vendita su Vinted. Non posso deluderti, quindi vengo a vedere l’ennesima casa nostra che ti impedirò di comprare.

So già come andrà: tu noterai solo la bellezza, io solo i difetti. Sarai rapita dalla luce che scoppia in casa come un tuorlo impazzito, dagli ampi spazi invivibili, dal balconcino che affaccia sulla libreria in via Panisperna. Io, invece, non riuscirò a distogliere lo sguardo dalla ragnatela annidata nell’angolo del bagno, dall’inutile corridoio anni ‘70, dal terzo piano senza ascensore. Un copione già scritto, che mi ostino a recitare per te. Guarda cosa mi fai fare, Anna. 

Ti amo anche se ti strangolerei. Ora, per esempio, stiamo andando al matrimonio di Federica e Lorenzo e ho appena imboccato l’uscita sbagliata dell’autostrada. Non per distrazione: per colpa tua. Tu e le tue folli idee mobiliari. La visita della casa è tra tre giorni e io, anche mentre guido, sono costretto a escogitare piani di fuga. Il mio errore mi irrita più di te, premo sull’acceleratore e mi maledico, con gli occhi fissi sulla strada. Dovresti conoscermi, dopo sette anni, invece ti impaurisci come se ce l’avessi con te. Inizi a darmi rassicurazioni che non ti ho chiesto con la tua voce piccola, sembri un cane che vuole farsi perdonare dal padrone per essere scappato nel bosco. Questo tuo atteggiamento mi fa incazzare ancora di più, tant’è che abbasso il finestrino e schiaccio sull’acceleratore, per sentire l’aria negli occhi e vedere il paesaggio fuggire via veloce. Voglio allontanarmi dal mio errore, quello che mi rende cattivo, indegno di stare con me e con te. 

“Succede amore, non ti preoccupare.”

“Non siamo in ritardo, tranquillo.” 

“Nessuno se ne accorgerà.” 

“Scusa se ti ho distratto.” 

Queste parole aleggiano nella tua Toyota CHR bordeaux e mi bucano come spilli. Sei insopportabile e vorrei tanto dirti di stare zitta, ma non posso, perché in fondo stai solo cercando di alleggerire la situazione. Quanto ti piace essere leggera. Forse senti il bisogno di compensare quella che tu chiami pesantezza e io, invece, profondità? No Anna, non è il momento di intervenire. Ho sbagliato strada e devo essere punito per questo. Non mi servono la tua compassione, il tuo sguardo amorevole, le tue soluzioni pratiche. Voglio stare in ciò che mi spetta: lo sguardo fisso, le labbra serrate, i capelli mossi dal vento, le gomme che sfregano sulla strada sbagliata. Lasciami lì. 

Invece no, tu e il tuo vestito di seta verde lime continuate a guardarmi con gli occhi di chi si aspetta una considerazione. Volete essere i protagonisti di questa storia, invece siete solo comparse marginali. Quel vestito ti sta benissimo Anna, cazzo, come faccio a non accorgermi di te, dei tuoi capelli raccolti a chignon con le forcine di perla, del rossetto rosso che non metti mai? Non posso e allora, come sempre, finisco per darti ciò che vuoi. Ti accarezzo una mano, rallento, prendo l’uscita giusta ed è tutto risolto. “Tranquilla, sai che odio sbagliare” ti dico e tu, solo allora, ti rilassi sul sedile e mi vedi finalmente per quello che sono: l’uomo che ti ripara dal macigno della tua vita. Guarda cosa mi fai fare, Anna. 

Al ricevimento finiamo al tavolo con gente poco interessante. Come sempre, non ho fame e mi diverto a inventare anagrammi con i nomi dei nostri compagni di tavolo. Le conversazioni, d’altronde, sono insostenibili. Così Marco Belofanti diventa “Ti fermo al banco”, Vito Busegno “Vengo subito” e Marina Escolin “Non mi lasciare”. Non lo farai, lo so. Mi guardi col sorriso socchiuso di chi riconosce una persona nella sua essenza più bizzarra, tutti trattengono una risata sorpresa e io mi sento finalmente giusto. È bello essere qui con te, che esalti le mie piccole follie linguistiche davanti agli altri e non ti vergogni dei miei interventi fuori luogo. In fondo, tu sei come me. Rifuggi la mediocrità, schifi la normalità e nascondi la tua perversione dietro lo stesso dito angelico che salva gli annunci immobiliari. Per questo hai scelto me: per fuggire la noia delle conversazioni prevedibili, per afferrare le mie dita ruvide sotto la tovaglia e portarle senza avvertimento dentro di te, sotto il vestito di seta verde lime. Sei tutta bagnata. Io mi aggrappo al tuo rossetto rosso e, per un attimo, smetto di pensare. Scivolo nella tua voragine senza incontrare ostacoli. Guarda cosa mi fai fare, Anna. Le tue labbra si schiudono, mentre fingi di ascoltare i discorsi sul mutuo di Marco e Chiara. Posso darti quello che desideri in questo momento, è così semplice. Perché pensare al matrimonio, alla casa da comprare, ai compleanni alle terme, quando possiamo renderci felici così, con un schiocco di dita? Non ti capisco. Non comprendo come tu possa credere così tanto nelle favole, quando tutto si riduce a un sospiro trattenuto in mezzo a una società che ci vuole diversi. Loro ti hanno conficcato in testa quei sogni, ti hanno manipolato e tu ora cerchi di fare lo stesso con me. Sei un anagramma. 

Togli il mio dito e lo accarezzi sotto il tavolo rotondo, vuoi sentire il tuo calore su di me. Non mi guardi, anche la trasgressione è diventata prevedibile tra noi. Il pranzo è infinito e l’odore dell’arrosto con i funghi mi nausea. Gli sposi girano tra i tavoli, lasciando conversazioni inconcluse con tutti e con nessuno. Sembrano felici. Di una felicità che non potrò mai provare e che mi irrita. Lo stesso destino che spetta anche a te, se continui a stare qui. “Vorrei volerlo”, mi ritrovo spesso a pensare. Vorrei volere un matrimonio, una famiglia, una vita tranquilla, senza eccessi o cadute nel baratro. Vorrei amarti come vuoi tu, come vuole la società. Invece a noi tocca una sorte diversa. Siamo così speciali, che riusciamo ad amarci solo per una lunga successione di attimi interscambiabili, dove quello successivo non è mai collegato al precedente. Siamo anagrammi. 

«Guarda come sono raggianti» bisbigli indicando gli sposi con gli occhi. 

«Già, ma quanto durerà?»

«Quanto ti piace vedere il lato negativo, quando non c’è». 

«Se preferisci ti dico quello che vuoi sentirti dire. Che quelli potremmo essere noi se solo bla, bla, bla…».

«Sarei stupida a pensarlo». 

«Allora non ti piaccio più?». 

Fai un sorso di vino bianco e non mi guardi. Hai bisogno di prendere tempo? Di schiarirti le idee? Il modo in cui soppesi le parole fissando il vuoto mi irrita a tal punto che vorrei non parlassi mai più. Un discorso in sospeso, per sempre. 

«Riporti sempre tutto su di te» dici infine. «Mi piaci, altrimenti non sarei qui. Altrimenti non vorrei una vita normale con te».  

«Ancora con questa storia della normalità? Tu non vuoi la normalità e lo sai. Altrimenti non saresti qui.»

Il tuo sorriso trattenuto mi dice che ho ragione. Ancora una volta, scalpiti ma rimani. E finché tu rimani, io esisto. 

«Finché noia non ci separi allora» dico. Brindiamo, finalmente, a noi.  

«Andiamo a ballare?» sospiri.

Troviamo sempre una scusa per evitare le conversazioni scomode, troppo oneste. La pista è ancora semivuota e tu distogli lo sguardo da me per reprimere una lacrima o tutte le lacrime dell’universo. La mia tristezza si manifesta nel vuoto che sento in ogni parte del mio corpo: le pupille sono buchi neri, la pancia è una tana oscura, il collo diventa un tunnel senza fine. Rimane solo il contorno di me stesso, la sostanza si è dissolta o forse non è mai esistita. 

Mi prendi le mani e iniziamo a ballare a ritmo di bachata. Fai il passo base, come se l’automatismo potesse riportarci a una condizione di equilibrio. Ti seguo, mi muovo secondo le tue oscillazioni e chiudo gli occhi: non voglio vederti, ma ho bisogno della tua presenza per ritornare in me. La canzone finisce e noi restiamo lì abbracciati, senza parole, prigionieri di una fusione troppo familiare. Forse sembriamo felici, da fuori. 

Nuove sagome popolano lentamente la pista da ballo e mi distraggo. Una ragazza con un vestito rosso a pois attira la mia attenzione. Il suo corpo – slanciato, ma morbido – occupa lo spazio con sicurezza. I capelli neri sono raccolti con una libertà non è casuale: ogni ciocca è al suo posto, rigida o selvaggia. Ha un neo sopra le labbra che la fa sembrare un’attrice degli anni sessanta o un’intellettuale di sinistra al firmacopie del suo libro. Non è lei a cercare l’attenzione: sono le amiche che la cercano con lo sguardo, ridono quando parla, sorseggiano dai loro calici quando lei tace. Emana un’aura intorno a sé che fagocita anche me. Vorrei essere uno dei suoi personaggi, oppure conoscere a memoria le sue battute preferite per divertirla. Nulla di tutto questo è possibile perché i tuoi occhi mi trattengono. Stasera sono solo tuo. Lo accetto, siamo al matrimonio dei nostri amici, non posso permettermi questa libertà. 

Più mi è vietata, più la desidero. In un attimo, tu diventi l’ostacolo alla mia realizzazione. Lo so è strano, fino a pochi minuti fa stavamo ballando avvinghiati e ora vorrei che sparissi. Non ha senso. Eppure tu mi capisci, vero? Noti subito il mio sguardo diverso: qualcosa dentro di me è cambiato, le pupille sono di nuovo vuote e gli occhi sono fissi. Questo è il mio segnale per dirti di fare un passo indietro e trovare un modo per restare senza occupare spazio, per qualche ora o per qualche settimana. Ci riesci quasi sempre e io apprezzo il tuo sforzo. D’altronde, siamo anagrammi. 

Oggi però è diverso: non puoi andartene perché siamo qui insieme. Un’unica Toyota CHR ci lega per sempre, per stasera. C’è poi un’altra questione rilevante: non voglio passare per lo stronzo che ci prova con le altre per puro divertimento. Le persone non sanno come sono le cose tra noi e giudicherebbero senza pudore. Qui non si tratta di svago o piacere, ma di sopravvivenza. Io ho bisogno di interagire con la ragazza a pois, tu lo sai. Mi serve per non farmi travolgere dalla noia, dal vuoto e dall’inferno di essere me. “Ma non ti basto io?” So che te lo sai chiedendo, ancora una volta. No, non mi basti perché tu sei me. 

La serata prende una brutta piega e mi sento in bilico tra due scenari tragici: stare con te e perdere me stesso, oppure salvarmi e provocare la tua sofferenza, che poi è anche la mia. Guarda cosa mi fai fare, Anna. Calcolo le possibilità e metto in atto la strategia più sensata. Vado a prendere da bere al bar da solo e, tornando, invito la ragazza a pois a ballare una salsa. 

«Ma io non so ballare» risponde lei, che ho scoperto chiamarsi Linda. 

«Tranquilla, solo qualche passo, lasciati portare».
Linda oppone resistenza, vuole condurmi verso una sorta di zumba che mi crea disgusto, finché, finalmente, cede. Mi guarda dal basso con la curiosità e il finto imbarazzo di chi sa di non avere nulla da dimostrare. La sua sicurezza mi stuzzica e il neo sopra le labbra diventa un’ossessione. Mi perdo, per quei pochi minuti della canzone, dentro Linda e torno alla vita. Sono euforico, mi sporgo verso di lei, le sfioro un gomito per sbaglio e le chiedo scusa. Non fa niente, dice lei, e invece fa tutto. Le sue amiche ci si stringono intorno, rivogliono la loro amica. Annuisco mentre la biologa marina racconta delle tartarughe intrappolate nelle reti, faccio una battuta sul segno zodiacale dell’altra – gemelli ascendente leone, terribile – poi torno da Linda, le chiedo a cosa pensa, cosa beve, qual è il suo film preferito. Voglio il niente, con Linda. 

L’annuncio del lento mi ricorda la tua esistenza. Quanto tempo è passato? Dieci minuti? Un’ora? Un anno? Dove sei, Anna? Sei seduta su una poltroncina di vimini e fissi il tuo Moscow Mule con il ghiaccio ormai sciolto. Mi avvicino e non mi guardi. Non mi guardi mai quando stai male. Hai il mascara sbavato e ti pulisci la faccia con il tovagliolo del cocktail, la borsa è troppo piccola per contenere un pacchetto di fazzoletti. 

«Anna, cosa cazzo hai?»

«Niente.»

«Rispondi.»

«Per te non esisto».

«Se mi sento messo alle strette prima o poi esplodo e cerco rifugio altrove, lo sai come sono. Tu invece mi stupisci sempre, guarda come sei ridotta.»

Non rispondi. Sembri una bambina a cui hanno rubato il giocattolo preferito. Ti lascio frignare e torno in pista, non posso vederti così. Sono su di giri. 

Puff. Sei sparita, non sei mai stata qui. Ora posso godere della mia vita al di fuori di me, di noi, delle infinite possibilità di un neo sopra le labbra, di un vestito a pois e di una tartaruga marina da salvare. È difficile essere me, ma è anche entusiasmante. Sono tutto con tutti e vivo vite che non sono la mia ogni giorno. Ho solo un piccolo difetto: chi mi ama soffre, ma è un problema loro e poi, in qualche modo, si risolve sempre. Forse non saremo felici, ma saremo altro. Cambiandoci di posto, sparendo e riapparendo come anagrammi.  

D’un tratto ti ritrovo davanti a me, in mezzo alla pista: sei un vampiro. Hai gli occhi viola e la bocca sbavata, le forcine dello chignon sono coltelli, il verde lime del tuo vestito è l’acido con cui vuoi uccidermi. 

«Andiamo a casa» mi dici, senza chiedere.

Ho sbagliato strategia: devo cedere, altrimenti mi farai fuori. La Toyota CHR bordeaux accoglie i nostri corpi senza forma e ci trasporta sull’autostrada. Sono alla guida, ma non esisto. Il tuo respiro mi fa paura e inizio a pensare a tutti i modi in cui potresti uccidermi. Potresti farmi scendere con una scusa, poi salire alla guida e investirmi. Oppure potresti aspettare di arrivare a casa e aggredirmi con un coltello da cucina. Potresti anche soffocarmi mentre guido, ma dovresti essere brava a riprendere il controllo dell’auto. Non credo che avresti questa manualità. Vorrei che non fossi mai esistita. Ti odio, cazzo. Il piede è fisso sull’acceleratore, devo arrivare a casa il prima possibile per salvarmi. Tu singhiozzi senza respirare e quel suono mi fa stringere ancora più forte il volante, con gli occhi fissi sulla strada velocissima. Anna, smettila, ti prego. Non puoi trattenere il respiro così a lungo, ti fai male. Mi stai uccidendo? 

I trentacinque minuti più lunghi della mia vita si concludono con il parcheggio della Toyota CHR nel box auto sotterraneo. Tra gli scatoloni dei ricordi di mia zia scorgo una cassetta degli attrezzi piena di martelli, chiodi, trapani e spero che tu non la veda. Potresti usarli per compiere l’atto finale. Sei immobile, accovacciata sul sedile anteriore con il vestito stropicciato, chissà a cosa pensi.

«Cosa aspetti a scendere?» ti dico con forza. 

Non succede nulla. Apro la portiera e ti prendo per un braccio, voglio solo aiutarti a uscire dalla macchina. Opponi resistenza, come ti permetti? Ti trascino fuori. Ti divincoli e i tacchi delle décolleté lucide stridono sul cemento. 

«Fermati, Anna. Ti prego, calmati.»

Non so se lo dico per paura di te o di me. Il neon vibra sopra di noi, la luce intermittente taglia i nostri corpi come in un film sbiadito. 

Vuoi uccidermi, vero? Sarebbe la soluzione. Oppure potrei farlo io. Sarei bravo a progettare tutto nei dettagli. 

Ti immagino morta, con il corpo bianco a terra di fianco al vestito verde acido e alle forcine sparpagliate. Sì, ti strangolerei nuda. Corpo senza aria, sangue secco, eterno riposo, è questa la normalità che vorresti? Non la avrai. 

Ti ho detto di fermarti e l’hai fatto, ti sei calmata. Ti guardo mentre ti asciughi le lacrime, rimetti a posto le forcine e recuperi il respiro. Osservo le lettere tornare al proprio posto e ti chiedo se hai freddo. Non sei morta, non siamo salvi. Domani facciamo i pancake mollicci con il latte d’avena. Guarda cosa mi fai fare, Anna. 

Giulia Dovico

Sono Giulia, comasca di origine e romana di scelte. Lavoro come copywriter narrativa e consulente di comunicazione freelance e amo perdermi e ritrovarmi nelle storie degli altri. Quando non scrivo, leggo, e viceversa. Ma ho anche una vita, giuro. Ogni venerdì mando Ginnastica Letteraria, un concentrato di storie, flussi di incoscienza e riflessioni linguistiche, sempre accompagnati da un piccolo esercizio di scrittura. 

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