Tempo di lettura: circa 4 minuti
DOVE IL TUO ODORE
Martina Ciullo
Vivevo a Guangzhou da poco quando sentii il tuo odore. Già leggermente sudata, abito nero e violino sulle spalle, avevo lanciato un ultimo sguardo alla Torre che spiccava coi suoi colori brillanti tra i grattacieli contornati dalle palme e mi ero infilata nella metro. Mancavano trentasei minuti alla prova di assestamento. Ripetevo il mio mantra – nǐ zhǔnshí, sei in perfetto orario – e ripassavo le fermate: Canton Tower, poi cambiare e restare sulla APM fino a Opera House. Un tragitto di sette minuti esatti.
E poi lo sentii; nel vagone c’era il tuo profumo. Mi feci spazio in fretta, per paura di perderlo finii per urtare un paio di persone con la mia custodia. Veniva da un uomo che mi dava le spalle. La metro si fermò a Kekun e lui scese prima che io potessi vederlo in faccia. Sapevo che non eri tu, non perché non saresti mai venuto dall’altra parte del mondo – «Ma si può sapere cosa cerchi?» mi chiedevi, quando minacciavo di andarmene – e nemmeno perché tu avevi i capelli biondi. No, è che tu eri morto.
Senza pensare, scesi e gli andai dietro. Si muoveva veloce tra la gente e io lo seguivo nonostante i sandali col tacco. Scale mobili per salire, poi di nuovo per scendere. Eravamo sulla banchina della linea 8, in direzione Jiaoxin, e io separavo il tuo odore da quello di tutti gli altri.
Vidi l’orario sul monitor, mancavano venticinque minuti alla prova. Valutai l’ipotesi di tornare indietro. Nǐ zhǔnshí? In realtà stavo facendo tardi.
Il treno arrivò, lui si infilò dentro e io esitai. Più tardi mi sarei pentita di aver ignorato quella premonizione. All’ultimo istante però, con una stretta al cuore, scelsi di salire: non potevo lasciarti andare.
L’uomo continuava a darmi le spalle, ma non mi importava perché gli stavo abbastanza vicina da respirarti. I minuti passavano e io non feci nulla, non scrissi ai colleghi per avvertirli del ritardo, non chiamai l’ispettore d’orchestra per darmi malata. I nomi delle fermate non mi dicevano più niente. Baogang Dadao, Tongfuxi. Eravamo ancora a sud del Pearl River? Persi la cognizione del tempo, non sentii più la voce che annunciava le fermate o i trilli di WeChat che venivano dai telefoni degli altri passeggeri. Me ne stavo lì, a poca distanza dall’uomo, e immaginavo il momento in cui si sarebbe girato, mi avrebbe sorriso e poi ci saremmo abbracciati, come succedeva ogni volta che uno di noi tornava dall’altro.
Quando scese dal treno, eravamo quasi al capolinea. Riemergemmo in una zona che non conoscevo.
Lì fuori era più difficile sentire il tuo profumo, quell’odore che non aveva nome e che per mesi, dopo la tua morte, avevo provato a ricreare sul mio corpo. Mangiavo le cose che mangiavi tu, mi lavavo con il tuo shampoo, usavo il tuo detersivo, ma non ci riuscivo mai. Quante persone avevo inseguito credendo di averti ritrovato, e invece tu mi aspettavi qui, in un posto in cui non saresti mai venuto, da vivo. Non ti sentivi a tuo agio tra persone che parlavano un’altra lingua, avevi il tuo lavoro. Mi avevi dato centinaia di motivazioni senza mai avere il coraggio di pronunciare l’unica che contava: non mi amavi così tanto. Allora ero rimasta io, anche se non me l’avevi chiesto, perché non mi amavi abbastanza nemmeno per chiedermi di restare.
Ma ora ti avevo ritrovato, intatto, esattamente come ti ricordavo. Per questo avevo finito per seguire quello sconosciuto, un passo alla volta, incapace di staccarmi.
Qui le costruzioni erano basse e non c’erano alberi. Mi feci strada tra venditori ambulanti, motorini elettrici e botteghe che puzzavano di petrolio. Ero l’unica occidentale in una parte di città che non sapevo nemmeno esistesse.
Lo seguii in un mall fatiscente, con la metà dei negozi chiusi. Ci addentrammo a poca distanza l’uno dall’altra negli intestini di quell’edificio mostruoso e poi nei suoi sotterranei, dove il tuo odore, solo per me, riusciva ancora a spiccare tra i sentori di zuppe e di gallina.
Lui davanti, che continuava a non voltarsi, e io dietro, respirando affannosamente, con il mio abito da concerto ormai zuppo di sudore e i piedi doloranti. Avevo sceso le scale infilandomi in un corridoio sempre più buio. Tutte le serrande erano abbassate, il pavimento di terra bagnata, rossa.
L’uomo continuava a camminare e anch’io. Il mio telefono prese a vibrare. Erano le diciotto, la prova stava iniziando in quel momento. Mi fermai per un istante col cellulare illuminato in mano. Ripensai a quando avevo esitato prima di seguirlo, poi spensi la chiamata e proseguii. La luce si faceva sempre più fioca, il caldo lasciava il posto a un freddo umido che mi ghiacciava il sudore addosso ma, ora che ti avevo ritrovato, non avrei smesso di seguirti per nulla al mondo.

Martina Ciullo è una violinista professionista e scrive da sempre.
Ha studiato giornalismo e cinema. Vive a Roma. Nazione Indiana, Micorrize, Grande Kalma, Topsy Kretts, Pastrengo, L’Equivoco e altre riviste hanno pubblicato i suoi racconti.
Mail: mart.ciullo@gmail.com


Lascia un commento