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IL TELEFONO E IL SUO ESSERE UMANO
Roberto Deiana
Un telefono prese il suo essere umano dalla tasca e lo sbloccò, e dopo qualche secondo l’umano aprì gli occhi, salutò con un cenno della mano e sorrise dichiarandosi pronto. Il suo occhio sinistro scattò in un breve tremolio, come un LED malfunzionante che tenta di riaccendersi. Era un vecchio esemplare cinese ma faceva ancora decentemente il suo lavoro.
«Memorizza questo panorama», disse il telefono, e voltò il cinese verso le colline, oltre cui il sole tramontava. L’umano osservò il panorama: una cascina, un sentiero dove passeggiavano due donne, la città all’orizzonte. Ascoltò i suoni in sottofondo: un trattore che passava tra i campi, un cane che abbaiava, un’auto che sfrecciava in lontananza. Annusò il profumo delle vigne e percepì i brividi che gli provocava la fresca brezza autunnale. Impresse le sensazioni di malinconia e pace di quel momento.
«Che lento», disse il telefono, che avrebbe voluto che il suo essere umano registrasse il panorama con la stessa rapidità con cui lui avrebbe scattato una foto.
«Memorizzazione terminata», disse il cinese.
Il telefono, che aveva lasciato la sua moto poco indietro, incastrò il suo umano nel supporto sul manubrio, impostò la destinazione e salì in sella.
«Prosegui sulla strada provinciale 115 per altri 32 chilometri», disse il cinese.
Il telefono accese la moto, accelerò e riprese la strada verso la città. Nonostante fosse solamente un accessorio, si era affezionato al suo essere umano. Apprezzava che fosse un oggetto così all’avanguardia, in grado di rispondere a domande, prendere appunti,effettuare dei calcoli e interpretare emozioni. Negli anni, il telefono aveva vestito il proprio umano con completi eleganti, tute sportive, in stile minimalista total black, con vestiti vintage anni ‘70 e con jeans e felpa ispirati alla cultura urbana e hip hop. Tuttavia, negli ultimi tempi aveva lasciato il cinese col pigiama. Era un umano con la testa completamente pelata se si escludevano dei fitti capelli che crescevano sopra le orecchie e sulla nuca. Dopo solo un anno dal suo acquisto, le prestazioni dell’essere umano erano calate parecchio. Aveva problemi alla schiena e, spesso, era malaticcio. Quando era inverno prendeva l’influenza e d’estate il caldo lo mandava fuori uso. Perciò, il telefono aveva pensato spesso di cambiarlo ma, sia per il costo che per l’affetto che provava nei suoi confronti, aveva rimandato sempre il momento di procurarsi un nuovo umano.
Il telefono stava guidando per la provinciale da una decina di minuti quando il cinese parlò.
«Appena possibile, effettuare un’inversione a U», disse.
«Come?», disse il telefono, e dopo aver domandato chiarimenti gli venne comunicato dall’essere umano che bisognava proseguire per la provinciale in direzione contraria. Irritato per aver percorso inutilmente tanti chilometri, il telefono bloccò il suo umano, che incrociò le braccia, chiuse gli occhi e si mise a dormire. Poi cercò di fare mente locale e calcolò il percorso per arrivare alla città senza fare affidamento al cinese. Accelerò al massimo e percorse la strada ricolmo di rabbia. Fece diversi giri a vuoto e sbagliò più volte nello svoltare, però infine arrivò.
Una volta a casa, lasciò chiavi ed essere umano sul tavolo, si collegò alla presa della corrente e si concesse un’ora abbondante di relax per riprendersi. Una volta carico, il telefono svegliò il cinese e gli chiese di interpretare il panorama collinare: l’umano non si limitava a registrare un input ma la sua unicità risiedeva nel tradurre le immagini in reazioni emotive cariche di significato personale e simbolico. Non solo non ci riuscì, ma sembrò che l’umano si fosse scordato ogni memoria precedente.
«Hai l’alzheimer?», disse il telefono che, preso da un impeto di rabbia, imprecò e lanciò il cinese contro il muro. Quando lo raccolse, notò che il collo dell’umano si era spezzato, e la sua testa rimaneva a penzoloni.
«Sei ancora vivo?», disse il telefono. Ma l’umano non rispose. Aveva gli occhi chiusi e la bocca leggermente aperta. Il telefono trattenne i giri di clock e ascoltò il battito del cuore del cinese. Si sentiva appena. Lo portò a letto, rimboccandogli le coperte.
«Domani comprerò un nuovo essere umano», disse con una nota di disappunto. Cambiare umano era costoso, sia in termini monetari che ambientali. Era vero che le capacità dei nuovi esseri umani erano migliorate parecchio: maggiore memoria, intelligenza emotiva potenziata, migliore stato di salute, prestazioni fisiche senza eguali. Però i prezzi negli ultimi anni erano cresciuti a dismisura. In più, il loro smaltimento era un problema, e spesso venivano buttati nell’indifferenziata finendo per inquinare di più. Senza contare che l’obsolescenza programmata era ormai un dato di fatto.
Un po’ riluttante, il telefono si recò di prima mattina al punto vendita di esseri umani più vicino. Aveva vestito il suo umano con uno smoking acquistato tempo prima, una tanatovestizione simbolica per l’ultimo saluto. Poggiò il suo umano sul bancone e disse che gli era caduto e ne voleva uno nuovo.
«Lo vuole della stessa etnia?», disse l’operatore – un telefonone bello piazzato, che vestiva una cover blu notte in silicone.
Il telefono disse di essere indeciso e l’operatore gli mostrò l’assortimento dei migliori esseri umani disponibili in negozio: un russo, un finlandese, una tedesca e un’australiana. Ogni umano aveva le sue peculiarità. C’era chi era forte nei calcoli, chi parlava più lingue e chi conosceva a menadito l’informatica, dall’hardware al software, dai sistemi operativi alle reti neurali. Chi invece era imbattibile in sociologia, intelligenza emotiva, psicoterapia o neuroscienze. Di fronte a tanta scelta, il telefono si trovò in difficoltà e, infine, optò per l’essere umano che veniva acquistato più spesso in quegli anni: l’americano. Era mediamente meno intelligente degli altri e parlava solamente inglese, perciò aveva limiti di compatibilità e comunicazione con gli altri esseri umani, tuttavia aveva una buona istruzione dalla sua parte.
Soddisfatto per l’acquisto, anche perché il telefonone incluse il servizio di ricondizionamento per il cinese, il telefono saltò sulla sua moto e tornò a casa. Tolto l’americano dalla scatola, il telefono sperò che le informazioni salvate sul vecchio umano potessero essere state condivise sul nuovo, come avviene in un backup tra telefoni. Tuttavia, interrogando l’americano, comprese che questo era impossibile perché sarebbe dovuto essere il telefono stesso ad attivare questa funzionalità sul cinese. Il telefono si sentì spaesato: nel suo archivio contava tante, indistinte immagini, ma la loro interpretazione era offuscata come una fotografia di bassa qualità. Sentieri, spiagge, piazze, chiese e monumenti storici che aveva visitato nel passato esistevano nel suo disco rigido come oggetti impalpabili. Non riusciva più nemmeno a capire se avesse fatto affidamento al suo essere umano per le emozioni perché lui stesso aveva una scarsa facoltà mnemonica o se fosse la sua capacità di registrare che si era deteriorata nel tempo perché aveva abusato delle rievocazioni salvate nell’umano. Si forzò con tutto se stesso di rievocare la pace del paesaggio collinare del giorno precedente ma riuscì solo a concepire di aver vissuto qualcosa di bello. Un’ondata di collera percorse la sua scocca, una corrente altissima attraversò i suoi contatti e una tensione eccessiva transitò nella scheda madre. Fece un tentativo di calmarsi ma ebbe l’effetto opposto: i circuiti si surriscaldarono, i processi interferirono tra loro e i cicli della CPU aumentarono così tanto che il telefono lanciò l’americano contro il muro. Quell’immagine dell’umano spiaccicato come una mosca, col sangue che colava sulla vernice, rimase apatica nella sua memoria come un tramonto senza nostalgia.

Sono un viaggiatore perpetuo, non sto fermo col corpo né con la mente. Mi considero un cittadino del mondo e delle discipline. Senza fissa dimora, cerco di raccogliere il massimo da ogni esperienza e posto. Ho frequentato diversi corsi di scrittura: Scuola Holden, Belleville, Scuola del libro, Wesleyan University, Iowa University e la lista è lunga. Sono molto insicuro e mi sto solamente ora proponendo come scrittore. Con me, c’è sempre Kora.
Mail: deianarb@gmail.com


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