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CREATURE
Pietro Pit Allevi
Non c’è niente di infiammabile in un piatto di latte con i cereali, e MariAssunta Sconnamiglio lo sa bene.
Le pulisco la gabbia una volta a settimana, il martedì mattina.
Apro lo sportellino e la tengo stretta in una mano: escrementi e avanzi di lattuga vengono assorbiti dal panno umido che passo tra una fessura e l’altra, e sul fondo.
Non c’è niente che si possa bruciare, incendiare. Niente che alimenti la fiamma una volta acceso il fuoco nel piatto.
L’abbiamo acquistata in un mercatino etnico, l’estate scorsa.
Santuzza era medico odontoiatra, anche se, potendo scegliere senza condizionamenti, avrebbe fatto la veterinaria per quel sentimento di fiducia e gratitudine che mai avrebbe concesso alle persone, ma alle bestie, Che almeno loro, una volta curate, tornano a fare le bestie. Perché quello sono, Gesùsantissimo: creature, marito mio! Creature.
MariAssunta, come qualche cosa di inaspettato.
L’avevamo deciso insieme: inizialmente mi propose di chiamarla Maria, E se facessimo MariAssunta, risposi, Perché no?, disse davanti alla bancarella di un signore africano che, con un sorriso accennato e la pappagallina tra le mani, annuiva sciatto.
Sconnamiglio, MariAssunta Sconnamiglio!, aggiunsi.
Mi guardò piano, toccandosi il mento di medico mentre il sorriso del vecchio signore cominciava a prendere aria, ad aprirsi. Lo fece poggiando il pollice sull’indice come quando si spara per giocare. Mantenendo gli occhi sottili, soffiò sulla punta del dito: Sconnamiglio! mise in tasca la mano a forma di pistola. Santuzza.
MariAssunta. Sconnamiglio. Perché no?, MariAssunta Sconnamiglio, mi piace.
Non c’è niente che si possa incendiare. Bruciare. Bevo il latte stinco da frigorifero, non mi piace caldo perché i cereali diventano poltiglia, mi si incollano al palato e divento nervoso.
Ma nemmeno nervoso, infastidito.
MariAssunta non è ancora capace di articolare delle frasi intere, qualche parola, certo, ma dei gran discorsi non li ha mai fatti perché nessuno glieli ha mai insegnati, piccina.
L’uomo africano con il sorriso ormai implacabile ci ha detto che i pappagalli sono degli esseri umani, quasi, parlano e a volte sembra persino che ridano, come se avessero un senso dell’ironia, una propria complicità nei confronti di se stessi,un’intelligenza molto vicina a quella di noi uomini. Lo disse con parole sue, l’uomo africano.
Lei deve avere una gran fiducia nelle persone, replicò Santuzza. Dotati di una straordinaria ironia, dice. Può darsi. L’aspetto straordinario è che Dio li ha creati e Dio, volontà onnipotente, quando sarà l’ora, li chiamerà al suo cospetto celeste. Noi, signore carissimo, non decidiamo niente. Siamo decisi da qualcun altro, piuttosto: tutti quanti, tutti, nelle mani inderogabili del Signore. Questo può far paura, me ne rendo conto, ma ci pensi. È tutto quello che c’è da sapere, in fondo. Non si illuda. Il resto non conta. E poi. E poi non ne vale la pena. Illudersi intendo. Se oggi sono una persona così integra, è perché non mi sono illusa. Mai. Posso chiedere il suo nome? Papis signora, Oggi non conviene manco avere dei figli Papis, lei ne ha? Quattro, signora, Oggi è meglio un pappagallo, non se la prenda. Neanche i cani sono plasmabili, e poi, perdoni la sincerità Papis, ma i cani impicciano. Devi sempre stargli appresso, Gesùsantissimo.
MariAssunta non fu una grande spesa, la portammo a casa dopo aver acquistato una gabbia in ferro con l’altalena al centro, davanti allo sportellino d’apertura. Come quella di Titty, il cartone animato. Uguale spaccata, a campana. E sì, insomma. La questione dei figli. Io c’avrei provato. Al posto di un pappagallo, eccome. Santuzza dice che se Dio avesse voluto. E invece non ha voluto, sia benedetto il suo nome. Io sì. Io c’avrei.
Che poi, mi piace sentire il freddo, è una sensazione che cerco appena sono sveglio, la mattina.
Ho le gengive ipersensibili, il latte da frigorifero è un cancro nella bocca, non esce sangue ma è come se resuscitasse ogni giorno, innervato sotto ogni dente. Il dolore. Spavaldo, il dolore, sopportabile e rigenerante.
MariAssunta si dondola sull’altalena, io non mangio altro mentre lei mi fissa.
Latte e cereali, un piatto solo, colmo. Ci guardiamo.
Quando i nostri occhi si trovano penso al fuoco: capita spesso se si abita isolati come nel mio caso.
Nel nostro caso, il fuoco.
Non è possibile scansare il fuoco.
Non è possibile che io veda piccole bombe di fuoco crollare nel mio piatto mentre faccio colazione. Mentre guardo MariAssunta dondolarsi sull’altalena.
Con il cucchiaio sposto dei cereali che galleggiano nel latte, gli ultimi, cerco l’incendio pacato di chi è rimasto, nonostante tutto. Nel bianco indifferente del latte, l’incendio, un’esplosione che non viene.
Il più delle volte sono le cose a cui è stata sottratta l’anima del colore che mi terrorizzano.
Il colore del fuoco resiste: rosso, arancione, in alcuni momenti un giallo acceso e solo che cresce fino a farsi più denso, pastoso.
Il dolore del fuoco esiste, nel mio caso.
Nel nostro caso, il fuoco.
MariAssunta ha delle piume lunghissime e stracolme di colori, c’è un po’ di giallo, il blu elettrico che sembra splendere a strapiombo nel buio, e il rosso che sotto il becco degrada in arancione.
Provo un’invidia sottile per il bianco, che mi sembra estraneo da tutto, scultoreo nel suo esilio. Neutro, ecco, con la grande capacità di essersi sbarazzato di tutti gli altri, senza soccombere.
E per il nero, che è. Il colore di pochi.
Ma gli altri no, non. Mi turbano fino a un certo punto, i miei occhi li anestetizzano senza avvelenarsi il sangue più di tanto.
Non c’è niente di infiammabile in un piatto di cereali, e MariAssunta Sconnamiglio lo sa bene.
MariAssunta, come qualche cosa di inaspettato, che prima non c’era e adesso c’è. Inesorabilmente. Il simbolo vivo di un amore infelice che come altri ha trovato il proprio significato solo in fondo, alla fine.
Il colore, non lo so, dovrei avere del tempo per pensarci.
Il colore di un amore, uno solo, diventa difficile, forse impossibile.
Lo stesso del fuoco avanzato che invade e ridisegna gli spazi, lo sento sotto i denti, nei nervi delle gengive che si fanno abbattere da sfumature invincibili, il fuoco si è mischiato al latte ghiaccio da frigorifero, un po’ è rimasto fuori e cade sui tetti e sugli ombrelli, le case i caffè le cose tutte, le cose.
MariAssunta è capace di dire Buongiorno, me ne stavo quasi dimenticando: è l’unica cosa che le è stata insegnata, buongiorno.
Santuzza ci ha messo un po’, alla fine ce l’ha fatta.
Se n’è andata senza dare troppo nell’occhio, scegliendo meticolosamente un pioppo, il suo pioppo del cuore, un albero uguale a tanti altri in cima al quale si arrampicava da ragazzetta, nel bosco brullo dietro l’acciaieria. Ce l’ha fatta, alla fine, allacciandosi a un ramo spoglio per mantenere una certa eleganza tipica di chi decide di anticipare la fine. Solo un biglietto, scritto a mano: In questo anno del signore, Dio ha chiamato me, Agnese Sconnamiglio, al suo fianco celeste. La vita, devi sempre starle appresso, Gesùsantissimo. Tua Santuzza.
Così ho deciso, da solo, di allenare MariAssunta Sconnamiglio al saluto: una questione di compagnia, Buongiorno, Buongiorno a lei MariAssunta!
Non ho mai pensato di cambiarle il nome, non fosse altro perché non sono stato l’unico a deciderlo.
Buongiorno prima di setacciare a fondo il piatto ghiaccio e colmo per metà: il bianco neutro che è un colore per gioco, quel senso di effimero che mi tranquillizza, e porta al mio cospetto un silenzio geometrico, perfetto.
Di fuori il fuoco degli umani continuerà a cadere, i residui della foglia di lattuga a depositarsi una volta per tutte nella gabbia spaziosa acquistata per un uccello con i colori del male e dell’inferno, il fuoco.
Che non s’infiammerà nell’ora della colazione, né spargerà i pensieri di uomo qualunque oltre il mio stomaco ordinario. Il mondo incancrenito là fuori, sbranato.
Con il latte stinco da frigorifero che ti rompe la pancia ma ti lascia esistere, sopravvissuto al freddo. All’amore atroce dei reduci, sopravvissuto.
La mia testa che anela il piatto, che oggi non conviene, vecchio signore che mi sorridi con i denti grandi degli uomini gentili.
Che almeno loro – gli animali, l’uccello che stringi tra le mani – tornano a essere innocui una volta che sono stati curati. Santuzza, pace all’anima sua.
E non bruciano, gli animali, aspettano noi che spasimiamo per farlo, qualche volta. Per essere infiammati, dopo quella che sarebbe dovuta essere una colazione senza il fuoco.
Come fossero dotati di ironia – i pappagalli, e i cani sempre appresso, le bestie tutte. I figli dimenticati dall’onnipotenza di Nostro Signore. Di una propria complicità nei confronti di se stessi, può essere.
Perché da qui, con il respiro che ormai va spegnendosi nel latte da frigorifero, mi sembra che rida. MariAssunta Sconnamiglio, forte, senza che nessuno glielo abbia mai insegnato.
Il senso dell’ironia, certo.
Buongiorno, mi sembra di sentirlo ancora.
Nei suoi occhi che ridono. E nel piatto, il mio.
Con un respiro spento dentro.
I capelli bagnati appena nel bianco del latte.
Pietro Pit Allevi
Pietro “Pit” Allevi è nato nel 1984, libraio, laureato in filosofia. Appassionato di scrittura, nel 2009 vince il Premio Calvino – Studiart con il racconto Battito. Nel 2013 viene pubblicato il suo romanzo I pesci rossi quando ridono. Poco dopo, un suo racconto, Santo, viene inserito nell’antologia Noir La luna storta, WLM edizioni. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati su riviste quali Topsy Kretts, Rivista Blam, Clean, ProelioLab, Nido di gazza, Enne2eRivista letteraria, Linoleum, Malgrado le mosche, Scomoda Rivista. Racconti vincitori al concorso letterario Luberg. Quando non scrive legge, ciclo-viaggia, cammina, ascolta i Manges, beve vino buono, la montagna. Brianzolo di Lomagna, vive a Crema. Per ora.
Mail: pitti1984@yahoo.it


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