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CORPO RISTRETTO
Cristina Stabile
C’è un momento preciso in cui ci si rende conto che il silenzio non è più una protezione, ma una prigione. Non arriva con un evento netto, ma come una lenta consapevolezza, quasi imbarazzante, che si insinua quando capisci che quello che per anni hai definito maturità, controllo, non ti sta più salvando, ma ti sta contenendo.
Per anni ho creduto che il mio compito fosse quello di fare il minor rumore possibile, di muovermi tra le persone senza lasciare impronte troppo profonde, convinta che il merito risiedesse nel non farsi notare. Essere accettabile significava essere discreta. Essere discreta significava ridursi. Così ho costruito la mia vita come si tira su un muro: un mattone alla volta di disciplina e cura maniacale di chi teme che, se solo una piccola parte di sé finisse per sporgere, l’intera struttura sarebbe crollata. Solo dopo ho capito che quel muro non serviva solo a proteggermi dal mondo, ma anche da me stessa.
Oggi ciò che gli altri vedono è solo una figura composta, una presenza rassicurante e prevedibile. Non sanno che dietro la calma apparente c’è un eterno esercizio di sottrazione. Ho trascorso il tempo a limare i bordi, a trattenere il respiro, ad aspettare un’accettazione che non è mai arrivata in tempo. A un certo punto, però, il restringersi smette di sembrare una scelta.
Il mio corpo non si è mai ristretto all’improvviso. Non c’è stato un momento preciso, una frattura evidente. È successo lentamente come succede alle stanze quando smetti di aprire le finestre: inizialmente l’aria sembra la stessa, poi ti accorgi che respiri meno, ma ormai ti sembra normale. Da bambina il mio corpo non esisteva. Era un mezzo. Mi portava dove dovevo andare, rispondeva agli ordini e non faceva domande. Nessuno lo misurava, nessuno commentava. Era un oggetto neutro, utile, che non richiedeva molta attenzione. Nella danza entravo e uscivo dai movimenti senza chiedermi cosa restasse fuori, perché niente restava fuori. Io era tutta lì, intera e il corpo mi seguiva. Dopotutto la danza è disciplina, ritmo, precisione. Non era un modo per essere vista, ma solo un modo per muovermi, un organismo al lavoro.
Poi arrivarono le scuole medie e il vero cambiamento non fu fisico: lo specchio mi restituiva la stessa immagine, senza difetti, senza proporzioni mutate. Ed era proprio questo il problema, il non crescere, che condusse al cambiamento d’aria intorno a me. Presto arrivarono i sorrisi che si fermavano appena un po’ troppo a lungo sul mio viso, le prime esclusioni silenziose e le battutine innocenti che gli adulti giustificavano in qualche modo.
“Guarda che hai sbagliato scuola. La prima elementare è nell’altro istituto.”
“Bambina, ma non è che ti sei persa? I tuoi genitori dove sono?”
Ogni giorno passava con una piccola misurazione che pesava sempre di più: si sceglieva chi stava in prima fila – ed io ero sempre lì perché da dietro non sarei riuscita a vedere –, chi era scelto per giocare, chi contava abbastanza da fare la differenza in una squadra. Mi accorgevo allora di quanto potesse essere fragile il confine tra esistere e essere notata. Il mio piccolo corpo arrivava prima di me. Prima che potessi parlare, muovermi, pensare, loro decidevano chi ero, come dovevo apparire agli altri e cosa meritavo. Ogni sguardo, ogni confronto, ogni silenzio mi riportava che il corpo era il mio problema. Ma lo diventava solo nel momento in cui veniva osservato e giudicato. E così imparai a giustificarmi, a restringere ancora di più il mio spazio, camminando tra i banchi come se ogni passo fosse un compromesso. Intorno a me i corpi altrui sembravano non dovessero farlo. Abitavano ogni spazio senza negoziarlo. Non pensavano a come apparivano. Io ero sempre un passo indietro, a correggermi prima ancora che qualcuno me lo chiedesse. Il confronto era continuo, una bilancia invisibile sui cui salivo ogni giorno, un metro silenzioso che mi misurava per scoprire che mancava sempre qualcosa.
Anche la danza iniziò a rispecchiare questa frattura. Non importava il mio impegno, la precisione dei passi, l’oltrepassare il limite: ero io il limite stesso. Ogni sforzo sembrava solo confermare ciò che mancava. Come se fossi una frase incompleta che nessun verbo poteva salvare.
Non ero troppo. Non ero poco. Non ero abbastanza.
Ho iniziato a vivere in due spazi: uno visibile dove il corpo era composto, controllato; e uno invisibile dove cercavo di respirare davvero, solo, quando nessuno mi guardava. Ci riuscivo quando ero sola. In quegli attimi, il corpo si riallargava appena. Non raggiungeva mai i parametri “normali”, ma ci provava, occupando qualche centimetro in più. Poi bastava lo sguardo di troppo e tutto tornava a restringersi.
È stato allora che sono arrivati i medici. Non come salvezza, ma come ulteriore misura. Visite, bilance, stesso corridoio colorato del Santobono di Napoli. Ogni sei mesi, però, ero costretta a quattro giorni di ricovero, fatti di flebo, analisi, e attese interminabili. Smisi di essere solo osservata: venni tradotta in numeri da raggiungere, pesi da mantenere, media di altezze possibili. Ogni incontro aveva la stessa routine: si iniziava con il prelievo e si finiva a parlare di me senza mai parlare con me. Dovevo crescere, correggermi, normalizzarmi. Come se il problema fosse una deviazione tecnica, non una storia.
“La bambina deve fare una cura con l’ormone della crescita.”
Dissero ai mei genitori con naturalezza, come si dice quando una cosa è ovvia, ragionevole. L’obiettivo era chiaro: portarmi a un’altezza media tra loro due. Insomma, ero diventata una linea retta tracciata su un grafico, un’equazione da risolvere. La terapia durò fino ai miei quattordici anni. Ogni sera, stessa ora, stessa puntura, stesso dolore. Un rito domestico silenzioso e ripetuto: il frigorifero che si apre, la siringa che si prepara e poi il clic. Io imparai a non muovermi, a non fare domande, a non reagire. Ma dentro di me qualcosa faceva male. Era come se in tutta quella routine il messaggio fosse implicito: così come sei, non vai bene. Non basta. Devi arrivare da qualche parte che non hai scelto. E così il mio corpo è diventato definitivamente un progetto, un terreno da correggere. Più provavo a espandermi, più mi restringevo rendendo la cura una prova di disciplina. Se il mio corpo poteva essere aggiustato, almeno non sarebbe stato più un problema. Cercai dunque di separarmi da lui, a trattarlo come qualcosa che subivo più che abitavo perché curarmi non significava davvero guarire, ma rientrare. Era un modo per resistere: se il corpo era un terreno da corregger, allora io potevo restare altrove, al riparo. Ma quella distanza aveva un costo. Più cercavo di sottrarmi più diventavo rigida.
Il diploma di danza era arrivato prima del previsto e, con esso, le lezioni di passo a due. Non era una scelta, ma parte del percorso, che smetteva di essere individuale e tornava a esistere solo in reazione a un altro corpo: era necessario che io reggessi una presenza che non fosse solo la mia. Il ballerino si presentò senza fare domande. Aveva un modo di muoversi diretto, di chi sa stare nello spazio senza dover dimostrare nulla. Non nascondeva la fatica né le imperfezioni. Alla prima prova reagii per autodifesa: mi alleggerivo, anticipavo, mi riducevo. Il risultato fu immediato: il movimento si spezzava, perdevamo equilibrio. Ogni tentativo di rimpicciolirmi ci faceva fallire. Solo quando smettevo di correggermi e restavo, il movimento tornava leggibile.
“Lasciami il tempo di trovarti.”
Non parlava di me. Parlava del passo. Eppure, per la prima volta, ero una misura attorno a cui costruire qualcosa. Non dovevo sparire per far funzionare il movimento. Dovevo esserci.
Quando la prima lezione terminò e restammo seduti sul pavimento iniziavano le solite spiegazioni, la giustificazione preventiva di ciò che ero. Lui sorrise, con la naturalezza di chi ha appena condiviso un’esperienza.
“Non sei tu quella fuori misura.”
Era bastata quella frase detta quasi per caso, a rendere esplicito ciò che fino a quel momento avevo solo percepito: non risuonò subito; quella frase rimase con me, tornava nei gesti quotidiani, nel modo in cui mi guardavo senza intervenire.
Ho iniziato a parlare, a muovermi, a respirare senza chiedere permesso. Non è stato facile perché ogni parola pronunciata occupava più spazio di quanto immaginassi, ogni passo creava un’ombra maggiore. Mi guardavo allo specchio senza giudicarmi. Le proporzioni, le cicatrici invisibili e visibili raccontavano una parte di me, non un problema da correggere. Il mio corpo ha smesso di essere un progetto ed è tornato a essere casa. Comincia a occupare spazio, con la fermezza gentile di chi sa di avere il diritto di esistere e di essere visto. Niente riduzioni, niente passi calibrati per non disturbare, niente silenzi imposti. Solo io, con tutte le mie fragilità e con un’unica certezza: appartenere solo e soltanto a me. In questo spazio finalmente mi appartengo.

Cristina Stabile è nata nel 1997 ad Aversa (CE). Laureata in Lingue e Letterature Moderne Europee presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, ha approfondito il suo interesse per il mondo editoriale con un corso di perfezionamento in editing e correzione di bozze presso lo stesso ateneo.
Nel 2023 ha pubblicato il racconto Mono No Aware nell’antologia Giappone Desire. Letture per innamorarsi del Sol Levante, a cura di Linda Lercari. Dal maggio 2024 collabora con la testata giornalistica Classicult, dove si occupa di approfondimenti legati alla letteratura e alla danza. Attualmente lavora come professoressa di inglese e insegnante di danza e continua a coltivare la sua passione per la scrittura.
Mail: cristabi97@hotmail.it
Instagram: @its_lune97 | @lunes_book


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