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IL VERME DI SUMON
Giulia Stucchi
La porta della cella si apre per far entrare Hassan, che piange. Piange sempre dopo che ha parlato con i suoi figli, piange, raggomitolandosi sulla branda e, come un bambino, tira la coperta fino al viso, per nascondere le lacrime in un gesto istintivo d’inutile pudore. Non gli dico niente, non cerco di consolarlo, non è il momento, magari più tardi, quando finalmente la rassegnazione avrà asciugato i suoi occhi e la stanchezza avrà fatto emergere tutta la disperata solitudine che ognuno sente qui dentro, spingendolo a guardare verso di me, verso di noi, verso le tre larve umane con cui condivide questa piccola cella, dove un letto a castello e due materassi gettati a terra occupano grosso modo tutto lo spazio disponibile.
Hassan è di origine marocchina, anche se vive in Italia da ormai una decina d’anni. I carabinieri l’hanno pizzicato una domenica mattina: era uscito di casa per comprare le sigarette dal tabaccaio all’angolo e non è più tornato, proprio come in quel famoso modo di dire italiano.
“Documenti, prego”
È così che è iniziata per lui, è così che inizia più o meno per tutti. Per fortuna, dopo appena un paio di settimane che stava qui dentro, sua moglie ha trovato lavoro come badante per una famiglia italiana, altrimenti, senza il suo stipendio, lei e i bambini sarebbero finiti per strada (è passato quasi un anno da allora, eppure, quando lo racconta, ad Hassan brillano ancora gli occhi per l’emozione). La donna che Aziza assiste ha solo una quarantina d’anni, ma è molto malata, una malattia dal nome difficile che la moglie di Hassan non riesce a ricordare e che le accartoccia il corpo, come una foglia secca: prima ha perso il controllo delle gambe, poi delle braccia e delle mani, e ora anche il busto fatica a reggerla; eppure ancora il suo corpo resiste, immobilizzato su una sedia a rotelle, irrigidito dagli spasmi che le provocano continue sofferenze. Aziza la accudisce per otto ore al giorno, mentre il compagno è al lavoro; Paolo, è così che si chiama, le ha spiegato che per ora non riescono a metterla in regola, ma lo faranno (l’ha promesso) non appena avranno venduto la casa in montagna, tanto non la usano più.
Aziza racconta tutto questo ad Hassan perché, dice, è un modo per fargli coraggio. Non si lamenta mai, o, almeno, non l’ho mai sentita lamentarsi nelle parole di Hassan. Aziza è preziosa, come afferma il suo nome, mi dice invece lui quando, dopo una buona mezz’ora, esce dal suo rifugio e si mette a sedere sul letto: senza di lei, le sue parole, senza il ricordo del suo profumo, avrebbe già commesso una sciocchezza. Perché per un uomo questo, la mano si muove a indicare quanto ci circonda, non è sostenibile, non si può starsene rinchiusi giorno dopo giorno senza fare niente e senza aver commesso alcuna colpa (a meno che non sia una colpa desiderare un futuro migliore per sé e per la propria famiglia). Anche Sumon, il bengalese un po’ matto che condivide la cella con noi, esce dal suo torpore per prendere parte alla conversazione: prima lui non era così, afferma con convinzione, a farlo impazzire è stato questo posto, dove non c’è niente da fare e nel niente si passano i giorni, le settimane, i mesi. È così, insiste, che i brutti pensieri si attaccano alle pareti della mente, come ragnatele, e una volta che ci cadi dentro è finita, più ti dibatti per liberartene, più ti ci ritrovi appiccicato, gli occhietti luminosi del ragno a trapanarti il cervello. Quando Sumon è in uno dei suoi pochi momenti di lucidità, diventa poeta; allora penso che sia un peccato che dorma tanto, sedato dalle terapie che gli rifilano da quando, per poco, non è morto dissanguato. Io non c’ero ancora, è stato Hassan a raccontarmelo: quella notte si era svegliato terrorizzato in una pozza di sangue, e ci aveva messo alcuni istanti prima di capire che non era il suo e che proveniva dal letto di sopra. Ne era intriso, gocce rosse colavano dalle coperte, insudiciavano i muri, si scioglievano in un odore dolciastro e ferroso. Non credeva che un corpo umano ne potesse contenere tanto.
Sumon si era tagliato le vene con un cazzo di rasoio usa e getta che chissà come si era procurato, i polsi immersi in bacinelle d’acqua ormai rovesciate per metà, aperti come la giugulare di una bestia al macello. Lui e il ruandese con cui condivideva in quei giorni la cella, avevano gridato con tutto il fiato che avevano in corpo, ma le guardie non erano arrivate. Perché qualcuno si facesse vedere, si era dovuto attivare tutto il dormitorio, messo in allarme dal passaparola, e tre o quattro avevano anche finito per prenderle. Quando, alla fine, i paramedici l’avevano portato via, Sumon era bianco e freddo come un morto; Hassan credeva che non l’avrebbero più rivisto. Invece, dopo una decina di giorni era tornato, i polsi bendati, la testa istupidita dai farmaci.
Avere un compagno di cella come Sumon mi aiuta a non dimenticare che devo mantenere la calma, conservare i pensieri, accarezzare i ricordi, custodire la mente per quando sarò fuori da qui. Così, anche se più passa il tempo, più queste mura si stringono, resisto, rifiuto le terapie; davanti ai suoi occhi velati, alla sua testa vuota di immagini e di idee, scaccio il desiderio di spegnere il cervello e anestetizzare l’anima. È l’unica cosa che hai, mi ripeto, ti resta solo te stesso, tieniti stretto. E davvero di notte mi tengo stretto, quando la paura mi prende e non riesco a dormire, quando le tenebre avvolgono ogni cosa e i lamenti saturano l’aria. Di notte fanno i trasferimenti. Le guardie entrano, aprono le celle, prelevano uno o due uomini, li caricano sulla camionetta e li trascinano via, fino all’aereo che li deve riportare “a casa”.
È uno strano modo di dire, “a casa”, che la gente, in genere, mica ce la devi scortare di forza, “a casa”. Ma forse io la penso così perché discendo da una stirpe di nomadi e i nomadi non comprendono i confini. Quand’ero piccolo mi hanno insegnato che la casa è un luogo dell’anima, è ciò che tu vuoi sia, è stare ed essere a un tempo… così mi permetto di credere che la mia casa, la casa di tutte queste persone, sia qui, in Italia, dove spesso, anche dopo il rimpatrio, continuano a vivere una moglie, dei figli, una sorella, uno zio.
È quasi sera quando un poliziotto viene a prendere Didier, il congolese arrivato solo pochi giorni fa, per portarlo alla stanza dei colloqui; dice che deve incontrare il suo avvocato. La faccia di Didier è stupita: non sapeva di averne uno. Ha una faccia molto espressiva, Didier, con occhi grandi e scuri che si muovono veloci nel bianco delle sclere, labbra carnose che si spalancano e si stringono fino a diventare fili sottili, e la guardia capisce senza che nemmeno debba parlare. Annoiata spiega:
“Ti è stato assegnato d’ufficio, per poterti difendere”
La faccia di Didier si fa ancora più stupita: non sapeva nemmeno di doversi difendere. Crede (spera?) di non aver capito, in fondo conosce ancora poco l’italiano, e guarda me e Hassan con sguardo interrogativo, finché Hassan annuisce. Difendermi… ripete la sua voce incerta, da cosa? Ma l’uomo in divisa non risponde più, forse non lo sa nemmeno lui.
Mentre Didier s’incammina, Hassan per non farsi sentire mi sussurra all’orecchio che “avvocato” è una parola vuota, come tutte le altre qui dentro: medico, pane, pulizia, zucchine, infermiere, psicologo, doccia… Anche il tuo nome ormai è vuoto, mi dice. Lo guardo senza capire, allora ridacchia: come ti chiami qui dentro? Sento la mia voce pronunciare il numero di matricola che mi è stato assegnato all’ingresso e rabbrividisco: Hassan ha ragione, è 78153 il mio nuovo nome, mi identifica, mi definisce, io sono 78153. 78153 ha fatto domanda per una tuta di ricambio (ne consegnano solo una quando ti requisiscono i vestiti prima di portarti in cella e ormai sono passate settimane, mi scuso, ma la tuta non arriva lo stesso), 78153 ha chiesto di telefonare (mia madre è ammalata, si preoccupa se non chiamo, spiego, illudendomi che possa interessare a qualcuno), 78153 ha la febbre e vuole un’aspirina, 78153, 78153, 78153… continuo a ripetere quel maledetto numero alla ricerca di un senso, di un me stesso che si possa riconoscere fra quelle cifre; ma 78153 non può ammalarsi, avere una madre o le pulci, sono cose da uomini, quelle, non da numeri. E improvvisamente, mentre le mie labbra non riescono ad astenersi dall’assurdo mantra e i pensieri s’intorbidiscono alla sua nenia, sento che sto per perdere il senno, che basterebbe solo un istante ancora per… Hassan mi chiama per nome, mi scuote, mi afferra, mi tiene. L’avvocato, l’avvocato è una parola vuota, quasi lo grido, come quando a scuola volevo dimostrare di essere attento. Hassan mi abbraccia. Mi hai fatto paura, mi dice, non farlo più, credevo che stessi diventando come Sumon! Senza offesa, fratello… E intanto mi tiene stretto, quasi che le sue braccia possano davvero impedirmi di scivolare in quel baratro che lo spaventa tanto.
Quando inizio a sentirmi a disagio, mi divincolo, riportandolo sull’argomento avvocato, che m’interessa: ho un ricordo confuso della mia udienza prima di entrare qui, e non riuscire a mettere a fuoco le cose mi angoscia. Qualcosa dentro di me sa che quei pochi minuti, quattro o cinque, non di più, sono stati fondamentali, e non riesco a darmi pace: ero così concentrato nel tentativo di capire cosa stesse accadendo e chi fossero le persone attorno a me, così teso nello sforzo di mantenere il controllo e di rispondere al giudice (nome, cognome, luogo di nascita) che me ne restano solo vaghe immagini, accanto alla netta sensazione che nessuno mi stesse a sentire. Ascoltavano lui, invece, l’avvocato d’ufficio, che parlava al mio posto senza sapere niente di me.
Didier viene riaccompagnato in cella dopo neanche quindici minuti, le guance scavate tirate verso il basso da un’espressione di sgomento e frustrazione. Che è successo? Gli chiede Hassan, facendoglisi incontro. Mi avvicino anch’io, accompagnato dal sommesso russare di Sumon, che ha ripreso a dormire. Non so, no capito, la voce di Didier è un soffio pieno di vergogna. Non hai capito? No, parlava veloce, parole strane, difficili, mostra documenti in italiano, difficili, dice lui fretta, no tempo di spiegarmi e fidati. Gli occhi di Hassan si stringono in un’amara soddisfazione mentre si rivolge a me, parole vuote, sibila… e poi, allo sguardo interrogativo di Didier: la prossima volta digli che te li deve tradurre i documenti, è un tuo diritto, hai diritto di capire, ok? Didier annuisce poco convinto. E adesso? Chiede, infine. Adesso… fidati! Non preoccuparti, m’inserisco io, vedrai che andrà bene. Non so perché glielo dico, non lo credo davvero, voglio solo che i suoi occhi la smettano di guardare così, con quel terrore di bestia, privo di ragione e di consolazione. E lui ci si attacca come un naufrago a un rottame della nave venuto a galla da chissà dove. Andrà bene, sorride, andrà bene, e mi abbraccia, abbraccia Hassan, saltella. Non dovresti dare false speranze alla gente, mi ringhia Hassan, ma le sirene hanno già fatto aprire le celle, all’unisono, con un colpo secco. Abbiamo imparato a suon di manganelli a starcene buoni, sulle nostre brande, mentre gli agenti passano a distribuire i vassoi con la cena. L’altro giorno Sumon ci ha trovato un verme.

Giulia Stucchi, classe 1986, dopo un diploma di liceo classico e una laurea in lettere moderne, vive e lavora a Bergamo, dove insegna italiano e storia. La scrittura e la lettura sono stati il solo punto fermo della sua vita, fin da quando era bambina, anche se solo ultimamente sta trovando il coraggio di far uscire i suoi testi dal cassetto.
Cerca ancora di capire cosa sia la vita e come gestirla…
Mail: stucchigiulia@gmail.com


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