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LA CINTURA
Valentina Berto
Mio marito è un uomo buono. Alto, con spalle larghe e mani grandi, capelli rossi e barba foltissima, ha proprio la voce che vorrei per il mio sposo: simile a quella di mio padre, ma più calda, più ferma, capace di scuotermi in luoghi a cui l’altra non ha mai avuto accesso, nemmeno una volta. Come se fossi un terreno molle, imbevuto di pioggia, che promette frutti carnosi ma che si rivela arido nella bella stagione. E allora il mio padrone prende la vanga, e batte, batte, batte. Mi colpisce ovunque, facendo scoppiare in aria sassi e zolle, schizzare fango; scava buche profonde alla ricerca di qualcosa che lui, senza alcun dubbio, credeva si trovasse lì sotto. Avevo giurato di essere terra fertile.
Mio marito ha sempre questa smania di guardarmi dentro, di sapere cosa sto covando nella mia testa, ogni volta che i nostri sguardi s’incrociano. A che pensi? mi dice, corrugando le sopracciglia. Spesso gli rispondo in modo svogliato, perché non ne ho idea. Altre volte mi sforzo di estirpare una risposta, un turbamento, una riflessione, qualcosa da dire; ma i tentativi sono vani e la reazione di mio marito si mantiene uguale: si rigira quello che sono riuscita a tirar fuori tra le mani e, poi, me le mette addosso. Le sue dita affondano nella carne, circondandomi il braccio. Di solito mi accarezza.
Se faccio qualcosa di sbagliato, non manca di farmelo notare. Per questo gli sono grata. Non so mai cosa dire, come comportarmi, e nelle occasioni più diverse – tra le mura di casa, per strada, a tavola coi parenti, in banca – mi attanaglia un disagio costante. Persiste addirittura a lavoro, quando impilo le scatole da scarpe una sopra l’altra, o consiglio alle clienti quale vestito comprare. Mi ritrovo a fissare un punto nel vuoto e in un attimo sono fuori da tutto. Mi osservo mentre raccolgo i cocci di un piatto che ho fatto cadere in cucina, mentre passeggio per la piazza del paese e metto il piede in una pozzanghera, mentre mangio il pesce al forno preparato da mia suocera e tolgo una spina che mi si è incastrata tra i denti, mentre il consulente bancario rimesta carte e io guardo il quadro appeso alla parete del suo ufficio – Donna con mani incrociate di Schiele, che da anni porge la schiena e, addossata a quel muro, aspetta la fucilazione.
Mio marito è sempre accanto a me, che mi tiene le mani sulle spalle. È sufficiente che gli rivolga uno sguardo languido affinché venga in mio soccorso. Parla al posto mio. È spigliato, affabile, deciso, quello che non ho mai avuto il coraggio di diventare, e di tutte queste qualità io stilo un elenco, lo recito in silenzio.
Si impegna a stare con me, una donna così opaca che non riflette luce.
Penso che qualcosa in me lo ecciti sempre. Una volta era così esaltato che non s’è trattenuto dall’afferrarmi per la vita, sollevarla all’altezza del viso e, lassù, in mezzo al soggiorno, farmi girare e girare e girare. Mi ha buttata sul divano e per poco non l’ha mancato. Si è accertato che fossi ancora integra e mi ha baciato sulla fronte – è così premuroso quando sfoggio lividi vistosi, tagli profondi, o anche quando c’è solo la possibilità che sul mio corpo sboccino macchie violacee. Distesa tra i cuscini, mi ha chiesto: perché ti commuovi?
E sono rimasta zitta.
Ho sempre trovato conforto nell’astensione – nel non detto. D’altronde, mi chiedo se avrà mai luogo una conversazione in cui sarà necessario un mio intervento e, in caso, cosa mai potrò dire.
Niente, ho risposto, mentre mi alzavo dal divano.
Senza dire la verità, e senza mentire: sono sempre andata avanti così. Se una donna come me sputasse fuori pensieri ed opinioni, non sapendo nemmeno lei in cosa crede, rischierebbe di far uscire sangue dalla bocca, di ferire, di uccidere, e il suo sposo non sarebbe né la vittima né, tanto meno, il carnefice. Questa consapevolezza mi basta per affermare che mio marito non mi farà mai del male, non per davvero. L’ho sempre pensato, e lo sto pensando anche ora che mi ritrovo bloccata sotto di lui.
È domenica mattina. Abbiamo appena finito di fare sesso. Schiacciata dal suo peso, sento il busto affondare nel materasso e lasciarsi circondare dal morbido cuscino che, per la foga, mi è scivolato sotto la schiena. Tengo gli occhi chiusi mentre mi bacia il collo, e lo abbraccio. Mi dice qualcosa, ma le sue parole mi scrosciano nell’orecchio.
Nella stanza c’è pochissima luce. I mobili, nella penombra, sembrano sassi avvolti dai rivoli di un torrente. L’aria è viziata: per tutta la notte, le finestre sono rimaste chiuse. Ho quasi l’impressione di soffocare.
Giacomo, dico, fammi sistemare un attimo.
Mi raddrizzo e, con l’accortezza di nascondermi la faccia, sbadiglio. Noto un brutto neo sulla spalla destra di mio marito – scuro, in rilievo, somiglia ad uno scarabeo.
Dovresti prenotare una visita dal dermatologo, sai.
Perché non sei venuta? domanda.
Non ti è piaciuto?
Percorro la sua clavicola con l’indice, e mi rendo conto che sono passati gli anni, le stagioni, le amanti, gli uomini, ma le domande che mi vengono poste sono sempre le stesse.
Non ha importanza, dico.
Giacomo mi fissa negli occhi. Stringe una ciocca dei miei capelli tra le dita, poi passa ad osservare ogni dettaglio, ogni difetto del mio viso – le sopracciglia sottili e il naso che, per i suoi gusti, è troppo lungo.
È da un po’ che mi sembri assente, quando lo facciamo.
Il suo commento mi ammutolisce. Lo riascolto infinite volte finché non diventa materiale; si pone tra i nostri corpi e lo contemplo, ha un che di opaco e di lucido insieme.
Mi preme i capelli sulle labbra.
Cos’è, dopo tutti questi anni, non ti vado più bene?
Sento una risata che dovrebbe essere quella di mio marito e, lo so, ho il dovere di ricambiare, quindi rido piano, la ciocca che non mi permette di fare rumore.
N-n-n…, balbetto, e nella mia testa continua a risuonare: assente, n-n-n, assente, n-n-n, assente.
Mi mordo il fondo della lingua, ma non tradisco alcun dolore, sorrido a quel viso che mi sta di fronte, sfocato nei contorni.
Non è vero; vai benissimo.
La reazione di Giacomo mi è negata, si distende alla mia destra. Ha incrociato le braccia dietro la nuca.
Traggo un sospiro e, come se dovessi accogliere più ossigeno possibile nei polmoni prima di immergermi in mare, lo esaspero; ma temo che possa suonare insolente, allora tossico e lo camuffo. La vista è annebbiata, le travi del soffitto mi si mostrano offuscate. Parlare mi affaticherebbe ancora, e non so con quale forza sia riuscita a dire – a dire cosa? Non è vero, ho risposto?
Non ricordo nulla. Ciò che è accaduto un paio di minuti fa è già stato inghiottito dal passato ma, in qualche modo, persiste e si protrae, io lo inseguo e così mi perdo in un tempo unico dove coesiste ogni cosa, anche lo spazio si appiattisce.
Mi pizzico gli avambracci. Essere turbati da una simile conversazione è da sciocchi. Da malati. Sono forse malata? Mi pizzico ancora. È una battuta, Giacomo ha fatto una semplice battuta – certo che mi va bene, anche dopo tutti questi anni. E prima, sì, mi ha detto quella cosa, ma l’avrà detta per dire – assente – che magari gli sembro più stanca del solito.
Però, c’è stata quella lucentezza. L’onestà con cui ha parlato, e l’effetto che ha prodotto: una bugia. Non è vero, ho risposto. Adesso ne sono sicura. Una parola – assente – deve aver fatto agitare qualcosa dentro di me, se sono arrivata a mentire.
Non è vero? Certo che è vero, Giacomo. Vengo rapita, portata via dalla mia stessa mente quando abbasso la guardia, quando non c’è nessuno a tenermi salda, e tu ci sei sempre riuscito, almeno finora.
Afferro le lenzuola e recito la mia solita preghiera – la lista di mancanze. È quando arrivo a metà che mi coglie un’idea.
Sulla sedia vicino al comodino ci sono i nostri vestiti: due paia di pantaloni, un maglioncino rosa, una camicia bianca. Una striscia in pelle nera scende fino a terra, sfiorando il pavimento. È la cintura di mio marito. Gliel’ho regalata quattro anni fa per il suo trentesimo compleanno, vale un sacco di soldi. La fibbia manda un bagliore solo per me, e la mente si rischiara, è cristallo che scoppia.
Sai cosa mi piacerebbe? dico. Che mi legassi il collo con la tua cintura.
Giacomo si acciglia.
Strozzarti, intendi?
No, non devi strozzarmi. Devi stringere.
Stringere.
Sì, più forte che puoi.
Mi scruta ovunque.
Non credevo ti piacessero queste cose, dice.
Gli sorrido.
Voglio solo provare.
Vuoi solo provare, eh? mi fa eco lui e, con un colpo di reni, torna a starmi sopra, serrando le mie gambe tra le sue.
Allunga la mano e prende la cintura.
E se ti fa male? mi chiede.
Non mi farà male. Neanche un po’.
Giacomo stringe la cinta, a pochi centimetri dalla fibbia, e mi colpisce la coscia sinistra. Il metallo è freddo, ma il calore che vaga nella carne è rassicurante.
A che pensi? gli chiedo.
Si mette a ridere, passa la cintura dietro al mio collo. Una scintilla gli attraversa gli occhi, allo stesso modo in cui un pesce dalle scaglie bianche guizza nell’acqua torbida.
Abbiamo una parola magica, signorina?
Non saprei, rispondo. Se sono troppo rossa, fermati.
Ma qui al buio non si vede.
Avvicina il mio busto al suo, tira la cintura verso di sé con uno scatto.
Allora, se non mi senti respirare più.
Giacomo completa il cappio. Lo tasto: è largo, sotto ci passano pollice, indice e medio; ed è così che, percependo il pulsare delle vene, regolare battito sulle dita, una nuova intuizione m’illumina.
Non voglio che mi tocchi, lo avviso. Devi stringere, e basta.
Lui vuole sapere perché.
Perché sì, dico.
Addirittura.
Si mette composto, strusciandosi su di me. Poi afferra la cintura, in due punti simmetrici rispetto al mio collo, e comincia ad allontanare le mani.
L’anello che ha creato diminuisce a poco a poco di diametro. Non scivola alla perfezione sulla mia pelle: sono un po’ sudata, fa attrito. Giacomo deve dare dei colpi più forti. Intanto dondola il bacino e il suo sguardo diventa estraneo, inspiegabile, va svuotandosi, impossibile scorgervi alcun disagio, perplessità o eccitazione. Chiudo gli occhi. Devo solo adattarmi al ritmo che mi viene imposto, far battere i nostri ventri all’unisono, agitarmi come se stessi per soddisfare la mia perversione più latente.
Quando la cintura aderisce al collo, senza soffocarmi ma, allo stesso tempo, senza permettermi di muovere la testa come stanno agognando gli istinti, mi tasto il sesso e comincio a sfregare. Ansimo. Sembrerà tutto più reale. Suoni secchi si spezzano nell’aria. Il membro di lui riprende vigore, mi cerca.
Se mi tocca, urlo.
Tuttavia, c’è questa cintura a proteggermi. A separami da lui, a tenergli le mani occupate.
Inizio a provare dolore. Il mio corpo si sta riducendo ad una misera striscia di carne, spessa quanto la cinta, che viene stretta sempre di più. Il pomo d’Adamo si muove a fatica mentre ingoio la saliva. Digrigno i denti, mi lecco le labbra e me le mordo, sbuffo, lancio strilli e gemiti, l’unica cosa che mi proibisco è smettere di respirare. Dobbiamo continuare, penso, fino alla fine.
Mi gira la testa. Così sollevo i seni, premendoli contro l’addome di lui per far entrare aria nei polmoni, e gli sorrido, anche se non posso vedere se stia ricambiando o meno: non ho ancora riaperto gli occhi. Sarebbe un peccato rovinare tutto, dando anche solo una sbirciata al suo viso. La realtà deve scivolarmi addosso.
Cerco di portare la mente altrove. Sono così brava a farlo, che lo faccia anche adesso. Mi sembra di essere in cucina, in piazza, a pranzo da mia suocera, in banca, e in un attimo non sono più io, è come se fossi già morta.
Sposto il corpo al centro del letto, e quello che gli sta sopra lo segue. Immagino questo groviglio di braccia e di gambe dimenarsi in mezzo ad una stanza vuota, infinita, senza pareti, in un’atmosfera bianca e viscosa. Al centro si trova un essere bipartito: metà femmina, metà maschio.
Mi dimeno, inarco la spina dorsale, vengo percorsa da una scarica elettrica sapendo che questi gesti primitivi potrebbero essere le ultime cose che faccio nella vita, e allora perché non muoversi più forte, trepidare, uscire di senno; e una nuova scarica m’attraversa non appena contemplo l’idea di rinascere in un organismo nuovo, e allora perché non festeggiare questa mia uscita di scena, seguita da un’entrata inaspettata e in grande stile, come quella che fanno gli attori quando ritornano sul palcoscenico perché il pubblico non smette di applaudire.
Osservo l’uomo che mi sta sopra, ma di lui non mi attrae più nulla. Ci sono soltanto io, la donna da cui sto uscendo pian piano. Lui tira, e io mi innalzo. Lui si piega all’indietro, e io mi levo in alto. Lui esita e si comprime, io sobbalzo e mi espando – lei sobbalza e si espande. Lui crede di farmi del male, io sto godendo – lei sta godendo.
È una bella donna, quella che sta provando piacere, avvolta da uno splendente involucro di pelle. Si agita e si contorce, urla e ride, boccheggia e strabuzza gli occhi, vede di fronte a sé un ammasso d’acqua che si muove nel buio e con tutte le sue forze prova ad entrarci dentro. Galoppano le onde, ne increspano la superficie, quando si tufferà sarà un prodigio di schizzi. Sente profumo di alghe, sale nella bocca.
Poi, mormora qualcosa.
È lontano, dice.
Si alza. Attraversa la stanza a piedi nudi. Ha una treccia che le arriva fino all’ombelico, se la porta di lato.
Sono un po’ agitata, dice.
Io non rispondo. Mi limito a guardarla mentre mi lavo le mani nel lavandino. Intreccio le dita e le faccio scorrere una sull’altra, finché il sapone si gonfia in tante, piccole bolle che vanno a scoppiare sui palmi. Nel bagno si diffonde un sentore di lavanda.
Lei continua: non so se questa notte riuscirò a dormire.
Anch’io farò fatica a prendere sonno, rispondo. Passare la notte in albergo è sempre uno strazio.
Lei annuisce e, guardando lo specchio che mi sta davanti, quasi a studiare le differenze che sussistono tra la mia persona e il mio stesso riflesso, sorride.
Cosa ti preoccupa? chiedo.
Erica borbotta, s’inclina. Il suo viso si riflette solo a metà, diviso dalla cornice dello specchio, e vi trema un occhio grigio: ne indago i movimenti, tento di capire dove si stia posando, ma è fuggevole e pare velato dal pianto. Anche se non è graziato dalla bellezza, m’incanta. Mi sento strana, dice.
Inspiro. Inizio a sciorinare tutto quello che mi passa per la testa. Le consiglio di bere uno dei miei integratori – forse hai preso un colpo di calore, è per quello che ti senti strana –, le propongo di fare una passeggiata – l’aria fresca ti farebbe bene, sai – e le chiedo se questa vacanza coi miei amici del liceo la stia annoiando – puoi dirmelo, eh, non mi offendo. Lei mormora no, no, no. Al mio ennesimo tentativo – cos’è, ti senti fuori posto? –, indugia, giocherella con la treccia e ammette: un po’.
Scorgo l’ombra di Erica allontanarsi, le molle del materasso scricchiolano. Quindi mi raccolgo i capelli in una coda alta ed esco dal bagno.
La finestra è spalancata e l’attraversa una brezza pungente. Ci hanno assegnato una delle camere più belle, con il balcone che si affaccia sul mare. Mi siedo accanto ad Erica. Sul ginocchio ha una piccola cicatrice.
Non riesco a capirti, dico.
Va be’, non importa. Non voglio che mi capisci.
La mia espressione deve apparirle perplessa, o perfino inquisitoria: tentenna, si accarezza la treccia e dischiude le labbra, come se l’avessi colta nell’atto di compiere un gesto imbarazzante e adesso dovesse difendersi.
Volevo solo dirtelo, aggiunge, e basta.
Volevi solo dirmi che sei preoccupata?
Sì – lo dice piano, non mi guarda più.
La stringo a me. È così magra, sento l’ultima vertebra della cassa toracica inarcarsi verso lo sterno e, subito sotto, il fianco stretto che scivola giù e si fa più largo man mano che scende verso le cosce; le mie mani si adattano a queste forme. Erica resta ferma, gli occhi che vagano per vedere cosa ci sia oltre la finestra, si lascia accarezzare mentre osserva qualcosa che, sono sicura, non sono né i pini marittimi né le onde del mare. I rumori che provengono da fuori sono un richiamo. Sì, mi ha risposto, sì.
Andiamo in spiaggia.
Sfiliamo accanto ad ombrelloni chiusi, a sdraio ripiegate su se stesse; la sabbia è tiepida e si leva ad ogni passo, diventa bagnata quando ci avviciniamo agli scogli. Il mare è nero e si confonde col cielo notturno.
Erica mi precede. Prima di uscire, si è infilata un prendisole azzurro che le lascia la schiena scoperta – un triangolo bianco che non è riuscito ad abbronzarsi.
Allungo un braccio in avanti, mi capita un mignolo tra le mani, l’afferro, e sono tutte le altre dita che non sono riuscita a prendere ad avvolgermi il polso.
Stando attente a dove mettiamo i piedi, saliamo sopra uno scoglio grande e abbastanza levigato. Mi siedo accanto a lei: è bella, guardarla da lontano mi conforta. Si perde nei suoi pensieri non appena viene lasciata sola, quando non c’è nessuno a stringerla. Mi sembra di vegliare su una bambina. Assume la tipica espressione dei bimbi piccoli, quando smettono di giocare senza apparente motivo e si fanno seri, meditando su questioni importanti con la loro bambola, la loro macchinina ancora in mano: la bocca si atteggia in un sorriso triste, le labbra sono così rilassate che si schiudono, gli occhi tremano sempre.
Vorrei darle una carezza sulle guance, sui capelli, ma la sua quiete è così rara che sarebbe un errore turbarla. In momenti come questo, le chiedo spesso A cosa stai pensando? ma lei non risponde. Si mantiene vaga, al massimo, ed è così che scelgo di non approfondire, indago quelle poche parole che mi concede, ne valuto la consistenza come se fossero oggetti concreti, chincaglierie che ritrovo dopo anni nel fondo di un cassetto. Poi, l’accarezzo sempre – la mia Erica.
Stasera, tuttavia, non sono in grado di domandarle nulla. Non appena prendo fiato per porle la mia solita domanda – un po’ diversa, magari: ti vedo inquieta, qualcosa non va? – mi si annoda la gola. È una sensazione reale, fisica, il sintomo di una malattia. Le parole mi risalgono l’esofago con la stessa violenza di un conato, nauseanti, e sono costretta ad ingoiarle. Perfino il vento mi intima di tacere, ogni tanto si leva, preme sulla mia bocca e poi si quieta, ma anche quando l’aria si fa immobile non sono in grado di parlare. Trascorrono diversi minuti prima che mi decida a dire qualcosa, una frase che manca di punto interrogativo, ma troppo incerta per essere un’affermazione: bello il mare di notte.
Non so, risponde Erica. Mi fa paura.
Perché?
Non si vede niente, immagino cosa possa nascondersi sotto tutta quest’acqua scura e mi vengono i brividi.
Be’, commento, le stesse cose che si nascondono anche di giorno.
Tipo? – il suo tono di voce prova a suonare allegro, ma non ci riesce, è solo acuto.
Sbuffo, quindi inizio ad elencare: alghe, sassi, pesci vivi, rifiuti, pesci morti…
Anche le meduse?
Sì, anche le meduse.
Le odio, da bambina sono stata punta da una di quelle.
Lo so, me l’avevi raccontato.
Lei sorride, chinando la testa, e il mio sguardo l’asseconda: sfugge al suo viso, si perde tra le onde, le rincorre e poi si alza, scorge una scia di luci nel cielo – sono le case che si trovano a chilometri di distanza, costruite lungo i promontori che nella notte spariscono; ed io mi rassegno: se sarà sempre così, penso, non capirò mai.
Accavallo una gamba sopra la sua. Il mio petto si scalda. La guardo un’altra volta ancora, perché una parte di me crede di essere in quarta liceo, è convinta che il tempo si sia avvolto su se stesso, che quello che c’è stato prima, quello che c’è stato dopo non esista; tutta la vita sta lì, condensata in un unico punto, in un bigliettino dato di sfuggita fuori da scuola – Erica me lo porge e scappa via, c’è il suo numero di telefono, non riesco neanche a sorriderle.
Lei fissa un punto davanti a sé. Poi, come se non sapesse che sono al suo fianco, si piega verso di me e si lascia cadere senza alcuna grazia, la guancia trova dove poggiarsi sulla mia spalla. È allora che avverto una lacrima bagnarmi la pelle. Erica piange a lungo, ma il suo pianto è privo di trasporto e la sua quiete di meraviglia: non è più rara, adesso la invecchia e quei due anni che la rendono più grande di me diventano dieci, venti.
Scusa, mi sussurra; dunque le faccio capire che le scuse non servono, e le do un bacio. Le nostre labbra fanno il suono di una piccola pietra che viene fatta cadere con cautela dentro l’acqua. Allora, Erica indietreggia, resta ferma e chiude le palpebre, prima di riaprirle fa un respiro o due.
Ti senti mai… fuori da tutto? mi chiede, sfiorando il ciondolo della mia collana con le dita – ricorda una piccola moneta, ha una foglia incisa sopra.
Al centro delle sue pupille, due punti luminosi oscillano come fiammelle.
Che cosa intendi?
Che il mondo è lontano, risponde.
Quindi coglie un frammento di conchiglia che le sta accanto al piede, gli presta la stessa attenzione che ha dedicato al mio ciondolo e lo getta in mare.
Mormora: meduse. Le viene da ridere, ma la sua risata è vuota, nervosa, le domando cosa c’entrino le meduse.
Hanno questa consistenza strana, spiega lei, gelatinosa. Sono belle, a dire il vero, soprattutto quando le vedi nuotare negli acquari e s’illuminano. Però, se le tocchi, ti fai un male cane.
Sollevo le sopracciglia.
E quindi?
Le cose che mi stanno intorno, tutte quante, si comportano allo stesso modo.
Un’onda s’infrange contro lo scoglio, urla il suo fragore e decido di non replicare. Il mondo è lontano. Non ho idea di cosa significhi.
Ti sei innervosita per prima? le domando.
Per prima?
Non so, provo a dire. Magari sembra che ti tratti come – qualcosa da nascondere: questo non lo dico, lo penso soltanto – una b-b-b…
Qualcosa di cui vergognarti, dice Erica.
Smetto di balbettare, serrando i denti in una morsa – una bambina, volevo dire, una bambina; perché solo i piccoli s’inventano giochi segreti, piangono se le regole vengono scoperte ed infrante, elevano le loro bugie a prove d’intelligenza –; e subito mi difendo: le faccio capire che non mi reca vergogna, che non è difetto, che non è malattia, che in tutti questi anni non mi sono permessa né di nasconderla, né di negarla, né di conferirle identità nuova – mai ho raccontato che siamo sorelle, amiche, parenti – nemmeno una volta, perché a chi chiede io rispondo, semplicemente non faccio vanto; e se ho detto di noi solo ai miei amici, se ai miei genitori ho omesso tutto, il motivo è che…
Lei mi blocca: lo so, che non ti vergogni di me.
E allora, le chiedo, perché hai detto una cosa del genere?
Così, risponde lei; e nella mia testa echeggia: non voglio che mi capisci.
Boccheggio, questa volta sono io ad indugiare, a carezzarmi i capelli; con tono orgoglioso dichiaro: io lo dirò.
A chi? fa lei, per nulla scossa da quella promessa che, volente o nolente, ho reso minaccia.
Ai miei genitori, dico.
Erica si volta di nuovo verso il mare e pare che un brivido le solletichi il mento – trema. La notte annulla ogni colore e m’impedisce di capire se sia arrossita o, al contrario, sbiancata come un cencio; forse sta piangendo ancora ma, poi, con voce ripulita da qualsiasi emozione, annuncia che il mio sarà un gesto inutile.
Non ti conviene, dice. Non a questo punto.
Non a questo punto, faccio eco – stupido pappagallo.
Due anni fa, forse sì.
Poggio i palmi sulle ginocchia e con le dita ingabbio le rotule, le unghie affondano nella pelle. Da allora non è cambiato nulla, sussurro, ma anche dirlo piano mi fa provare vergogna, rende i miei vestiti trasparenti e mostra quello che c’è sotto e che non voglio far vedere – quando passeggiavamo per il parco d’inverno, Erica ed io, il cappotto era lungo e il berretto calato sulle orecchie: da lontano, nessuno poteva intuire ch’ero femmina.
Lo hai capito anche tu, continua lei; e si liscia una piega sulla gonna.
No! la incalzo. Cos’ho capito?
Che io mi sto allontanando da te, e tu da me.
Mi faccio statua sullo scoglio. Erica dice qualcos’altro ma, nonostante il mare vada calmandosi, dei suoi discorsi non mi giunge nulla. Porto le mani al viso e mi rannicchio; i ragionamenti non trovano spazio, sforzo il cervello e questo non dà nulla di buono, l’unica cosa che può fare è mettere insieme i cocci rotti: due anni fa, le cose che mi stanno intorno, il mondo è lontano, tutte quante, non ti conviene, non a questo punto.
Lo stomaco s’avvinghia, il petto sussulta, al posto del cuore ho una fiamma, il collo avvampa, cerco di rimanere impassibile ma le lacrime bruciano, sono insistenti, mi rigano le guance. Penso che, se quelle parole fossero menzogne, non farebbero così male.
Così abbasso di nuovo le mani, e un triangolo di tessuto blu mi svolazza davanti. Erica sorride, si alza e scende dallo scoglio; vuole dimostrare che tutto sta andando per il verso giusto, che le volontà sono chiare, le decisioni giuste e definitive, cammina davanti a sé e dice: non dire a nessuno di noi due, è meglio così, rischi di andare nei casini per niente.
Lancio un grido, le urlo che non agisco per accomodare gli altri, che nascondersi per avere vita facile non è da me, perché io so chi sono, e i giudizi altrui non m’importano, e se pensa che l’ami per scherzo, no, si sbaglia.
Così mi alzo, portandomi sul bordo dello scoglio, faccio per seguirla ma qualcosa mi blocca. Lei continua ad avanzare, corre, l’acqua le arriva al petto, nuota, si spinge il più lontano possibile dalla riva, io guardo il mare e ho paura – è così nero, ora capisco.
Erica! urlo, Erica!
Il vento distorce i suoni, il chiasso delle onde mi riempie le orecchie ma, in risposta, odo il mio nome. E questo basta.
Mi tuffo. I pantaloncini si gonfiano, le spalline della canottiera cadono, in un attimo mi faccio pesante e come un sasso rimango attaccata al fondale, l’acqua mi arriva al seno, io la prendo a pugni e la spingo via; quest’acqua che oppone resistenza e mi rallenta. Vedo Erica in lontananza e non capisco se sia immobile o in fuga. La chiamo a gran voce, la sua testa oscilla, la treccia s’è ormai sciolta, ringrazio questa notte per avere la luna.
Quando sono costretta ad alzare il mento per tenere il viso in superficie, inizio a nuotare. Muovo gambe e braccia come viene: Erica è vicina, il suo viso è nitido, ma ecco che un’onda mi scavalca ed esercita su di me tutto il suo peso.
Sono avvolta dal nero. Tenere gli occhi aperti o chiusi è indifferente: il buio annulla, disorienta; e l’unico organo a rivelarsi utile è l’orecchio – stai per raggiungere il fondo del mare, mi avvisa, ne sono prova i rumori sempre più ovattati e l’ululato delle correnti, ti porteranno via.
L’ossigeno inizia a mancare, d’istinto apro la bocca ma ingoio acqua salata, sabbia, corpuscoli che mi solleticano la gola, i polmoni scoppiano e implodono allo stesso tempo.
Tuttavia, sono in grado di pensare: caldo, qui sotto fa caldo. La mia pelle è rovente ed è così che l’oscurità si dirada. Forse sto venendo sospinta verso la superficie, o forse la notte è già trascorsa, è l’alba.
Il petto si distende, apro la bocca: entra aria.
Apro gli occhi.
Una serie di colonne scandisce lo spazio. Stanno alla medesima distanza l’una dall’altra e, ad eccezione di qualche macchia, crepa o venatura, sono tutte uguali; addossate ad una parete blu, hanno anch’esse lo stesso colore. Più le osservo e più vanno offuscandosi, per poi farsi nitide ed offuscarsi nuovamente: palpitano, e ad accompagnare il loro movimento sono delle gocce che mi picchiettano sulla mano sinistra, ferma all’altezza del viso, con ritmo regolare.
Un corpo luminescente si espande tra le colonne, acquistando forma indefinita, si allunga e divora l’azzurro, lo sostituisce col bianco. Anche nella mia gola sembra dilagare una sostanza simile, ardente, così calda da emettere luce. Mi tocco il collo, e allora realizzo: sto guardando le travi del soffitto, il soffitto della mia camera da letto, dalla finestra sta entrando il sole.
Sollevo la nuca dal cuscino. Giacomo è nudo e tiene le mie cosce serrate tra le sue, non compie il minimo movimento, mi fissa come se un’orrenda voglia mi stesse ricoprendo pian piano la faccia ed io, di riflesso, mi tasto le guance: sono bagnate, ma bollenti, quasi avessi la febbre. Sto ansimando, e così anche lui. Le sue spalle s’alzano e s’abbassano, il neo che ha sopra la clavicola oscilla allo stesso modo in cui una biglia rimbalza tra due pannelli, avanti e indietro, su e giù; per il resto, sembra paralizzato.
Con l’indice seguo una vena rigonfia che, dal gomito, gli s’inerpica fino al polso, e così la vedo: la cintura è ancora nelle sue mani, stremata come se tutto quel lavoro di stringere, di tirare l’avesse fatto lei – s’è dimessa dal suo ruolo di cappio, tornerà a sorreggere pantaloni.
Dove, dico; e non riesco ad aggiungere altro.
Non respiravi più.
Raddrizzo il busto, aiutandomi con le braccia, e il naso di Giacomo sfiora il mio. I suoi occhi sono opachi, vedono tutto e niente, il mio sguardo frizza e il rosso dei suoi capelli, il blu della penombra vibrano psichedelici.
Dal pavimento s’innalza acqua cristallina che va ad immergerci le gambe, la pancia, tutta la schiena e, prima che ricopra anche le nostre teste, lui mi chiama per nome, una, due, tre volte; ma io scelgo di rimanere in silenzio.
Tutti e tre veniamo sommersi dall’acqua fredda.
Lei allunga una mano, io la stringo.
L’uomo che mi sta di fronte abbassa il capo e poggia l’orecchio sul mio seno: vuole accertarsi che il cuore stia battendo ancora – non sa che posso respirare anche qui sotto, anche sott’acqua.
Lui mi chiama di nuovo per nome. La sua voce è chiara, ferma.
Io non rispondo.

Sono nata in provincia di Vicenza nel 2004. Ho conseguito la maturità classica e attualmente studio Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Padova. La cintura è la mia prima pubblicazione su una rivista letteraria.
Mail: bertovalentina4@gmail.com


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