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SIRENA
Michele Crescenzo

Il cappotto grigio termina proprio sopra le sue ginocchia, rende ancora più sexy il contrasto tra la minigonna rossa e le calze velate di nero. Sirena smette di specchiarsi nella vetrina e continua a passeggiare nel silenzio della notte.

La strada deserta luccica di brina. Sulla saracinesca della cartoleria un grosso Babbo Natale indica sconti e offerte speciali. Le labbra formano una smorfia di fastidio. Odia questo periodo da sempre. 

Dall’altro lato della strada un chiarore filtra all’improvviso da una finestra. Dietro quella persiana ci sarà una studentessa curva sulla scrivania tra libri ed evidenziatori o una madre che spera che il figlio non si svegli mentre si rannicchia tra le braccia del suo uomo.

Donne nate donne, donne fortunate.

E pensare che Freud sosteneva che la donna invidiasse il pene all’uomo: cosa ci sia da invidiare non ne ho davvero idea. 

Continua a passeggiare. L’insegna verde della farmacia H24 pulsa ritmica in tre croci una dentro l’altra, dalla più grande alla più piccola. Al centro, l’orologio indica le tre e quaranta. Ancora un’ora e andrà via. 

Infila una mano nella tasca interna del cappotto e afferra la bottiglietta a forma di Madonna. La tiene un po’ in mano. Passa l’indice sulle rifiniture argentate, sul velo di platino e sul filo d’oro intrecciato a mo’ di aureola. Il rum ambrato riempie il corpo della madonnina quasi fino all’orlo. Quella bottiglietta avrà almeno cent’anni. Sua nonna la custodiva nel comodino accanto al letto in cui dormivano insieme. Ogni sera, prima di coricarsi, nonna Carmela la prendeva e ne beveva un sorso. Sirena non ha mai saputo cosa ci mettesse dentro, forse acqua santa; ma ognuno è libero di metterci quello di cui ha più bisogno, no?

Fa un lungo sorso, sente lo zucchero dell’alcool e del miele sotto il palato.

Non ha mai soldi, quelli finiscono tutti per le cure ormonali, ma ha sempre comprato rum di altissima qualità. La Madonnina se lo merita. 

La rimette nel cappotto.

Via Ortles è adornata da ghirlande di pino e da una grande stella cometa. Sirena volta lo sguardo e prosegue dritta. Natale è solo un’accozzaglia di brutti ricordi.

Fotografia scattata dall’autore

Ce ne saranno stati sicuramente di belli, forse quando ancora non aveva capito che Babbo Natale fosse solo una trovata pubblicitaria della Coca-Cola. 

Prova a scrollare via i ricordi, a concentrarsi sulla strada. Muoversi sensualmente, elevare la propria femminilità a una dimensione superiore. 

Ma stasera no, stasera non funziona. 

Le feste natalizie costringono a confrontarti con quello che la società vuole che tu sia: così i suoi uomini – quelli che la chiamano amore, quelli che la vogliono baciare sulla bocca – spariscono, si nascondono. Alcuni sono così ingenui da credere che Natale possa redimerli (da cosa poi?); credono che il primo giorno del nuovo anno possa essere il momento esatto dell’inizio della svolta che cambierà loro la vita.

Il battito del cuore aumenta nella notte fredda. Calma, deve rimanere calma o questa si trasformerà in una di quelle notti in cui vorrebbe prendersi a pugni, strapparsi il pene, bruciare quell’ano impregnato del sudore dei suoi uomini, delle loro mani, della plastica dei loro preservativi. 

Cammina svelta. Gira a destra, poi a sinistra. Eccolo, Gesù sulla croce con il volto tranquillo malgrado la condanna a morte, la corona dentata e il sangue gocciolante sulla fronte. Lui sì che sapeva mantenere la calma nei momenti difficili. 

Inizia la sua preghiera, mani unite e volto rivolto verso l’alto: «Signore, fa’ che questa notte passi tranquilla. Fa’ trascorrere veloce questo schifo di Natale. Già che ci sei, fammi vincere al superenalotto così avrò abbastanza soldi da staccarmi questo inutile pene senza diventare un mostro e, finalmente, mi trasformerò da Sirena a Serena. Amen». 

Gli manda un bacio e torna indietro. Il suo passo ora è più calmo. 

Nel cielo, la luna si erge libera e sola al centro della notte. 

Tira fuori la bottiglietta. Il liquido dorato arriva poco sotto il ventre della Madonnina. Sirena si appoggia sul cofano di una vecchia panda e con un sorso deciso la svuota. L’accarezza piano come se fosse viva. Sotto i polpastrelli sente i tagli, le imperfezioni dovute dal tempo. La guardava tutte le notti e tutte le notti desiderava essere lei, così bella, così perfetta, così donna. Ogni notte sognava il miracolo: il glande che si avvolgeva su sé stesso, i corpi cavernosi che si accorciavano rimpicciolendo tutta l’asta del pene. L’arteria che si inarcava e si dirigeva all’interno portando con sé i testicoli e tutta la sacca scrotale formando delle nuove grandi e meravigliose labbra. 

La mattina si svegliava e la Madonnina le sorrideva con infinita pietà. Allora capiva: non c’era nessun peccato in quei pensieri. 

La ripone all’interno del cappotto. Voltandosi nota, sul cruscotto della panda, un cartoncino verde dai bordi rossi. È una poesia scritta con una grafia ordinata, le lettere alte e strette come ramoscelli: la scrittura di una bambina. Sirena la immagina magra, la pelle chiara e uno spruzzo di lentiggini sul naso e sulle guance. Una bambina educata e molto noiosa.

Una bambina nata bambina, una bambina fortunata. 

Si volta e legge. È una poesia natalizia abbastanza sciocca sul senso profondo del Natale e finisce con l’augurio di abbracciare la propria anima ed essere sé stessi. 

Già, essere sé stessi.

La mascella si irrigidisce. Per riuscirci, lei è dovuta scappare, nascondersi, ingurgitare pillole, seguire le istruzioni di dottori che prescrivevano medicine dai nomi impossibili. I giramenti di testa, gli ormoni impazziti, tutti gli effetti collaterali. 

È stata innamorata, illusa, rapita, picchiata e insultata, ma ancora non è diventata sé stessa. 

Non ne è neppure vicina.  

Una fitta di odio le colpisce lo stomaco. Batte forte la mano sulla portiera e l’auto inizia a suonare. L’allarme ha un rumore assordante e la rabbia di Sirena sale, come se quel suono la alimentasse, come se la rendesse all’improvviso più forte. Sente una forte pressione sul petto come grosse pietre incastrate tra i polmoni. Si accascia a terra, gli occhi spalancati. L’allarme è insopportabile. Ossessivo. È lì che le urla contro. Sirena prova ad allontanarsi dall’auto ma l’antifurto continua a rimbombarle nei timpani, nella cassa toracica, nel cuore. Il ricordo del suo ultimo Natale in famiglia prende forma nella mente: la sua vecchia stanza, i vetri appannati dal freddo, il presepe con quel sudicio foglio di cielo stellato riciclato ogni dicembre.

Vuole urlare ma la sua voce è bassa, strozzata. Deve calmarsi, respirare piano usando il diaframma, ma è impossibile. Con questo rumore è impossibile. Quando chiude gli occhi lui la trascina giù – il diavolo la sta trascinando giù, giù, giù – sul pavimento della casa d’infanzia. Il diavolo calcia l’albero di Natale, le tira i capelli, la schiena e i talloni di Sirena sbattono contro le porte. In quel terrore, mentre lui la porta con sé all’inferno, Sirena – Sirena che ha solo quattordici anni – pensa: perché la mamma non urla? Perché la mamma non mi difende? Perché anche nonna Carmela non dice una parola? 

Davanti alla violenza, all’umiliazione e alla paura capisce che nessuno parla perché hanno tutti gli stessi occhi, lo stesso sguardo disgustato del padre. 

Prova ad azzerare i ricordi, muove le braccia come se potesse scacciarli ma l’allarme li nutre, li fa muovere davanti ai suoi occhi. Il diavolo afferra con forza la sua nuca, le sbatte la testa contro lo zerbino: il sangue scende dal naso di Sirena e cola lì, davanti alla porta di quella casa in cui tutti la chiamano Simone. Simone, che ha chiesto a Babbo Natale un rossetto rosa scintillante

Il suono dell’antifurto si interrompe e il silenzio risucchia ogni rumore insieme alle immagini del passato. Sirena ha i muscoli delle braccia e delle gambe contratti, il culo sull’asfalto ghiacciato e la faccia bollente. Il respiro diventa lentamente più regolare. Nessuno si è avvicinato. Nessuno si è mosso. Tutto sembra uguale a prima. Sirena, racchiusa su sé stessa in posizione fetale, si porta i pugni agli occhi umidi, li preme forte come si preme su una ferita perché smetta di sanguinare.       

Michele Crescenzo

Michele Crescenzo è nato a Napoli nel ’77 dove si è laureato in Sociologia. Vive a Milano dal 2002, dove lavora in una multinazionale americana. Cura, dal 2020, la rubrica “Gotham’s Writers” su La Voce di New York dove ogni mese racconta di unә autorә newyorkese. Gestisce “Ti ho Rivista” tabloid sul mondo delle riviste indipendenti italiane e collabora con il progetto Romanzi.it selezionando le riviste letterarie e curando la rubrica “La versione di Michele”. Organizza eventi culturali alla libreria milanese Gogol&Company. Nel tempo libero scrive: Nel 2009 ha vinto il Premio Chatwin, concorso internazionale sul viaggio. Ha pubblicato racconti per antologie e riviste letterarie (‘tina, Pastrengo, Talking Milano, Lettura la newsletter del corriere della sera).

Mail: michelecrescenzo77@gmail.com

Instagram: @michele.crescenzo.bla.bla

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