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IL TEMPO INFRANTO
Marco Peluso
Le mani di Aldo sembravano essere scampate alla vecchiaia, la pelle liscia e le dita affusolate stonavano con la sua grossa stazza e con le rughe che gli solcavano la fronte larga. Stava ritto davanti a un uomo seduto su una poltrona reclinabile, la testa riversa in un lavabo in madreperla. Gli passava le dita fra i riccioli insaponati, leggero come un sussurro.
«L’acqua è troppo fredda?»
«No, va bene…»
Una volta finito, l’uomo pagò e andò via, come facevano tutti. Aldo lo vide allontanarsi al di là della vetrina, una macchia fra un andirivieni di corpi che si avvicendavano verso la stazione centrale, in mezzo al fracasso delle auto ingorgate nel traffico.
Si voltò. Luci al neon si scagliavano sulle stampe di una Hollywood degli anni d’oro; sopra a due lavabi in marmo erano riposte con cura forbici e rasoi, pennelli da barba e boccette di colonia. L’aria era satura del profumo di sapone e di mentolo. Aldo osservò le ciocche di capelli lasciate dallo sconosciuto sul pavimento, l’unico pegno di una vita appena sfiorata. Spazzò via tutto.
Andò al lavello a sistemarsi i bianchi capelli impomatati e a lisciarsi i baffetti. Sciacquò con cura pennelli e forbici. Si fermò nel mezzo della stanza e alzò lo sguardo verso un orologio a lancette: mancavano tre minuti alle sei, da diciassette anni chiudeva sempre a quell’ora, da quando la malattia di sua moglie, Matilde, l’aveva costretta a letto.
Erano sedici anni che non aveva più nessuno di cui prendersi cura, eppure continuava a rincasare alle sei.
Uscito dalla bottega, calò la serranda e s’incamminò a passo lento in strada. I negozi erano ancora aperti e i marciapiedi brulicavano di persone frettolose che ignoravano i pezzenti accasciati a bere vino in cartone. I suoi occhi incrociarono quelli di un bambino in lacrime, trascinato con forza dalla mamma.
«Ora che torniamo a casa vedrai» strepitò la donna.
Aldo spiò il ragazzino svanire nella folla e proseguì fino davanti al portone di casa sua. Era stato suo padre a comprare quell’appartamento, prima ancora che lui nascesse, dopo l’aborto subito dalla madre.
Il fratello, se fosse nato, si sarebbe chiamato Aldo, proprio come lui, e al posto suo avrebbe ereditato casa e bottega. Per un attimo cercò di dare un volto a quel bambino mai nato, tentò persino di tracciarne nella mente il timbro della voce, ma udì solo la chiave girare nella toppa, poi il portone d’ottone aprirsi e chiudersi alle sue spalle.
Come ogni giorno controllò la posta, senza trovarci niente. Salì le scale fino alla porta di casa: c’erano ancora i nomi dei suoi genitori. Entrato nell’appartamento, non accese nemmeno la luce. Andò in cucina, l’aria puzzava di muffa e di detersivo, nel frigorifero c’erano una confezione di uova e del formaggio, una bottiglia di latte e tre di vino. Prese del vino e un bicchiere e raggiunse la camera da letto. Riverberi di luce filtravano dalle cortine calate, illuminando un letto a due piazze; su una parete era appesa una fotografia in bianco che ritraeva sua madre da giovane. Non sorrideva. Non ricordava di averla mai vista sorridere.

Chinò lo sguardo, proprio come quando era bambino e lei gli urlava contro: «Aldo, quante volte ti ho detto di usare i sottobicchieri?»
Poggiò il bicchiere su un sottocoppa ricamato a uncinetto posto sul comodino, accanto a una fotografia del matrimonio dei genitori: entrambi avevano un’aria solenne, dura.
Sua madre, la signora Rollo, come la chiamavano tutti da quando si era maritata, in quella foto sembrava quasi presagire la malattia che gli avrebbe strappato via il marito; ma quando dopo trent’anni di matrimonio lui era morto di HIV, gli occhi le brillavano di una gioia animalesca.
Aldo indossò pigiama, pantofole e vestaglia, afferrò il bicchiere e si fermò alla finestra. Sbirciò fra le insenature della persiana un mondo ridotto a un diorama.
Il vicolo era cinto da vecchi palazzi. In strada un cinese portava scatoloni in un negozio e alcuni negri smontavano delle bancarelle, dalle finestre aperte si intravedevano le sagome di sconosciuti. Diede un sorso al bicchiere e lo lasciò sul sottocoppa. Al secondo piano del palazzo di fronte una vecchia guardava la TV. Lo faceva ogni sera. Alle sei e trenta in punto avrebbe recitato il Santo Rosario, poi verso le sette e mezza sarebbe andata a preparare la cena. Era giovedì, avrebbe mangiato patate lesse e tonno in scatola e guardato un telequiz. Al terzo piano una studentessa si cambiava; indossava solamente le mutandine di pizzo, ma Aldo non provava la minima eccitazione e non era colpa dell’età: certe cose non l’avevano mai invogliato; non ricordava di aver provato più alcun turbamento dal giorno in cui, quando aveva tredici anni, sua madre l’aveva beccato nello sgabuzzino, seduto a masturbarsi davanti a una rivista. Lei aveva spalancato la porta e lo spavento era stato così grande che Aldo aveva schizzato sul giornaletto. La madre, rossa in viso e con gli occhi gonfi di lacrime, gli aveva strappato di mano la rivista e l’aveva usata per picchiarlo sulla testa.
«Sei un animale! Un porco come tuo padre.»
Da allora si era masturbato solo a letto, nascosto sotto le lenzuola, quando proprio non ce la faceva più. Compiva tutto velocemente. Poi scoppiava in lacrime, stringeva il cuscino e tremava, come aveva stretto a sé Matilde la prima notte di nozze, muovendosi su di lei meccanicamente.
Non le aveva dato piacere né lui ne aveva provato, tutto era durato pochi minuti, un rituale da compiere e basta, soltanto l’espletamento di un contrato stipulato per forzatura.
In camera non c’era neanche una foto del tempo in cui era fidanzato con Matilde, solo quelle del loro matrimonio ed entrambi avevano la stessa espressione dei suoi genitori.
Mandò giù altro vino e osservò il vecchio dell’appartamento numero dodici piegare con cura i vestiti, li poggiò su una sedia e andò a sedere sul divano a guardare la TV. Dopo nemmeno mezz’ora la bottiglia era dimezzata e le luci delle finestre nel quartiere erano aumentate, dal vicolo saliva tanfo di rifiuti misto a carne cotta, sugo di pomodoro e frittura. Ovunque si udivano posate battere contro ai piatti, pentole gettate nei lavelli e le voci dei televisori.
Aldo portò il bicchiere alla bocca ma si fermò di colpo. Davanti a lui c’era una luce nuova. Non l’aveva mai vista prima.
Abbassò il bicchiere e schiacciò il viso sul vetro, alitandovi contro. Alcune persone si muovevano dietro a una finestra. Non le aveva mai viste, le imposte di quell’abitazione erano rimaste chiuse da più di un anno, da quando era morta la signora Celardo. Andava a sistemarle i capelli ogni ventidue del mese.
Sorseggiò avidamente il vino, nelle sue pupille si muoveva una donna poco più che trentenne indaffarata a preparare la cena: sorrideva spesso, proprio come l’uomo sul divano a guardare la TV.
Cercò di mettere a fuoco i loro volti, di carpire cosa dicevano. A un tratto vide una bambina tuffarsi a capofitto fra le braccia dell’uomo. Nell’attimo stesso in cui il padre la strinse, gli occhi di Aldo si frantumarono come fossero di cristallo. Sfiorò il vetro con le dita. Fissava le labbra di quell’uomo mimare contro al viso della bimba: «Grazia!»
Si scostò di colpo e con il gomito urtò il vino sul davanzale. Udì la bottiglia spaccarsi sul pavimento. Ai suoi piedi si espandeva una macchia cremisi, simile a sangue, e dalla foto sul letto gli occhi severi di sua madre non smettevano di fissarlo.
«Sei una bestia! Ora ti faccio vedere io come si comportano le persone.»
Lo aveva afferrato per il collo e gli aveva schiacciato la faccia sul pavimento della cucina, costringendolo a mangiare i maccheroni al sugo che aveva fatto cadere a terra.
Serrò le palpebre. Quando le riaprì, dall’appartamento di fronte Grazia stringeva fra le mani il viso del padre e lo baciava. La donna era ancora ai fornelli, li spiava di sottecchi con espressione beata.
«Dai, Giorgio, venite che è pronto.»
Osservò Grazia correre a tavola e arrampicarsi su una sedia, Giorgio la raggiunse e si mise a sedere al suo fianco.
Aldo cercò di ricordare l’ultima volta in cui aveva visto suo padre a tavola assieme a lui, senza riuscirci. Crollò spalle al muro, il cuore gli batteva come avesse avuto un gran spavento. Incrociò lo sguardo duro di sua madre, poi quello di Matilde e ancora gli occhi di suo padre.
Guardò i frammenti di vetro al suolo. Sapeva che avrebbe dovuto mettere in ordine, eppure non ci riusciva. Corse in cucina e quando tornò in camera stringeva in mano un’altra bottiglia. Si avventò sulla finestra.
Grazia aveva ancora il volto beato e Giorgio le accarezzava i capelli, mentre la donna serviva a tavola e rideva con loro. Osservava le dita di Giorgio tra i boccoli della bambina e sentiva invece suo padre tirargli i capelli, a sei anni, e ringhiare furioso contro sua moglie: «Carme’, io sti capelli da frocio glieli taglio, mo’ basta!»
Diede un lungo sorso alla bottiglia. La testa gli girava e il viso avvampava. Eppure non riusciva a scostarsi da lì. Restò a fissarli per ore. Non urlavano, non litigavano, nessun piatto fracassato a terra.
«Carme’, m’hai scassato ’o cazzo!»
Li spiò andare a letto assieme, vicini. Sorridevano ancora.
Chiuse la persiana e abbandonò sul davanzale la bottiglia e la macchia di vino a terra. Si mise a letto, ma rimase a occhi aperti.
Nel buio scorgeva ancora Grazia e la sua famiglia.
*
Il giorno seguente, Aldo era nella propria bottega e lavava svogliatamente i capelli a un uomo. Desiderava solo che l’estraneo andasse via, non sopportava più il contatto con la pelle dei clienti. Per la prima volta le pareti di quella tana sembravano stringerglisi contro e il profumo di eucalipto lo nauseava.
Quando l’uomo lasciò il negozio, Aldo fissò l’orologio sperando che giungessero presto le sei, ma le lancette erano ferme alle due e ventotto.
Cercò di farsi forza, afferrò scopa e paletta e spazzò via in fretta i capelli a terra. Mentre passava davanti allo specchio, si accorse di non capire più chi stava guardando, la sua pelle appariva più pallida del solito, un’ostia di carne, le labbra risaltavano come gocce di sangue.
Da bambino alcuni gli dicevano che somigliava a sua madre, altri che sembrava suo padre. Lui avvertiva di non essere come nessuno. Si sentiva incompiuto, una bozza di vita, simile a quel fratello morto prima di venire al mondo.
Vide la porta del negozio aprirsi e un’ombra formarsi nello specchio.
«È permesso?»
Si girò, stordito, un flebile sorriso gli solcò il volto. Davanti a lui c’era un uomo ben vestito e dai folti capelli neri, teneva per mano una bambina con un cappotto rosso. Aldo quasi inciampò nel fare loro cenno di accomodarsi, le mai gli tremavano e i suoi occhi erano sul punto di esplodere come bolle.
«Prego, venga…»
Giorgio si fece avanti assieme a Grazia, la condusse a delle poltroncine e la issò mettendola a sedere.
«Oplà. Tu sta qua, papà non ci metterà molto. Anzi…» posò fra le mani di Grazia un blocco di fogli e dei pastelli, «perché non fai un bel disegno a papà mentre lui si taglia i capelli?»
Aldo la vide affrettarsi a disegnare e cercò di ricambiare il sorriso della piccola, appena una smorfia sotto ai baffi bianchi.
Giorgio sfilò il cappotto e si sistemò sulla poltroncina.
«Stia tranquillo, è una bambina bravissima.»
«Ne sono sicuro» disse Aldo, spiando i vispi movimenti di Grazia e lasciando scivolare le mani sul collo di Giorgio. «Solo i capelli?»
Lui annuì e si lasciò avvolgere al collo una mantellina color porpora. Si guardò attorno.
«Questo posto sembra un negozio d’altri tempi.»
Aldo accennò di nuovo un sorriso e con un colpo secco gli strinse i lacci attorno alla gola. Giorgio sussultò e il barbiere avvicinò il viso al suo.
«È troppo stretta?» gli sussurrò a un orecchio.
Giorgio si sforzò di mostrarsi tranquillo e allentò il colletto della mantella.
«No no, va bene…»
Aldo afferrò un paio di forbici dal lavello.
«Come li facciamo?»
L’espressione di Giorgio vacillò, gli occhi erano fissi solo sulle lame nella mano di Aldo.
«Beh, non saprei. Non troppo corti ma neanche troppo lunghi.»
Aldo annuì e gli sfiorò il mento con una mano, nel percepire il suo imbarazzo avvertì un fremito di piacere.
«Non troppo corti né troppo lunghi» ripeté. Avvicinò le lame alla sua testa e iniziò a sforbiciare, sfiorandogli con le dita il collo, le orecchie, le guance. Sentiva Giorgio fremere fra le sue mani, come lui rabbrividiva ogni volta che vedeva suo padre o sua madre; lo stesso tremore che aveva avvertito in Matilde la notte del loro matrimonio.
«È molto che ha questo negozio?» chiese Giorgio, spostando lo sguardo sugli oggetti sparsi nella bottega.
«Praticamente da sempre.»
Una ciocca di capelli cadde sul viso del cliente, Aldo gliela scostò.
«Era di mio padre.»
«È davvero un bel negozio» disse Giorgio, voltandosi, ma la mano di Aldo gli bloccò il viso.
«Non si muova» sussurrò.
Giorgio sentì le forbici sfiorargli un orecchio.
«Questo è un lavoro tanto delicato quanto pericoloso. Basterebbe un attimo e…»
«Ha ragione, mi scusi.»
Rimase zitto, intimidito dalla presenza di Aldo alle sue spalle.
«Comunque, vedendo il suo negozio uno subito capisce di potersi fidare di lei.»
«La ringrazio.»
«Io mi sono trasferito ieri con la mia famiglia. Ho chiesto di un barbiere e tutti mi hanno consigliato lei, hanno detto che la bottega del vecchio Aldo è la migliore.»
«Esagerano!»
«Oh no, non credo. Si vede dal modo in cui muove le forbici. Sembra un artista.»
«La ringrazio. Mio padre diceva sempre che i capelli di un uomo sono parte del suo volto.»
Diede un ultimo colpo di forbici.
«Così vanno bene?»
Giorgio si guardò allo specchio e si mostrò soddisfatto.
«Direi che vanno benissimo. Lei è davvero un maestro nella sua arte.»
«Troppo gentile. Facciamo lo shampoo?»
Gli slegò la mantella, un mucchio di ciocche scure volarono sul pavimento, simili a uccelli morti. Grazia scoppiò a ridere, corse verso suo padre e gli agitò contro il blocco dei disegni.
«Papà, guarda cosa ho fatto.»
Lui ammirò dei dinosauri rosa e delle case a forma di biscotti.
«Davvero bellissimo! Questo lo appenderò nel mio studio.»
«Dici sul serio?»
«Certo che sì. Ma ora da brava, fammi qualche altro disegno mentre papà si fa fare lo shampoo dallo zio Aldo.»
Lei sollevò il capo verso il volto di Aldo, perplessa. Era talmente alto da incuterle paura, eppure aveva gli stessi occhi dei suoi peluche. Per un attimo ne fu imbarazzata. Cercò lo sguardo di suo padre, ma lui sorrideva e basta.
«È una bambina vivace.»
Aldo gli sistemò la nuca sul lavabo.
«È la sua unica figlia?»
«Sì, per ora io e Carola, mia moglie, pensiamo sia meglio così.»
Dietro di lui iniziò a scorrere l’acqua.
«E lei ha figli?»
Aldo non rispose, arcuò appena le labbra.
«Mi scusi. È che ho visto la fede sul dito e pensavo che…»
Lui si guardò la mano e si accorse in quel momento della vecchia vera; ci passò sopra l’acqua, quasi volesse cancellare quella traccia.
«La tengo solo per abitudine. Mia moglie non ci sta più da tempo. Lei non poteva avere bambini.»
«Mi dispiace molto. Sono stato uno stupido.»
«Si rilassi.»
Gli passò la mano fra i capelli e iniziò a bagnargli il capo.
«L’acqua va bene?»
«Sì, va benissimo, grazie…»
Giorgio aveva gli occhi chiusi e si sforzava di non mostrare la tensione, sentiva le mani di Aldo non solo sulla testa, ma in lui, come un nuovo sangue che gli scorreva nelle vene.
Finito lo shampoo, Aldo gli frizionò l’asciugamano sui capelli, quasi fosse un bimbo.
«Venga, ora li asciughiamo.»
Infine, mentre Aldo puliva le forbici, lui si controllò allo specchio, finalmente tranquillo.
«Lei è davvero un artista!»
«Troppo buono.»
Grazia aveva smesso di disegnare e si guardava attorno con aria seccata.
«Papà, mi scoccio.»
Giorgio si chinò e le afferrò le ginocchia tra le mani.
«Non è mica carino dire così a casa di zio Aldo.»
Lei osservò incuriosita il barbiere. Era così grosso, sembrava gigantesco. Guardò suo padre, confusa.
«Ma lui è mio zio?»
Lui, con aria allegra, disse: «Certo, lui è lo zio Aldo. Non hai visto com’è stato gentile con papà?»
Grazia scrutò il padre, poi ancora lo zio Aldo. Un timido sorriso le sbocciò sul volto. Aldo afferrò una macchinina da una mensola e le si avvicinò.
«Tieni, principessa.»
Lei, titubante, guardò il genitore. Ma lui si rivolse al barbiere.
«La prego, è troppo. Davvero.»
Aldo porse il giocattolo a Grazia.
«Su principessa, ho visto che la guardavi.»
Lei, con un gesto veloce, gli strappò la macchinina dalla mano e subito iniziò a farla volare in aria, sotto gli occhi innamorati del padre.
«Lei è davvero una brava persona, Aldo.»
«Per così poco…»
Prima di andare via, Grazia dovette dare un bacino sulla guancia di zio Aldo. Tremò nel farlo, stringendo ancora in mano la macchinina.
Il barbiere li vide andare via e svanire tra una folla di persone al di là della vetrata, come tutti.
Si toccò la guancia, era ancora calda.
*
Aldo chiuse la bottega con due minuti di anticipo, un tempo impercettibile per tutti tranne per lui. Li sentiva sulle carni come una violenza.
Entrato in casa corse in cucina, prese una bottiglia di vino e un bicchiere e andò in camera da letto. Accese una lampada e dal buio schizzarono gli occhi cupi di Matilde e della madre, fissi su di lui. Aldo non prese il sottobicchiere né si spogliò, raggiunse subito la finestra e alzò la persiana, si versò del vino e lo vuotò in un sorso per poi riempirne un altro. Fissava con occhi bramosi i palazzi di fronte ma non restava nulla nelle sue retine, nemmeno la vecchia del Santo Rosario seduta in cucina o la studentessa del terzo piano che baciava con ingordigia un uomo, non vedeva neanche quale vestiti stesse piegando il vecchio dell’appartamento numero dodici. Esisteva solo finestra della casa di Giorgio, ma tutto era buio.
Iniziò a camminare in tondo nella stanza e incrociò gli occhi di suo padre: duri e gelidi, crudeli.
Vuotò il bicchiere e lo riempì di nuovo, senza distogliere le pupille da quelle del padre. Le cose dette a Giorgio erano bugie, lo sapeva, e non comprendeva neppure perché aveva mentito. Suo padre detestava quel lavoro, come lui: tutta quell’intimità con degli sconosciuti e nella vita privata nessun corpo da sfiorare.
Ricordava ancora quando suo padre l’aveva preso a cinghiate perché lui aveva smussato un paio di forbici.
«Tu non puoi essere davvero mio figlio! Sei solo un idiota.»
L’aveva picchiato non perché ci teneva a quel lavoro, no, ma solo per dimostrare che lui era il padrone e ogni cosa di sua proprietà era sacra, una proiezione della propria essenza. Aldo non aveva pianto né al funerale di suo padre, né a quello di sua madre e nemmeno quando avevano sepolto Matilde. Il genitore gli aveva detto che piangere era una cosa da deboli: gliel’aveva inciso sulla pelle a furia di frustate. Sentì il rumore di una cinghiata echeggiare nelle ossa.
La luce dell’abitazione di Giorgio ora era accesa, Carola sistemava la spesa in cucina e Grazia e suo padre scherzavano sul divano. Vicini. La mano di Aldo avanzò verso di loro e fu fermata dal vetro. Non ricordava la pelle di Matilde, né di sua madre o di suo padre, solo quella degli estranei che gli scivolavano fra le dita per svanire subito dopo. Osservò Grazia e Giorgio mettersi a tavola. Carola li raggiunse, reggendo un vassoio con dentro dello stufato.
Aldo fissò il bicchiere di vino stretto in mano, ricordando i pasti in silenzio con i genitori e con Matilde. Si allontanò con un movimento brutale, come se desiderasse spazzare via tutto ciò che c’era attorno a lui. Guardò quella famiglia cenare assieme, parlare e ridere. Seguiva ogni loro movimento: Carola arcuava il naso quando sorrideva, le rughe si corrucciavano sulla fronte di Giorgio a ogni risata, le mani di Grazia battevano all’impazzata.
Le dita sbatterono di nuovo sulla finestra, crollarono sul davanzale e non riuscì più a sollevarle, tranne che per portare il bicchiere alla bocca. Rimase a lungo con la fronte poggiata al vetro, il vino stretto a sé. Quando la luce dell’appartamento di fronte si spense, agguantò la bottiglia quasi vuota e si portò a letto. La stanza gli sembrava gigantesca, il silenzio insopportabile. Immobile, seduto sul materasso, continuava a bere. Da una foto, Matilde lo spiava con occhi straripanti di dolore, un’accusa che non sopportava più.
Ripensava alla prima volta in cui l’aveva vista: aveva appena dodici anni, dieci in meno a lui; cresciuta in un orfanotrofio, era stata la signora Rollo a chiamarla come donna di servizio, perché non desiderava femmine adulte in casa né voleva spendere soldi. In cambio, Matilde avrebbe avuto vitto e alloggio e un briciolo di istruzione.
Nonostante la differenza d’età, erano diventati subito amici, accomunati dalla solitudine e dall’odio con cui li spiava il padre di Aldo. I primi tempi, nonostante le fatiche imposte dalla signora Rollo, Matilde sorrideva sempre. Ogni sera con un lenzuolo costruivano una tenda e si nascondevano lì, e lui le leggeva delle storie o ne inventava. Era felice. Erano felici. La loro intimità era totale, di un’innocenza sacra, anche se suo padre non vedeva di buon occhio l’amicizia fra i due: li scrutava di continuo ma non osava avvicinarsi, quasi ne provasse disgusto. Persino quando si erano sposati, subito dopo i diciott’anni di Matilde, non era andato al matrimonio, nascondendosi dietro la malattia che l’avrebbe ucciso l’anno seguente.
Aldo tirò fuori un portagioie in madreperla appartenuto a Matilde. Fra un mucchio di gioielli estrasse una ciocca di capelli. Lei gliel’aveva donata quando aveva quindici anni, eppure Aldo non riusciva proprio a ricordare il momento preciso in cui aveva ricevuto quel regalo. A pensarci non rammentava nessuna parola di Matilde, a malapena piccoli gesti: un casto bacio durante le nozze, la collana che indossava sempre, gli occhi di lei fissi al soffitto mentre facevano l’amore per la prima volta. Vide le labbra di Matilde mormorare mentre si rivestiva, lui ancora nudo sul letto.
«È normale farlo, sono tua moglie.»
Strinse forte la ciocca.
Rammentava perché avevano deciso di non avere figli, nascondendo quella scelta dietro a una bugia, come fosse una colpa.
«Purtroppo mia moglie non può averne. Povera donna! È una moglie così perfetta.»
Rivedeva i loro letti divisi, riuniti solo quando venivano ospiti a casa: una pura formalità, come lo era la vita della sua famiglia.
Posò i capelli nel cofanetto e lo rimise a posto. Vedeva ancora gli occhi di Matilde fissi al soffitto mentre facevano l’amore. Tuttavia c’era altro, uno sguardo che non riusciva a mettere a fuoco. Non più.
*
Erano passati cinque giorni da quando Aldo aveva visto per la prima volta la famiglia di Grazia. La casa era in un disordine tremendo, la puzza di cibo stantio aveva sovrastato il tanfo di chiuso. I vestiti giacevano sul pavimento e sui mobili, le foto dei genitori e quelle di Matilde erano coperte di polvere.
Invece il negozio non era cambiato affatto, sempre immacolato. Al lavoro il suo sguardo flemmatico ora celava un fremito animalesco, una vertigine che divampava ogni volta che l’orologio, contando i minuti che lo separavano dalle sei e dalla sua casa, dalla sua famiglia.
Passava le notti incollato alla finestra, bevendo vino e mangiando a malapena. Una sera, Grazia aveva fatto cadere a terra gli occhiali che Giorgio usava per leggere e lui era balzato in piedi, il suo cuore si era infranto in mille pezzi assieme a quelle lenti. Gli sembrava di vedere ancora il vaso rotto nel loro soggiorno e Matilde in piedi, le mani spalancate e gli occhi gonfi di terrore. Suo padre l’aveva afferrata per un braccio.
«Ora ti insegno io l’educazione.»
Lui era lì e non aveva fatto nulla, era rimasto a guardarla trascinata lungo il corridoio. Matilde era svanita dietro a una porta sbattuta e quando l’aveva rivista era come invecchiata.
Dopo che suo padre era andato via, l’aveva raggiunta in camera e si era steso al suo fianco nonostante fosse nuda, accarezzandole i capelli.
«Ti ha fatto male?»
Non aveva risposto, non si muoveva. Da quel giorno non aveva più sorriso.
Invece Grazia rideva ancora. Giorgio non l’aveva picchiata e lui non ne capiva il motivo. Non comprendeva perché quella bambina fosse così felice. Sentiva solo di dover stare con loro, per sempre, ormai non aveva altra scelta. La consapevolezza lo travolse un pomeriggio, quando la porta del negozio si aprì e i suoi occhi si riempirono di luce nel vedere Giorgio avvicinarsi mano nella mano di Grazia. Lui era cordiale come sempre, mentre lei, intimidita, guardava in basso.
«Buongiorno, Aldo, volevo chiederle se per caso taglia i capelli anche alle bambine.»
Lui quasi non riusciva a rispondere. Era pietrificato. Le mani gli sudavano. Fece la stessa smorfia da pagliaccio del bambino timido che giocava con Matilde.
«Non si preoccupi, per i bambini non importa il sesso.»
«Dice sul serio?»
«Ma sì. In fondo un tempo i barbieri lavoravano così.»
Si rivolse a Grazia con occhi ebbri.
«Allora, principessa, vuoi accomodarti?»
Lei nascose il volto dietro a suo padre, gli teneva la mano e spiava Aldo come un animale che annusa un umano sconosciuto.
Giorgio l’accompagnò alla sedia e l’aiutò a salirci mentre lei, goffa, con i suoi grossi occhi scrutava ogni cosa. La incuriosiva il profumo di dopobarba mischiato a quello del balsamo per capelli. Vide la mantella bordeaux volare su di lei e il viso le si illuminò, si sentiva avvolta da un gesto regale: la principessa del suo papà e dello zio Aldo.
Le mani di Aldo le sfiorarono il collo per legare la mantella, avvicinò la faccia alla sua e le disse: «Principessa, come vuole che li facciamo questi meravigliosi capelli?»
Grazia si voltò verso il padre, confusa, ma lui scosse le spalle.
«Potremmo tagliarli fino alle spalle, che ne dici? Magari fare anche una bella frangetta alla Sailor Moon.»
Lei annuì felice.
Aldo le diede una lieve carezza. Prese le forbici migliori e iniziò a muoversi lentamente attorno a lei. Ciocche bionde volavano a terra e con le dita le sfiorava il collo e le guance.
Grazia era imbarazzata e non ne capiva il motivo, ma ogni volta che zio Aldo la toccava provava vergognava, proprio come le accadeva quando a portarla in bagno era la maestra e non mamma o papà. L’euforia di poco prima era sfumata, di tanto in tanto il suo sguardo incrociava quello di suo padre. Cercava di fargli capire che voleva essere portata via.
«Le dispiace se intanto vado a fare un servizio?»
«Ma le pare. Faccia pure.»
Grazia fissò il padre con occhi lucidi, incerta se implorarlo di non andare via o fare la brava bambina come le raccomandava sempre.
Aldo fece appena in tempo a scostarle il capo con una mano.
«Signorina, fai attenzione, potresti farti male.»
Ma Grazia non gli diede retta né udì la voce di suo padre dirle: «Hai sentito cosa ha detto lo zio Aldo? Devi stare ferma.»
«Non andare…» sussurrò imbronciata.
Giorgio continuava a sorridere.
«Su, sei una signorina, no? Fai la brava, torno subito.»
Si rivolse ad Aldo.
«Ci metterò un attimo.»
«Faccia con calma.»
Gli occhi di Giorgio incontrarono ancora una volta quelli di sua figlia; tremava. Nelle pupille di Grazia non restò altro che una porta chiusa. La stanza le sembrò di colpo enorme. Avvertiva ovunque la presenza di Aldo, un’ombra gigantesca che la schiacciava. Rabbrividì sentendo la sua mano lungo il collo.
«Avanti, principessa, voltati.»
Lei non oppose resistenza, era come se il suo corpo non gli appartenesse più.
«Guardati quanto sei bella, principessa. Perché quel musetto?»
Ma rimase zitta, paralizzata. Riusciva a malapena a muovere le labbra. Fissava la propria immagine nello specchio e si immaginava altrove, come faceva di notte quando le capitava di essere svegliata da un incubo.
Aldo le avvicinò la bocca al viso.
«Hai la pelle morbidissima, principessa.»
Le alzò la testa e le forbici le sfiorarono la gola. Avrebbe voluto piangere, ma riusciva soltanto a tremare.
«Sai, principessa, queste sono forbici speciali. Le usava mio padre per tagliarmi i capelli.»
Con un colpo netto le mozzò una ciocca di capelli. Il cuore di Grazia balzò e Aldo lo sentì palpitare dal collo, sotto le dita.

La mano scivolò sulla spalla di Grazia e si fermò sul suo petto.
«Una volta mio padre stava per uccidermi con queste forbici.»
Le tagliò ancora una ciocca, la sentì cascare nel palmo e per un attimo avvertì la pelle di Matilde, come quando le aveva accarezzato la schiena nuda dopo che suo padre l’aveva punita e tre anni dopo, ancora lì, raggomitolati in quel letto, entrambi nudi: Matilde era voltata di spalle e lui l’accarezzava, nel pugno una ciocca di capelli e nell’altra mano un paio di lame.
«Non ti ho fatto male, vero?»
Adesso Aldo si sentiva ancora nudo, ma con lui non c’era Matilde, solo Grazia.
Le strinse il collo e lei tremò, incapace di muoversi.
«Ti ho fatto male?» sussurrò.
Grazia rimase zitta, le pupille ridotte a un urlo soffocato.
«La mia principessa…»
Le fece scivolare le forbici sul petto, infilò una mano sotto la mantella e le accarezzò la pancia fino a insinuarsi tra le cosce.
Una lacrima sgusciò dagli occhi di Grazia.
«Non devi piangere, o papà si arrabbierà» le bisbigliò contro la bocca. E lei si sforzava di non piangere, tremava e basta. Non urlò neppure quando avvertì un dolore lancinante fra le cosce, fin nella pancia. Sentiva le dita dello zio Aldo muoversi in lei e non capiva cosa stava facendo, sapeva solo che le faceva schifo. Sentiva il corpo bollente come se avesse la febbre e aveva sforzi di vomito, ma non osava fare niente, nemmeno liberarsi. Avvertì una spinta più forte nella pancia e strinse i pugni. Percepì qualcosa di caldo e umidiccio contro al braccio e il fiato ansante dello zio Aldo contro un orecchio.
«Questo è il nostro piccolo segreto, principessa. Non dirlo a nessuno o la mamma si ammalerà e morirà.»
Calcificata, gli occhi spalancati, sentì della carne scivolare dalla sua, senza provare più nulla. Percepiva quel liquido appiccicaticcio sul braccio, aveva fetore di pesce marcio. Immobile, una bambola di carne, lasciò che lo zio Aldo le pulisse le cosce, le braccia, le labbra. Le spazzò via i capelli dal vestito e la tirò in piedi, ammirandola soddisfatto.
«Ecco qua! Quanto sei bella, principessa.»
Quando suo padre venne a prenderla lei era seduta su una poltrona, silenziosa e cupa. Aldo metteva in ordine il negozio. Giorgio scoppiò a ridere.
«Ehi, ma che hai? Ormai sei una signorina, non dovresti avere paura di restare senza papà.»
Gli occhi di Grazia erano spenti come quelli di Matilde. Il suo volto era una fotografia in bianco e nero coperta di polvere, persino la voce del padre le giungeva da lontano, sconosciuta.
«Ma guarda quanto stai bene con questo nuovo taglio. Dai, ora smettila di fare il broncio e fammi un bel sorriso. Mica sono stato via tanto.»
Lei obbedì, senza provare dentro di sé alcuna emozione. Ubbidì, proprio come aveva fatto Matilde per tutta una vita.
Prima di andare via fu persino costretta a dare un bacio sulla guancia di zio Aldo. Lui le mimò un bacio.
«A presto, principessa.»
Li vide svanire al di là della porta del negozio e si senti solo, come quando Matilde, a quindici anni, era rannicchiata davanti a lui, lo sperma che le colava sulle natiche e le mani congiunte come se stesse pregando, senza rispondere alle sue carezze.
Aldo si portò le dita al naso e le annusò. Grazia non aveva nessun odore, proprio come Matilde.
Si trattenne davanti alla porta, in attesa di qualcosa che nemmeno capiva. Dopo qualche istante sospirò e raggiunse il banco, afferrò la scopa e iniziò a mettere in ordine. Lavò per bene le forbici preferite da suo padre, raccolse una ciocca dei capelli di Grazia lasciata sul lavello e l’osservò: gli sembrava calda.
La mise in tasca. Alzò lo sguardo all’orologio e attese che si facessero le sei.
Mancava poco ormai. Così poco.

Marco Peluso, allievo di Antonella Cilento, ha esordito nel 2013 con il romanzo Viola come un livido(Damster) ed è stato ideatore e autore dell’antologia Macerie (Les Flaneurs) e Bambini in pausa (Meligrana). Ha pubblicato racconti sul quotidiano Roma e sulle riviste Retabloid, Nazione Indiana, Micorizze, Salmace, Blam, Grado Zero, Gelo, Narrandom, Enne2, Pulpette, Il nido di Gaza, Topsy Kretts e Spore.
Un suo romanzo, Piciul (Linea), è stato scelto dalla giuria della 68° edizione del Premio Napoli. Nel 2024 ha pubblicato per DelliSanti Editoro il romanzo Tempi dipinti, scritto assieme alla presentatrice e attrice Noemi Gherrero.
Editor e ghostwriter free lance, collabora anche con le scuole di scrittura creativa Lalineascritta e Saper scrivere.
Sito Web: nelterritoriodeldiavolo.com


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