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CORPI
Ilaria Parlanti
«Fletti il busto in avanti. Braccia nel vuoto, a toccarti i piedi». Parlava poco, senza un ritmo nella voce. Poteva dirti qualunque cosa con quel suo tono monocorde, eppure aveva su di me la massima autorità. Quando mi si presentava davanti con il suo metro e novantaquattro di statura, il cranio rasato, gli occhiali tondi sul naso piccolo, il perenne cipiglio, io smettevo di respirare. Mi spellavo dell’epidermide che rivestiva il mio corpo, le ossa diventavano cave, il cervello smetteva di mandare impulsi neuronali, e lui muoveva i fili della sua marionetta preferita: Ilaria la storpia. Non gli chiedevo mai niente. Accettavo a capo chino qualunque cosa avesse da dirmi, e subivo tutti i tormenti che lui riteneva necessari. C’era in palio il mio futuro, mi diceva. Ma io avevo diciassette anni e non sapevo contare fino all’infinito.
Da quella posizione vedevo solo i miei piedi male allineati, come tutto il mio corpo, e poi le mattonelle screziate di nero del pavimento. Le venature sembravano scarafaggi che si apprestavano a salirmi sulle gambe, inglobarmi nella cupa oscurità della loro corazza, masticarmi, cellula per cellula, e poi risputarmi come bolo alimentare in forma di una larva grigia. Ero uno scarafaggio anch’io, come loro non venivo toccata. Persino lui, il rinomato chirurgo, si metteva i guanti blu in lattice prima di divaricarmi le scapole. Premeva l’unghia dell’indice nel solco delle cicatrici, le contava, una per una, le ripassava con le dita, finché non era soddisfatto, mentre io mi mordevo rassegnata le labbra dal dolore.

«Ventiquattro! Complimenti al chirurgo, sono bellissime». Lì rideva. Lo fece anche quel giorno quando, goniometro alla mano, lo poggiò tra la gabbia toracica, il gibbo e la scapola destra, per misurare i gradi della curvatura. La testa iniziò a girarmi, i muscoli delle gambe tiravano come fossero funi in procinto di spezzarsi. Ma non mi aveva ancora ordinato di rialzarmi, e io non avevo il coraggio di contraddirlo.
«40° gradi Cobb toracica, 46° lombare: una S italica che si compensa alla perfezione». Mi diede una pacca tra il collo e la testa: era il mio segnale. Mi alzai, e lui mi guardò, senza espressione.
«Controlliamo le funzioni neurologiche» disse. «Cammina sulle punte». Sollevai il peso del mio corpo sulle dita dei piedi. Il sinistro tracciava un arco ben accentuato, il destro continuava a cedere per debolezza della caviglia. Lui si spazientì.
«Fai finta di avere i tacchi. Sei una donna su una passerella». Non replicai. Andavo avanti e indietro sulle punte, nuda di fronte a quel gruppo di uomini. D’istinto, mi coprii con una mano il pube: il gesto mi sbilanciò. Lui fece un fischio di disappunto, io mi rimisi sull’attenti. Avevo un macigno nell’esofago che nessun movimento peristaltico mi faceva digerire. Guardai fisso davanti a me: la parete a vetri della stanza si affacciava su un altro padiglione dell’ospedale, dove un’infermiera si era fermata a fumare alla finestra. Sembrava che guardasse me, forse per curiosità, forse – ed era più credibile – per pietà. Continuai a fissarla, e sentii il suo sguardo anche quando mi voltai e le rivolsi la schiena. Mi sentii umiliata. Poi lui mi ordinò di fermarmi, disse qualcosa al suo registratore, io abbassai la testa verso i miei seni piccoli, ancora immaturi.
«Mi hanno detto che vuoi l’intervento di chirurgia plastica»
«Sì»
«Perché?»
«Perché non voglio vedere più niente»
«Ma te la sei vista almeno una volta la schiena?»
«No. So quello che mi dici tu»
«Perché?»
«Se voglio cancellare tutto non ha alcun senso vederla»
«Chi non conosce l’aspetto del proprio corpo non sa niente di sé stesso. Perderesti il tuo passato». Non sapevo cosa rispondere. Avevo percezione del mio corpo, però era come diceva lui, mi mancava la prova ultima: la certezza della vista.
«Non ti opererò finché non ti sarai vista» disse. Mi voltai verso di lui con rabbia: che cazzo voleva ancora da me?
«Perché?» sibilai tra i denti.
«Perché non è etico». Lo guardai. Mi chiesi cosa ne sapesse di etica uno che due mesi prima aveva messo incinta la segretaria e sfrattato di casa la moglie e i quattro figli. Ma lui uscì dalla stanza, e io ingoiai anche quelle parole non dette.
«Come ci siamo finiti al Moulin Rouge?» chiese mia madre. Non ricordavo nemmeno la linea della metropolitana che avevamo preso, avevo solo detto che avrei voluto vedere le luci della città, ma non quelle della Tour Eiffel: erano troppo vicine all’ospedale. Volevo andarmene in un altro arrondissement, uno dove non ero mai stata, e con testardaggine avevo costretto i miei genitori a seguirmi nella zona dei teatri. Non ero mai stata al Moulin Rouge, non avevo preventivato l’ammasso di gente. Chi mi avrebbe fissato? Chi si sarebbe accorto? Il sudore mi bagnava fronte e ascelle, un principio di tremore alle mani, il fiato corto. Nelle serate estive gli studenti universitari si accalcavano davanti alle porte, fumavano sotto le luci rosse e commentavano il programma degli spettacoli con toni da intellettuali: lo sfruttamento del corpo delle donne (avrei voluto dirgli che per la libertà e l’indipendenza il prezzo da pagare è sempre la mercificazione del corpo: anche nella medicina, nella ricerca della salute del paziente, non è poi così diverso. Il mio corpo non è mai stato solo mio, ma merce che qualcuno guarda, giudica, soppesa e, quasi sempre, modifica). Alla fine nessuno comprava veramente il biglietto.
Mi avvicinai con il mio passo claudicante alle vetrine dello stabile, le luci mi accecavano. Cercavo una via d’uscita dai miei problemi e pensavo che dentro quel gioco psichedelico di colori ci fosse la mia risposta.
E poi la vidi. Dietro la vetrata dell’ingresso ballava al suono di una musica ritmata, un can can forse, a diciassette anni non capivo niente di musica. Indossava un petit haut che le scopriva l’ombelico, il tessuto interamente ricoperto di lustrini argentati che, grazie al repentino movimento delle luci, riflettevano l’intero spettro di colori. Una gonna lunga, trasparente, con uno spacco profondo fino all’attaccatura del femore, roteava a ogni suo slancio in aria. Mostrava le gambe lunghe e affusolate, i tacchi neri puntati come pistole che minacciavano il pubblico:“io ti uccido, ho il potere”. L’intimo in bella mostra, le autoreggenti a metà coscia, il reggiseno in silicone per sorreggere il décolleté tonico.
Ebbi soggezione di un corpo così. Mi pareva di aver incontrato una statua dotata di un’inimmaginabile capacità di flettersi, ruotare, ammiccare con le braccia in aria e il culo in fuori, una lordosi accentuata che tuttavia non aveva niente di patologico, una carica sensuale che la mia colonna non aveva. Quando si voltò le contai bramosa le vertebre sporgenti, constatai con sgomento che formavano tutte una linea retta – il mondo è composto da linee rigorose, non avevo imparato la lezione nelle ore di geometria? Solo io vedo spirali ovunque, una proiezione del mio corpo. Ebbi il coraggio di alzare la testa e guardare i suoi capelli ricci afro. In tutto quel turbinio di movenze, muscoli guizzanti, allusioni esplicite all’atto sessuale, non mi ero accorta della sua pelle scura. Haiti? mi chiesi. O forse la Martinica? Non era importante la provenienza, quanto il fatto che lei si voltò, mi fissò e mi strizzò l’occhio pesantemente truccato. Poi abbozzò un sorriso e mimò un bacio con le labbra lustrate di rosso. Per un attimo sembrò che mi stesse dicendo qualcosa, un codice da decifrare, solo per me, per me, per quella spettatrice che guardava i corpi di tutti, li analizzava, li smembrava, li adorava con le pupille dilatate, comparandoli con il proprio, di corpo: l’esoscheletro dello scarafaggio da non toccare.
“Guardati, guardati, ascolta il chirurgo. Diventa come me” mi diceva la ballerina. Non sentii più niente, solo un’estrema felicità. Il mio piano avrebbe funzionato. Cancellare tutto. Ricominciare. Forse in un teatro anch’io, dove la musica mi avrebbe perforato i timpani. Perché a diciassette anni chi vuole ascoltare la verità?
Tornammo in hotel alle due del mattino, il buio denso che abbracciava la città.
«Vado a farmi una doccia»

«Ma è tardi, abbiamo il volo all’alba»
«Sono sudata».
Mi chiusi dietro la porta del bagno e girai la chiave due volte. Mi spogliai, rapida, la nudità che risplendeva nella luce bianca del paralume allo specchio.
“Guardati, guardati. Diventa come me”.
La voce mi confondeva. Ma per ottenere ciò che volevo dovevo solo afferrare lo specchietto portatile, metterlo alle mie spalle e poi rimanere a fissare il riflesso dove ora vedevo solo il volto. Ero – sono – di una bruttezza tutta mia. Sarei arrivata a cambiare la fragilità delle cose umane.
Presi lo specchietto con foga, poi però mi bloccai. Avanti, è facile, Ilaria, basta un’altra mossa e conoscerai la verità.
«Vaffanculo» la voce mi si strozzò in gola, mentre il braccio rimaneva fermo. A casa, per fare la doccia, coprivo tutti gli specchi con gli asciugamani, per non avere la tentazione, perché io lo sapevo e avevo ragione, non è così adesso? Quell’ultimo riflesso non mi avrebbe fatto vedere chi sono, ma la faccia sberleffa della mia malattia. Chiusi gli occhi, bloccai con un colpo secco il diaframma che scalciava e fremeva per gonfiarsi a far entrare aria e finalmente, con uno schiocco della spalla, incastrai i riflessi degli specchi per vedermi la schiena. Rifletto adesso sulla natura delle cose: il Giano bifronte che diventai.
Ventiquattro cicatrici, tagli perpendicolari gli uni agli altri: alcuni rosa, altri bianchi tendenti al grigio, al viola, al giallo. Si gettavano nelle natiche, una spaccatura così lunga da sembrare una vita intera e, a ben vedere, quella era la mia vita intera. Poi le scapole, quel torcersi delle punte: la sinistra verso l’esterno, l’altra, più piccola e con la pelle screpolata, priva ormai di terminazioni nervose funzionanti, verso l’interno. Era come se volesse unirsi alla colonna vertebrale, a quella strumentazione d’acciaio che in controluce pareva blu – nella mia magrezza la vedo sottopelle. Niente avrebbe potuto aggiustare quell’immagine. La malattia ha un potere immenso: ciò che la natura ha unito, l’uomo non è in grado di separarlo.
Mi buttai sotto l’acqua della doccia, mi insaponai la cute con lo shampoo e lasciai che mi scivolasse negli occhi per non vedere più: la cecità, desideravo la cecità per salvarmi. La consapevolezza mi si era già infiltrata tra un atrio e il suo ventricolo: la chirurgia era solo un miraggio.
Mi accasciai, spalle al muro: l’acqua sgorgava e mi irritava gli occhi.
“Guardati, guardati”: mi prendeva per il culo.
Da lontano sentii una musica. Forse la radio di una macchina sotto l’hotel. Alzai le braccia per mimare la posa di una piroetta, ma la mano destra, per quella scapola così malamente accomodata, non riuscì a raggiungere la sinistra.
“Guardami, guardami” dissi alla ballerina. Questa è l’unica danza che posso ballare. La musica si spense, improvvisamente. Abbassai di scatto le braccia. “Guardami, guardami”. Questo è l’unico corpo che io posso avere.

Ilaria Parlanti è nata e vive in Toscana. È autrice e sceneggiatrice di cortometraggi premiati in festival internazionali. Nel 2021 pubblica il romanzo, “La verità delle cose negate”(Arsenio edizioni) e nel 2023 la silloge poetica “Parigi è stata uccisa” (Dialoghi). Suoi racconti e poesie sono apparsi su diverse riviste letterarie. Portatrice della sindrome genetica di Jarcho Levin, è attivista per i diritti delle persone con disabilità. Usa i social come strumenti di sensibilizzazione della malattia; parla anche di libri e cultura a un pubblico di oltre 12.000 followers. Scrive per Alley Oop, l’altra metà del Sole 24 ore.
Mail: ilaria.parlanti97@gmail.com
Facebook: Ilaria Parlanti
Instagram: @ilaria_parlanti_scrive


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