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TOCCAFERRO
Simona Visciglia
Arriviamo al tramonto, il sole che scende lentamente dietro le colline sembra una luna, ha i contorni netti, ma una luce sfumata. L’incertezza del giorno che si traveste da notte mi confonde.
O forse è l’accartocciarsi del tempo, inevitabile quando si torna a casa, dove si è cresciuti ma non invecchiati.
Andare via non sempre produce il distacco necessario.
Andare via perché i tuoi genitori muoiono non equivale a crescere; o forse ci ho provato, senza esserne mai stata veramente convinta.
Poco dopo il funerale, non ci ho pensato due volte a mollare tutto e a cercare rifugio da una zia al Nord per ricominciare. È stato come fuggire da una casa dopo il terremoto, lasciandomi dietro un cumulo di macerie polverose.
La decisione arriva improvvisa, una mattina come tante.
Guardo il mio compagno che dorme ancora, gli passo una mano tra i capelli appena spettinati dal sonno pesante.
Apre gli occhi, mi sorride.
Non abbiamo mai parlato di me, della mia vita prima di incontrarlo, lui rispetta il mio silenzio reticente e io evito balzi nel passato.
Tutto quello che non sa di me è sepolto in quei luoghi, in quella casa.
Gli sussurro: «Partiamo».
La carrozza 6 è semivuota quando saliamo. Quasi un viaggio asettico, che è quello che mi serve.
Lui ha del lavoro da finire e si immerge nel portatile.
Ho sempre amato la sua discrezione e anche adesso non fa domande, lascia fare al tempo, lascia che sia il viaggio a lavorarmi dentro, come accade all’acqua che scava nelle rocce più coriacee.
Mi tiene sotto controllo con impercettibili sguardi che sottrae ai suoi documenti, con una cadenza quasi fissa, un ritmo dettato non dalla curiosità, ma dal bisogno di sapermi presente. Io me ne accorgo, mi piace che vegli su di me, senza grosse interferenze.
Mi arriva alle orecchie solo il suono stridulo della voce di una donna in là con gli anni, a due o tre posti lontani da noi, e il chiacchiericcio fitto fitto di due sorelline biondissime che giocano con qualcosa; a volte litigano oppure piagnucolano, chiamando in causa a mo’ di giudice imparziale la loro mamma, diafana anche lei.
Le loro vocine morbide mi distraggono dal saggio che credevo di poter leggere e mi riportano alla mia infanzia.
Bastava toccare un qualsiasi oggetto di ferro per essere salvi.
Era così quel gioco in cui ci si rincorreva e si trovava scampo solo in un modo: tocca-ferro!
Risento gli schiamazzi, il rumore ovattato delle suole di gomma schiacciate sull’asfalto della strada sotto casa, i nomi gridati da un capo all’altro del cortile, corri, di qua, vieni, guarda, qui c’è ferro!
Le lunghe ore, la luce come in una eterna primavera, un’infanzia con tutti i giorni del mondo, come fossero troppi, come fossero infiniti.
Eppure niente poteva salvarmi davvero.
I ricordi devono avere impresso sul mio viso un’ombra scura che al mio compagno non sfugge.
«Tutto bene?» mi chiede quasi con apprensione.
Gli rispondo di sì, che va tutto bene: «Se non ti dispiace provo a dormire un po’, mi sento solo la testa pesante». In realtà il peso ce l’ho dentro: il cuore fatica a contrarsi, la pelle mi brucia sulle ossa, i tendini sono corde tese che potrebbero spezzarsi da un momento all’altro. Lui ha intuito il mio disagio, ma non insiste: «Il solito mal di testa, eh?».
Le palpebre cedono lentamente, mi arrivano immagini dal mondo fuori in sequenza vorticosa: alberi, case immerse tra i campi, nuvole che si inseguono, tralicci come scheletri, città senza nome. Un flusso ininterrotto, come una musica che sfuma inseguendo il silenzio. Finalmente allento la tensione, mi assopisco.
Dormo perché non voglio più pensare. Non voglio neanche sogni che siano impastati con grumi irrisolti e dolorosi. Ho bisogno di un sonno sterile che sia solo un chiudere gli occhi.
In stazione viene a prenderci un amico d’infanzia – a lui avevo dato il primo bacio.
In macchina, nel breve tragitto fino a casa, scherziamo su questa vecchia storia.
«Non fosse stato per me, non avrebbe mai imparato a baciare!», si rivolge al mio compagno come fossero anche loro vecchi amici.
«Mi tocca ringraziarti, allora. Vedrò di offrirti una cena, se restiamo qui abbastanza a lungo…»
Mentre lo dice mi guarda, come per avere una risposta senza chiedere, perché non lo sa quanto tempo resteremo, se resteremo.
Siamo partiti nell’incertezza, anche se dentro di me avevo già deciso.
Diventiamo d’improvviso tutti e tre seri; la tensione, la mia, diventa palpabile e quasi esplodo: «Pensavo di venderla, la casa, oramai torno sempre meno… sai, con il lavoro e tutto il resto».
Il mio compagno mi guarda negli occhi, cercando di leggermi dentro le ragioni di questa decisione, senza aggiungere nulla.
Il buon amico, invece, mi chiede se ne sia veramente convinta e azzarda: «Ma poi non torni più?»
E vorrei rispondergli che probabilmente non me ne sono mai andata, o forse che ho proprio bisogno di andarmene, perché non si vive in due luoghi-tempi contemporaneamente. Dovrei ricucire quello strappo e non riesco a farlo, il filo è troppo corto o è troppo lungo, ci sono avvolta dentro, come in una ragnatela.
Tutte parole che mi rimangono avvinghiate alle viscere.
«Ma sì che torno, da turista però!» concludo, cercando di sdrammatizzare.
Un pianerottolo mi separa dalla porta di casa. Saliamo lentamente i pochi gradini in marmo screziato, io trattengo il fiato, lui mi stringe la mano.
Le chiavi producono un rumore che mi rimbomba dentro, come l’esplosione improvvisa di fuochi d’artificio di una festa lontana. Appena entro vengo investita da quell’odore che non è mai cambiato: le case hanno sempre il loro profumo particolare, non lo dissolve il tempo, non lo intacca la polvere.
«Ho cercato di lasciare ogni cosa dove è sempre stata» dico quasi sussurrando, più a me stessa che a lui.
Un piccolo museo dell’anima che continua a rimanere immutato.
Un goffo tentativo di riuscire a vedere ancora il disegno antico di me, di come eravamo, quando eravamo famiglia.
Unisco con lo sguardo il percorso che va dalla statuina di Capodimonte, a cui oramai manca un pezzo, al vassoio d’argento che una volta si riempiva di chiavi o monetine; passo dalla biscottiera in ceramica bianca e la scritta blu in francese alle bomboniere pacchiane e al petalo secco di rosa sopravvissuto sotto un mobile per anni.
Vecchi quadri dalle cornici tarlate, cuscini senza forma, tappeti che iniziano a sfilacciarsi. Cammino tra le macerie, recitando il mio lungo addio.
«Davvero vuoi dare via tutte queste cose?»
«Non lo so ancora»
«Sei stata felice in questa casa?»
E tra tutte le domande che avrebbe potuto farmi, questa arriva come una valanga sulle mie risposte già fragili, incerte.
Sto provando a salvarmi, sbarazzandomi della casa, dei mobili, dei divani, delle tende ricamate a mano da mia nonna, della tv col tubo catodico, del servizio di porcellana impreziosito dai bordini in oro, delle tovaglie in cotone di fiandra, della collezione di piccoli animali in cristallo Swarovski.
Abbiamo pochi giorni per decidere cosa tenere o regalare, cosa vendere nei mercatini dell’usato o abbandonare in una qualsiasi discarica che triturerà la mia adolescenza.
Ho pochi giorni per prendere le distanze, misurando con la testa ogni centimetro.
È il passo che ogni figlio dovrebbe compiere.
La cesura, il vagito liberatorio in sala parto, quello che assomiglia a un pianto e invece è la prima volta che respiriamo da soli, che siamo altro da chi ci ha messi al mondo.
Come una viaggiatrice del tempo, scavalco decenni, vado indietro, ritorno, mi drogo con la naftalina ritrovata nelle tasche di vecchi cappotti.
La morte ha questo odore?
Annuso gli armadi, la carta ingiallita dei libri del liceo, le saponette dimenticate in un cassetto e i resti di un dopobarba che oramai è evaporato e sa di stantio.
«Sono stata persino felice ed è questo che non sopporto più. Perché qui sono anche morta». Chiudo gli occhi, li stringo forte: «Ero solo una bambina», sento di nuovo quel buio dentro e la nausea, come allora.
Apro tutte le finestre, ho fame d’aria, fuori ormai è quasi estate.
Risento il sapore di quelle ore trascorse sul balcone della cucina, io e mia madre a chiacchierare sottovoce, affinché mio padre non sapesse della nostra complicità: «Ti prometto che prima o poi le cose cambieranno» mi diceva.
Al buio dei lampioni, le nostre ombre erano giganti neri inghiottiti dal bitume, sotto un cielo tagliato in due dal palazzo di fronte.
Era giugno, respiravamo l’aria impregnata del profumo dei gerani umidi nei vasi. Da lontano arrivava a momenti l’odore sgradevole dell’acqua sulfurea delle terme.
La morte sa di estate?
In meno di dieci giorni la casa è pronta per la vendita.
Ho predisposto indicazioni dettagliate per chi si occuperà di fare sparire tutto ciò che non voglio più vedere.
L’agente immobiliare e poi traslocatori, commercianti di mercatini dell’usato, e il via libera a vicini, amici e parenti in cerca di un affare o di un pezzo di passato.
Io, invece, devo solo tornare in stazione, riprendere il treno e non guardarmi più alle spalle.
Mi torna in mente quella mattina in cui mia zia venne a prendermi a scuola.
Quella mattina decisiva e liberatoria.
Ero abbastanza grande da capire, nonostante la sorella di mia madre non riuscisse a dire nulla: «Dobbiamo andare a casa, poi ti spieghiamo, non devi preoccuparti, ci sono io e…»
Tratteneva a stento le lacrime, ma io, in quegli occhi liquidi, avevo già letto tutto.
Un incidente d’auto, alla guida mia madre. Una promessa mantenuta.
Non avevo mai visto a casa mia così tanta gente come quel giorno e nei giorni seguenti. Si avvicendavano zii materni e paterni, i vicini di casa, i genitori dei miei compagni di classe, qualche amico, il parroco, un viavai senza sosta, solo per farmi le condoglianze, dicevano, e per badare a me.
Povera ragazza, è rimasta sola.
Per lo più restavo chiusa in camera, non avevo voglia di vedere quelle facce contrite.
Io ero felice, semplicemente e terribilmente felice. Il dolore per la perdita di mia madre si sovrapponeva alla gratitudine per il suo sacrificio: l’unica soluzione accettabile era stato questo distacco violento.
In che altro modo saremmo potute fuggire da tutta quella sofferenza?
Lei lo sapeva bene: la sua vita per la mia, come una lunga gestazione in cui fossi solo io a sopravvivere.
All’alba la stazione è quasi deserta, l’aria è dolce, in sottofondo l’odore dei fiori d’arancio e di cornetti appena sfornati.
Il capotreno fischia, tentenno un attimo sugli scalini del vagone.
Entrando, poggio la mano sulla lamiera fredda della carrozza, tocco ferro.
Ho perso anni a viaggiare dentro di me, senza mai arrivare al perdono di cui avevo bisogno, perché ero stata felice anche quando non avrei dovuto; perché non ero stata in grado di annichilirmi, come avrebbe fatto chiunque.
Fuori il paesaggio sfuma in un unico colore indistinto. Verdi che trascolorano nei blu, strade che sembrano cieli, mari che mutano in terre, io che divento grande.
Rimango interminabili attimi a fissare la mia immagine riflessa nel finestrino: sul mio viso rivedo la forma asimmetrica delle labbra, ereditata da mia madre, e gli occhi, che sono di mio padre.

Calabrese di nascita ma toscana d’adozione, ho tre grandi sogni: comprare una casa a Venezia, tornare ad avere vent’anni e scrivere qualcosa di straordinario. Sui primi due punti nutro forti perplessità, ma sul terzo ci sto lavorando. Alcuni miei racconti sono stati pubblicati da blog e riviste online che non finirò mai di ringraziare abbastanza. Non amo elencare i miei traguardi, in realtà ancora troppo pochi, ma vado fiera di essere stata la vincitrice di Racconti nella Rete 2024 – sezione corti: dal mio soggetto è nato “Epifania d’agosto”, un cortometraggio realizzato dalla Scuola di Cinema Immagina di Firenze.


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