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LA DONNA, IL SOGNO E LA PARALISI IPNAGOGICA
Martina Draft
La donna il sogno il grande incubo / Questa notte incontrerò / Mentre nel mondo tutti dormono / Forse anch’io mi sveglierò / (…)
Canta Max Pezzali dai meandri di un auricolare Bose con tecnologia Acoustic Noise Cancelling. È Natale 2024 e sono tornata a Mezzocolle dopo due anni di assenza. Ventiquattro mesi in cui l’odio per il paese è fermentato come mosto cattivo.
La mia vecchia cameretta in dimensione Polly Pocket, barricata dietro una porta verde muco, denuncia quell’infanzia che mi spacciavano come la migliore possibile, e quell’adolescenza a cui ho bruciato le tappe a colpi di bong. Tra le pareti è incastonato l’eco di mia madre, che si raccomandava di Non avere fretta. Goditeli questi anni, che poi non tornano più!
Il Natale della mia versione adulta mi accoglie con una slavina di ipocrisia festiva: decorazioni luminose, odore di soffritto, sorrisi posticci, amici chiassosi, e cugini ubriachi e tracotanti. Dopo il pranzo della vigilia con mio padre – a masticare carne Simmenthal e antichi rancori – mi metto a riposare sul mio letto di bambina, da cui escono le Dr. Martens Mary Jane numero 39.5, un modello evoluto ed esageratamente costoso delle Lelli Kelly.
Oggi il patriarca mi ha parlato di come sta spendendo la pensione: qualche soldo a sostegno della diocesi, qualche altro per un progetto di volontariato in Mozambico, alcuni per i pozzi dell’Amazzonia, e un po’ per la carne in scatola, piatto forte di questa giornata. Adora fare la lista delle sue entrate ma soprattutto quella delle uscite. Si sente bene quando il suo spirito cattocomunista si eleva attraverso le donazioni, ma si sente un po’ meno bene quando gli zii chiedono un piccolo contributo per la retta della casa di riposo del nonno. Lui risponde facendo spallucce, perché da quando la mamma è mancata, quel vecchio parcheggiato tra la fossa e il camposanto non sembra essere più affar suo.
Vai a capire perché, a un certo punto sono tutti al mio capezzale: mio padre, che sventola il suo diario dei bilanci; mia madre, che sussurra: te l’avevo detto di non avere fretta; gli zii che mi fissano col portafoglio vuoto in mano; mio nonno che snocciola il rosario, spalmato su una sedia ortopedica. C’è anche Max Pezzali, che intona:
Gli avvoltoi tutti su di noi / Piano piano volteggiano / Finché puoi, attento agli avvoltoi / Se ti volti ti fottono.
Mi accorgo che tutti stanno ridendo, sfregandosi le mani con foga.
/ Gli avvoltoi. /
Faccio per togliermi le cuffie e mi rendo conto che non è rimasto nemmeno un muscolo a rispondere ai miei ordini. Penso a Uma Thurman su Kill Bill dopo il coma, e indirizzo comandi dalle dita dei piedi in su. Paralisi ipnagogica, direbbe il personale sanitario. Tutto intorno è come l’ho lasciato prima di addormentarmi, c’è persino il crocifisso che dondola sul muro, dove l’ho girato a testa in giù per dispetto a un dio in cui non ho mai creduto e che se ne va in giro a impollinare di malattie degenerative le madri degli altri. Non lo vedo ma so che è lì, me lo conferma Pezzali:
Lui si muove e anche se non lo vedi osserva / Tutto quello che fai / Stando sempre dietro le tue spalle, ascolta / Tutti gli affari tuoi.
E gli zii in coro: Se stai bene si macera (no, no, no);
E il nonno: Non ci sta dentro più (no, no, no);
E i miei, all’unisono: Se stai male e ti senti giù / Diventa una potenza (…).
Mi sforzo di piegare le gambe. Grido, ma esce qualcosa di simile al lavandino quando lo sgorghi con il Mr Muscle. Percepisco un’urgenza cricetesca di movimento e le dita prendono a schioccare, il calore arriva finalmente alle mani. Con gesti da primate mi tolgo le Bose e le lancio addosso al poster delle Spice Girls, che pontificano il loro “Girl Power” dall’armadio. Giro la testa meccanicamente, da bambolina degli horror Blockbuster, e mi ritrovo davanti alla faccia mio padre, che guarda la scena con ritardo da moviola. È solo, coi suoi capelli bianchi, col suo metro e novanta, incurvato come se quei centimetri fossero troppo pesanti da portare sulle spalle tutti assieme; coi suoi sessant’anni che sembrano ottanta, mortificati da una vedovanza precoce.
«Ti stavo chiamando. Sono entrato per svegliarti…». Si avvicina per passarmi le cuffie che ha raccolto dal pavimento. Per un secondo penso che mi darà un abbraccio.
«È arrivata la Marisa.» Dice.
«E chi è la Marisa?»
«La mia compagna… Te la volevo presenta–…», la voce vira verso decibel più alti e la frase rimane per aria. Qualcuno ha suonato il campanello.
«Non sapevo che avessi una compagna.»
«Non sapevo che volessi saperlo.»
Ora è sulla difensiva, arretra. Il campanello suona una seconda volta. Il valletto corre ad aprire all’ospite. È tana salva tutti.
Chiudo la camera a chiave, bevo d’un fiato la boccetta di Ouzo che per quindici Natali ha presidiato la mia scrivania, souvenir di un’estate in Grecia a smaltire lutti e prime sbornie. Ha il sapore delle notti insonni e dei brutti risvegli il primo gennaio.
Spengo la luce, riaccendo Spotify e chiudo gli occhi. Non ho voglia né di alzarmi né di conoscere questa Marisa. Che poi, come sarà, questa donna? Quanti anni avrà? Me la immagino dal parrucchiere il sabato mattina, con una mano tesa a farsi limare le unghie e l’altra a sfogliare Chi, cercando di evitare le parole per soffermarsi sulle fotografie. Ne seguo la camminata artritica fuori dal salone dopo tre ore di permanenza sotto il casco, con la chioma effetto spumiglia e una scia di profumo da crisantemo. Un perfetto stereotipo di boomer. È questo il tipo di donna che potrebbe interessare a mio padre? Non dovrei neanche chiedermelo, perché in un mondo ideale mia madre non sarebbe mai morta giovane, e di conseguenza la Marisa non dovrebbe neanche esistere. Eppure è qui, dietro la porta del mio minuscolo regno dove non ho più un trono ma un lettino troppo grande, con i disegni sbiaditi delle principesse Disney. Ho trent’anni, ma in questa casa potrei averne ancora quindici, o forse dieci, magari cinque. La mia stanza come capsula temporale, la musica come liturgia, l’Ouzo come terapeuta. Tiro le coperte fino a sopra le testa, mi rannicchio e mando in loop il ritornello.
La donna, il sogno, il grande incubo / Vado via e non torneró / Mentre nel mondo tutti dormono / Poi anch’io mi sveglierò / Con la sveglia scarica ormai / E con mia madre che mi dice “Dai, come fai / Tutte le volte a non svegliarti mai” / E tutto questo finirá così, a un secolo da qui.

Martina Draft, classe 1986. Nata e cresciuta a Padova, vive e vegeta nelle Midlands inglesi. Quando non legge, scrive; quando non scrive, fotografa. È cofondatrice di Rivista A\polide, per cui scrive di spatriamenti. Altri suoi racconti sono comparsi su riviste letterarie italiane, tra cui Topsy Kretts, Spaghetti Writers, STC Edizioni, Enne2, L’Equivoco, Linoleum. È cofondatrice di To Raise, uno spettacolo di letture interpretative che porta in scena autrici venete della narrativa contemporanea.
Website1: https://www.quadernetti.it/
Website 2: https://rivistapolide.substack.com/


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