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UN BELL’ANDRONE
Claudio Oldani
È sera. Nella stanza è sceso il gelo: ha preso la parola proprio quell’uomo, quello che non vorremmo ascoltare. È vedovo, ma è troppo giovane per esserlo, avrà sì e no cinquant’anni. Ha due figli adolescenti, il minore ha una forma di disabilità che non saprei definire. Non cammina, usa la sedia a rotelle. L’uomo è preoccupato perché nel nostro androne, per arrivare all’ascensore, c’è una scalinata di marmo. Dice che il figlio più piccolo sta crescendo a vista d’occhio e non sa per quanto tempo ancora riuscirà a sollevarlo con la carrozzina e tutto. Ecco cosa lo preoccupa. In effetti il ragazzino sta diventando alto, ha preso la corporatura robusta dal padre.
È un bell’androne, commenta ad alta voce il condomino seduto vicino a me, quello con l’impermeabile elegante.
Dovremmo iniziare a pensare a installare un montascale, annuncia l’uomo con tono stanco, come se conoscesse già le nostre risposte.
Una signora bionda si agita. Ha appena discusso con la vicina che si ostina a lasciare il passeggino della figlia nel sottoscala, rovinando l’estetica del palazzo. Figurarsi cosa potrebbe fare un montascale di metallo alla grazia del nostro ingresso.
Vorrei capire come dividere la spesa, continua l’uomo così esausto che riesce a ignorare il bisbiglio che scivola tra le sedie.
È un bell’androne, ripete il condomino vicino a me stringendosi nell’impermeabile, come a dire che lui di cose belle se ne intende.
L’amministratore si dimena sulla sedia. Ha paura di perdere il controllo dell’assemblea, ma non sa cosa fare. Come si ferma una persona sfinita?
Interviene un altro uomo, che è poco più che un ragazzo. Ha il tono di uno che è abituato a negoziare. Anche lui è un padre e guarda l’altro proprio così: da padre a padre.
E se trovassimo una soluzione mobile? Lo chiede con gli occhi sgranati, pieni di speranza. Un montascale a cingoli per esempio. Tanto quanti saranno… tre, quattro gradini.
L’uomo a quel punto si lascia andare in un lungo sospiro. Gonfia il petto, fa passare l’aria dai polmoni e la fa uscire dal naso con un sibilo pesante. È un ansito che sa di fatica, esistere gli è logorante. La sua è una vita nuda e cruda, non ha paura di mostrarcelo. Solleva figlio e carrozzina almeno cento volte al giorno, il gesto gli viene automatico anche quando ci sono dei supporti che potrebbero aiutarlo. Ma talvolta è più semplice così. Non sa però per quanto tempo potrà continuare a farlo. Se suo figlio cresce significa che lui intanto invecchia. Ha bisogno di iniziare a seminare attorno a sé degli ausili; vorrebbe partire dal montascale, nel suo palazzo, a casa sua. E poi c’è anche l’altro figlio, quello più grande. Ha tutto un diverso corredo di bisogni, ogni tanto è meno intellegibile del minore, che nemmeno parla. Cosa ne sa quell’uomo-ragazzo, che gli offre soluzioni come se fossero padri allo stesso modo. Ha solo un figlio molto piccolo che ha iniziato a camminare da poco. L’uomo guarda il ragazzo come uno che non sa niente, ma nei suoi occhi c’è già l’ombra dell’indulgenza: non sa niente, ma non è colpa sua. Una volta anche lui era così. Poi guarda noi. Nella stanza saremo in trenta, non uno che si sia mai preso la briga di contare gli stramaledetti gradini.
Sono sei, risponde l’uomo con parole di marmo, i gradini sono sei.

Claudia Oldani è nata a Milano in una casa di ringhiera. Ha scritto di non-fiction per svariati magazine online, poi ha saggiamente smesso. I suoi racconti sono usciti su Grande Kalma, Il Pinguino Imperatore, Stanca, Nido di Gazza, L’Equivoco, Rivista Blam, micorrize, Lahar, Squadernauti, Inutile, Verde Rivista, Abbiamo le prove, Donne difettose, Pastrengo e Cadillac.
Mail: claudia.oldani3@gmail.com


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