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OBBLIGO O VERITÀ
Caterina Fiume

È successa una cosa mentre guardavamo un film a letto. 

A un certo punto il protagonista, un indiano dai capelli lunghi e gli addominali scolpiti, ha levato gli occhi al cielo e ha sentenziato: “Ci sono frutti che vengono colti appena arrivano a maturazione, altri che avvizziscono appesi all’albero”. Ecco, mi sono immaginata appesa a quell’albero. In quel momento la sua mano è risalita dal piede lungo la coscia fino all’inguine, ha scostato con fare distratto la sottana, diretta verso il seno, seguendo il solito percorso, mentre l’altra continuava a pigiare i tasti del telecomando. Niente baci, niente ardore, occhi fissi allo schermo e la sua mano a frugare, come una lucertola, il mio corpo secco e inerte. 

Ho scostato con gentilezza la mano-lucertola e ho detto che non mi andava. No, non avevo le mie cose e non era neanche uno dei miei soliti sbalzi d’umore. “E allora che c’è?” mi ha chiesto, piuttosto seccato, ma senza darmi troppa importanza. Ho inspirato, ho chiuso gli occhi e ho detto: “La verità è che non mi piace più fare l’amore con te”. È rimasto zitto e fermo, come quella volta che gli hanno rubato la macchina sotto casa mentre pagava il parcheggio. Poi forse ha capito che era una cosa seria e mi ha chiesto: “E da quanto, scusa?” Lì mi ha preso lo sconforto. Andare fino in fondo o fermarmi a metà strada? L’immagine del fico avvizzito al ramo ha sciolto ogni dubbio. 

“Da quando ho capito cosa significa fare davvero l’amore,” gli ho risposto, e non era una confessione, ma una presa di coscienza. Lo smarrimento che ho letto nei suoi occhi non lo dimenticherò, ma niente in confronto a ciò che ho provato io quando ho scoperto che da tre anni mi tradisce con Carla 

Se fosse stata un’altra, magari avrei potuto pensare che certe cose capitano almeno una volta nella vita. Ma con Carla ci ho scambiato lo spazzolino! Nei momenti cruciali della mia vita, c’è sempre stata. 

Si è alzato senza dire una parola e si è trascinato scalzo in cucina. È tornato con una birra che trasudava, ha appoggiato la spalla al muro e s’è messo a fissarmi e a tracannare. 

“E quando sarebbe successo?” mi ha chiesto con un tono a metà fra l’indifferente e il divertito. 

“Più o meno tre anni fa,” ho risposto.

“Giusto per curiosità, lui chi è?” Mi è venuto in mente il gioco che facevamo da ragazzi Obbligo o verità? È così che ci siamo messi insieme: io avevo confessato a tutta la classe che avevo una cotta per lui, lui aveva fatto finta di cadere dalle nuvole e mi aveva baciato davanti a tutti. 

“Ci vuole tanto?” ha domandato grattandosi la nuca. 

“Ma che importanza ha? Chiedimi piuttosto cosa c’è che non funziona”.

“Sei tu che non funzioni, da sempre.”

E figurati! Se una donna non vuole fare sesso, per un uomo o ha il ciclo o è depressa o è frigida. Caso chiuso. Mi è scappato un sorriso e allora lui ha detto: “Dimmi la verità, è tutta una manfrina… per darti importanza. Del resto, chi diavolo…” ed è scoppiato a ridere. 

Ho desiderato spezzargli le ginocchia con il bastone di legno che uso per appendere gli abiti. Deve aver scambiato il mio silenzio di decompressione per insicurezza, perché ha subito aggiunto, compiaciuto: “Lo vedi che ho ragione? Non ci sta nessun lui”. Poi si è avvicinato e mi ha dato un buffetto sulla guancia, come si fa con i cani. È in quel momento che ho capito che dire la verità non sarebbe stata la scelta più saggia. 

“Hai ragione” ho risposto, “non c’è nessun lui”. 

“E lo sapevo!” ha esultato. L’ho lasciato godere per un po’ e poi ho aggiunto: 

“È una lei”. 

Ha sgranato gli occhi: “Scusa, non ho capito”.

“È una donna, Carla, la mia migliore amica. Te la ricordi, vero?”

È rimasto impalato, le spalle schiacciate contro il muro, e ha continuato a fissarmi con gli occhi di fuori, a un certo punto sembrava che avesse smesso di respirare. Allora mi sono precipitata ad aprire la finestra, c’era proprio bisogno di far entrare aria. Quando mi sono voltata non c’era più. L’ho cercato in cucina e nel resto della casa, ma niente. Non che avessi tutta questa voglia di trovarlo. E per dirgli cosa, poi? Sono uscita in giardino. Aveva appena smesso di piovere e l’aria s’era rinfrescata: non era nemmeno là, a fumare sotto la tettoia come ogni sera. 

Sono rientrata infreddolita e mi sono rintanata sotto le lenzuola. È stato allora che l’ho vista. Era attaccata al soffitto, grossa, con gli occhi di fuori e la coda lunga tra le zampe: una lucertola così grande non mi era mai capitato di vederla. Chissà da quanto tempo si aggirava indisturbata per la casa, quatta quatta, prima di strisciare fino al soffitto verde acquamarina della camera da letto. 

Non mi faceva paura, mi faceva schifo. Eppure ho continuato a fissarla per un po’ come ipnotizzata. Poi ho tirato le lenzuola fin sopra la testa e sono rimasta immobile: non potevo farci niente.

Ecco dov’era finito mio marito.

Caterina Fiume

Pugliese, Caterina Fiume è laureata in giurisprudenza e lavora nel settore della ricerca e sviluppo. Nel 2022 ha vinto la gara di racconti di Radio1 “Radio 1 Plot Machine” con Momenti di gloria. Nel 2023 si è aggiudicata il Premio Buduàr per il miglior racconto umoristico con Io so che tu sai che io so, nell’ambito del concorso Racconti nella ReteCome equilibristi è il suo romanzo d’esordio(Scatole Parlanti, 2023). Ama i gatti, il mare, i libri e la cioccolata fondente.

Mail: caterinafiume70@gmail.com

Instagram: @caterinafiume.scrittrice

Facebook: Caterina Fiume

Una risposta

  1. Avatar Antoniella Fanelli
    Antoniella Fanelli

    Ho trovato ammirevole la capacità di comunicare una realtà difficile e cruda in modo così efficace. Quel disgusto viscerale della protagonista, quello “schifo” è così potente da agire come una lente distorcente capace di mutare l’uomo con cui si è condivisa l’esistenza in un’entità viscida e ripugnante.

    Complimenti Caterina Fiume!

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