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CREPAPELLE
Paolo Gamerro
Sono sdraiato scomposto sul pavimento della mia stanza perché il letto è completamente occupato dai vestiti di acrilico che non uso più. Non li sposto. Mi piace sapere che sono lì, fermi, come se stessero aspettando una decisione che non arriva. Mastico una gomma rosa che non ha sapore e tra le mani stringo il manico di un coltello che ho comprato al supermercato. Sul comodino, sparpagliati, sono rimasti il tubetto di lubrificante, il pacchetto delle salviette umidificanti e quello dei cerotti; fazzoletti di carta sporchi di sangue, il brick vuoto del succo di frutta.
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Mamma e papà non possono capire. Non sanno chi è, non hanno sentito le sue parole. Non hanno visto la sua faccia deforme da cane realizzata grazie alla cartapesta o a una posticcia computer grafica, non lo hanno sentito ruttare mentre beve la cola e si sbava addosso sulla salopette di jeans lurida; non sanno che ci umilia e ci minaccia, le foto non hanno potuto nemmeno guardarle. È stato lui a dirmelo, prendi un coltello e uccidili tutti. Lui si chiama Crepapelle.
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Prendi un coltello e ammazzali tutti, due istruzioni semplici dal Mondo Sbagliato, il mondo di Crepapelle: quella stanzetta grigia e ipossica, l’aria calda e attufata, i suoi movimenti goffi, il video che lagga e l’immagine sgranata della sua facciona che infesta gli schermi. I denti gialli, storti. Alla Dottoressa Sepe non ho mai raccontato nulla, di lui. Era il nostro tacito accordo, mio e del mostro: del Mondo Sbagliato non si parla.
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Penso spesso alla Dottoressa Sepe, al suo studiolo sull’interstatale, al quarto piano di quel palazzo verde minestrone, e quando penso a lei non penso ai consigli o ai farmaci ma a quella stanza, al fumo violaceo e a volte bluastro della sua e-cig, alla mia mascherina chirurgica azzurrina, alla moquette marrone e alle tapparelle verdine abbassate: era una mia richiesta, non volevo che nessuno mi vedesse, che nessuno ci vedesse. Sudavo freddo, a volte. L’aria unticcia non mi dava fastidio ma mi faceva girare la testa, il volume basso della radio mi calmava vagamente.
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Le parole vanno e vengono. Interruzioni, pause, voci fuori sincrono. Immagini sfocate, si vedono lettere dell’alfabeto, in stampatello, compongono segni di una lingua che non si conosce. In televisione, alcuni giornalisti faranno riferimento a una setta impaurendo le famiglie dei ragazzi. Fatti di sangue, morti violente, suicidi. Parleranno gli inviati dei telegiornali, gli psicologi invitati negli studi televisivi. Come suona vecchia questa parola: televisivo.
Gli streamer intrecceranno le loro live su tutte le piattaforme digitali a ogni ora. I poliziotti faranno domande agli adulti, che non si sono resi conto di niente perché il Mondo Sbagliato esiste soltanto per noi, vive in quella luce azzurrina tenue ma inesauribile.
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Nello studio della Dottoressa Sepe, lui ci guardava respirare. Nel sopore, nella penombra. Ci saranno dei video, di noi, in rete, magari contraffatti, distorti, manomessi; le mie parole corrotte dall’editing, i nostri volti sbiaditi o anneriti del tutto, c’è qualcuno a cui potrebbero interessare quegli scambi? Alla Dottoressa Sepe non mi sono mai sognato di raccontare niente, come avrei potuto, così stordito dai farmaci e terrorizzato dalle minacce. Sono soltanto uno come tanti, le dicevo, è che mi sembra di rovinare l’aria, di contaminarla, con le immagini infette del (e dal) Mondo Sbagliato che tracimano liquide dalla mia testa guasta e infestano il pensiero degli altri. Uscivo dal suo studiolo più consunto e pallido di quando ero entrato. Chi mi ha visto camminare in strada dice che mi muovevo a scatti, circospetto e frastornato, le insegne spente del multisala dismesso avevano un che di minaccioso e ineffabile, correvo verso casa per vomitare la bile sotto il cielo lattiginoso e malsano. Nel cielo nerosmog, galleggiavano fosforescenti le lettere della frase: Gli omicidi perfetti esistono; le luminarie natalizie emanavano senso di morte e odore di piedi non lavati: mi piaceva. Mi è sempre piaciuto muovermi nella città numinosa e illividita, zigzagare paranoico tra le strade strette otturate da macerie e bottiglie di Tennent’s Super rotte. Anche io sono un ragazzo rotto. Ma soprattutto, sono soltanto uno come tanti, elettrizzato dalle bibite cancerogene ed energizzanti.
Crepapelle se la ride e si sbrodola la cola marrone sulla salopette lercia. Mi spia mentre stringo il manico del coltello sporco di sangue tra le dita sudate e gelide della mano che trema. Comunica con me telepaticamente, mi dice: uccidili tutti. O forse qualcos’altro, ma dalla fretta che ho addosso non riesco a pensare lucidamente (lo dicono sempre nei film americani: I can’t think straight).
Mamma e papà non avrebbero mai capito, ci sussurrava Crepapelle con la sua voce distorta. Ma che importa, ormai…
Presto dormiranno anche loro. Dormiranno tutti.
Paolo Gamerro
Paolo Gamerro ha scritto Sbiadire (Augh edizioni, 2017) e Il libro nero dei brutti (Scatole Parlanti edizioni, 2019). Diversi suoi racconti sono stati pubblicati da Verde e altri sono usciti in antologie come Club Silencio (Arcoiris Edizioni, 2023).
Mail: gamerropaolo@yahoo.it


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