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RICHIESTA DI GRAZIA AGLI ANGELI AZZURRI
Roberta Russo Vizzino
Un dedalo di viuzze invase dalla gente. Il sole picchia sui sampietrini lucidi. Odore di fritto e una nebbia sonora di risate. I turisti in vacanza sono acqua, Sarah – tra loro – è una goccia d’olio. La urtano. Le pestano i piedi. Ma lei continua. Risale controcorrente. A guidarla sono soprattutto le piume. Sparse ovunque come briciole per ritrovare la strada di casa. Rotolano leggere verso di lei, segno che il Santuario è vicino. Lo confermano i cartelli con l’effigie di grandi ali azzurre spalancate. Non c’è mai stata prima, ma ne ha sentito parlare. A ogni difficoltà, qualcuno le suggeriva sempre di recarvisi. E ora, finalmente, si è decisa a farlo. Il Santuario è circondato da un’aura di mistica sacralità. La gente, andandoci, cambia volto. Cambia voce. Sale con lunghi ceri bianchi e ne esce col viso rigato di pianto. Ma, in cambio, porta via una speranza. Mentre si aspetta, non è permesso sedersi davanti al Santuario. Per rispetto. Si deve stare in fila. In piedi. Aspettando anche per delle ore sotto la pioggia o il sole cocente. In questo modo si dimostra la tenacia della propria fede. Sarah aspetta a lungo, ma poi esita un istante prima di varcare la soglia. Chiude un bottone in più della camicetta. Alliscia le pieghe della gonna. Controlla di avere in borsa la pergamena con la sua richiesta. Poi prende il cero con la mano destra e il fiammifero con la sinistra. Adesso è pronta. O forse no. Ma con un bel respiro si fa coraggio ed entra. Dietro a un vetro, l’Angelo dello Sportello solleva appena lo sguardo. Sembra annoiato. Indossa la tipica tunica azzurra e ben stirata. Sul petto – altezza cuore – ha appuntato il distintivo con le grandi ali in tinta.
«Salve. Cosa deve fare?»
«Buonasera. Sono venuta per un uomo che mi perseguita. Vorrei che lo faceste smettere».
L’Angelo dello Sportello alza un sopracciglio. Guarda l’orologio. Cerca qualcosa su un terminale di malavoglia.
«Per una grazia di questo tipo, serve l’Angelo del Santuario. Prego, passi oltre. E porti con sé il cero votivo e la pergamena».
Sarah annuisce e prosegue. Varca la prima soglia e attraversa un passaggio stretto. Umido. Pieno di porte chiuse. Riverberante di lamenti. Passo dopo passo, le pareti si fanno più scure, coperte di muschi e di ex voto. Fotografie. Nomi. Lettere. Disegni di bambini. E poi ecco, finalmente: la Grotta del Santuario, tutta annebbiata d’incenso. Al centro dell‘ambiente – delimitato da un cono di luce – c’è un altare ligneo. Dietro, seduto in attesa, ecco l’Angelo del Santuario. Non sorride. Non saluta. Lei gli consegna la pergamena e accende il cero. Lui aspetta che finisca, poi le fa cenno di mettersi sull’inginocchiatoio.
«Prego».
Sarah appoggia le ginocchia sul legno vivo e si rivolge a lui da sotto in su.
«Questa persona mi insulta, mi segue, mi aspetta sotto casa. Ho bisogno del vostro aiuto».
L’Angelo del Santuario srotola la pergamena e legge la sua richiesta, ma sembra distratto. Gioca con la penna. Non la guarda.
«Ah, quindi ti offende e basta?»
Il tono è pacato, ma a questo darle del tu senza chiederlo, Sarah ha un sussulto. Decide di usare lo stesso tono, invece di apostrofare quello di lui. In fondo, è qui per la grazia, non per discutere.
«All’inizio. Ma non credo che sia poco. Tu dici di sì?»
L’Angelo del Santuario alza gli occhi dalla pergamena per un istante e Sarah sente il suo sguardo che la attraversa da parte a parte. D’altronde, è lei che sta in ginocchio. Non sono certo due pari.
«Quindi ti ripete sempre “Troia. Bocchinara. Fammi un bocchino”. Oh, se li sogna i tuoi bocchini, questo!»
«Prego?»
L’Angelo del Santuario piega leggermente la testa da un lato con fare benevolo.
«Dico che sei il suo sogno erotico» ride.
«Il sogno erotico di un molestatore?»
«Ma sì, dai! Io scherzo per sdrammatizzare. E fattela pure tu una risata, che ti fa bene!»
La ragazza stringe il cero acceso e non risponde. L’Angelo rompe il silenzio con un colpo di tosse.
«Va beh. Parliamo degli apprezzamenti sessuali che ti fa quando passi. Sulla pergamena manca qualcosa. Bisogna descriverli bene, se no Dio non li prende in considerazione».
«Vorrei evitare, se possibile. Dio sa tutto e capirà».
«Ma no, poi cade la richiesta di grazia e abbiamo perso tempo. Dobbiamo dire tutto tutto».
Il volto della ragazza avvampa e scotta. Fa segno di no con la testa.
«Fidati, è meglio. Il Tribunale Celeste vuole i dettagli. Per esempio, faceva così?» L’Angelo mima col pugno il gesto di infilare qualcosa in bocca. «O magari così?» Agita il pugno su e giù.
Sarah ha un conato di vomito. Il cero le trema tra le mani.
«Non voglio rispondere. Mi sento male».
«Devi. Se no la grazia non passa».
«Non so farlo».
«Oh cara, qui si deve venire umili, non sculettando con tutte le risposte in tasca, capito? Lo faccio per te. Ma se devo passare per maniaco, lasciamo perdere».
L’Angelo del Santuario sbuffa, ma subito nota qualcosa che attira la sua attenzione.
«Oh, aspetta aspetta. Ma questo è marocchino?»
«Non lo so. Parla italiano e arabo».
«Questo cambia tutto. Scrivo che hai detto “nordafricano”. Tanto sarà di lì».
«Non sono parole mie».
«È un pro-forma. Si scrive così. Piuttosto dimmi, uno così non era meglio se lo mangiavano gli squali prima che arrivasse qua con qualche gommone?»
«No».
«Ah no? Anche se ti dice di fargli i bocchini?»
«Assolutamente no».
L’Angelo ride di nuovo, ma questa volta con un piglio astioso.
«Siete proprio complicate voi donne. Non si capisce mai cosa volete. Uno vi chiede che pensate e dite “a niente”. “Fai come vuoi” bisogna tradurlo in “devi fare come vuole lei”». Parla lentamente e intanto squadra Sarah dalla testa ai piedi. Sembra sgranare un rosario invisibile in cui ogni centimetro di corpo è una parola e ogni parola è un grano che rende sacre solo le sue parole. Una a una diventano preghiere che si avviluppano al corpo minuto di lei, togliendole il respiro. Sui segni del reggiseno attraverso la camicetta chiara. Sulla gonna che si incolla ai fianchi a ogni spiffero della Grotta. «Ma un povero uomo come fa a capire quando volete e quando non volete? Stai a vedere che magari questo pensava di farti contenta».
«Se fossi contenta non sarei qui a chiedere la grazia. Dico solo che il problema per me non è da che paese arriva».
«Mica vorrai dare del razzista a un Angelo?» aveva tuonato, per poi tornare accondiscendente. «Ma dimmi, in questo caso, non sarebbe meglio anche per te se non fosse mai arrivato?»
«No».
«Io direi di sì. Ma poi mi dicono che sono fascista».
«Chissà come mai» Sarah lo scandisce sulle labbra senza suono, ma si crea comunque una bolla di silenzio. Lui si gratta un orecchio. Non sembra essersene accorto.
«Insomma, oggi non ti ha fatto altro?»
«No».
«E che sei venuta a fare?»
«Perché un altro Angelo mi aveva detto che potevate fermarlo».
L’Angelo del Santuario gira delle carte, lento. Lentissimo.
«Il collega si sarà sbagliato. Non c’è nessun procedimento attivo, quindi anche se lo prendiamo non possiamo trattenerlo. Dopotutto mica sei finita in ospedale».
«Dobbiamo aspettare che mi ci mandi?»
Entra l’Angelo Ausiliario. Stringe al petto una pila di pergamene con le richieste di grazia facendone cadere alcune negli anfratti bui della Grotta. Dice: «Ah, ma questo è Jamal! Quello che litiga sempre in oratorio. Un ragazzino. Ora ti facciamo chiedere scusa».
«Con le scuse non si cancellano dieci mesi di umiliazioni. Non si risolve che mi abbia sputato addosso, né che mi abbia aspettata fuori casa con un coltello».
«Finché non ci sono lesioni, purtroppo può andare dove vuole» sospira l’Angelo del Santuario.
«Non si può mettere il braccialetto elettronico?»
«Non sappiamo dove sta per poterglielo mettere» risponde l’Angelo Ausiliario con un’alzata di spalle.
«Ma se dorme fisso accanto a casa mia! Se ci andate adesso lo trovate. È possibile andarci ora?» implora lei.
L’Angelo del Santuario fa il gesto del caffè all’Ausiliario che annuisce e va a prepararlo lasciandoli di nuovo soli.
«E insomma tu che lavoro fai?»
«Non vedo come possa essere rilevante.»
«Va bé… così per curiosità. Ti devi rilassare un po’. Sei troppo rigida. Ti trovo su Instagram?»
Sarah non fa in tempo a rispondere. L’Angelo del Santuario prende i dati dalla carta d’identità, tira fuori un cellulare e inizia scorrere i post con le sue foto.
«Ah però! Guarda qui… E certo che i ragazzi ti si appostano sotto casa!»
Alla fedele, sfugge una domanda che tuona come un’imprecazione.
«Ma perché gli Angeli non fanno corsi di formazione specifici per questo tipo di grazie?»
Tremano le fiamme di tutti i ceri votivi, come in attesa di un uragano. Ma invece lui risponde imperturbabile, con un velo di sufficienza.
«Perché di corsi ne facciamo già abbastanza».
«Le questioni di genere devono avere procedure diverse».
«La violenza di genere non esiste, come non esiste il femminicidio. Esistono solo violenza e omicidio. Ma su questo smetto di essere Angelo e ti rispondo da uomo».
«Si vede».
“Stai calma” pensa Sarah, “altrimenti non ti danno la grazia”. L’Angelo del Santuario le allunga la pergamena spazientito. Il caffè preparato dal collega si sarà fatto freddo nel cucinotto.
«Manca la firma nella parte vuota sotto».
Lei prende la penna. Scrive il suo nome completo. L’Angelo le rivolge un sorriso di scherno.
«Hai una personalità ridondante, eh?» La ragazza sbatte gli occhi scuri confusa. «Hai una grande opinione di te stessa. Si vede da come ti allarghi».
«Cosa?» dice lei ritraendo la penna a mezz’aria.
«Dico che Dio dovrà tenere conto anche di questo».
«Puoi riferirgli che farò il possibile per ridurre la mia presenza in un angolo, alla prossima richiesta di grazia. Ma forse verrò cancellata prima. Così avrete tutta la pergamena per allargarvi voi». Sarah infila il suo cero acceso tra gli altri, nell’enorme schiera infiammata del candelabro votivo. Mentre esce ha l’impressione che l’Angelo si appunti mentalmente dove abbia messo il suo.
La ragazza percorre tutta la strada a ritroso. Gli occhi le bruciano alla luce di fuori. Non sa se per l’abitudine alla penombra della Grotta o il desiderio di rintanarsi a piangere. Passa sullo stesso sentiero di piume. Adesso non sembra più una guida, ma una presa in giro crudele. Un’altra attrazione per i turisti. Eccoli lì, tranquilli. Nei bar e sotto ai monumenti. Loro continuano a ridere. A scattare foto. A falciare i pedoni coi monopattini. A fagocitare enormi gelati. Pizze. Cappuccini. Roma è il loro Luna park. Ogni cosa che sembra fatta per vivere davvero non è che un’altra giostra ben camuffata. Qui ormai è tutto finto: anche i Santuari.
Sarah lo sa che gli Angeli spegneranno il suo cero. Ma non subito. Aspetteranno che si allontani abbastanza. Non si faranno vedere, quando ci soffieranno sopra.

Roberta Russo Vizzino, è nata a Salerno e cresciuta a Villa San Giovanni. Ha vissuto in diverse città, in Italia e all’estero. Attualmente abita a Torino. Dopo una formazione come attrice, ha scelto di privilegiare altri linguaggi espressivi, concentrandosi sulla scrittura e sull’attività di modella d’arte. Ha pubblicato due raccolte di racconti e vari testi, articoli e saggi su riviste e antologie. È laureata in Arti e scienze spettacolo alla Sapienza di Roma.


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