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DOVE TU FINISCI E IO COMINCIO
Gerardo Novi

Era l’ultimo ricordo che Angy aveva di lui.

Quella mattina niente scuola, prima le urla che aumentarono sempre più di potenza. Lei e suo fratello si nascosero sotto il tavolo da pranzo e, dopo un boato che scosse tutta la cucina, vide sua madre accasciata per terra in salotto, la faccia nascosta nell’incavo del braccio, e suo padre che ripeteva, ridendo, che era solo un gioco, mamma faceva solo finta, e continuava a ridere e suo fratello piccolo saltava sul posto, voleva giocare anche lui, eccitato, contento dentro il suo pigiama di Snoopy, ormai troppo piccolo per lui.

Anche lei era eccitata. Si fidava di suo padre.

Poi vide la pistola.

-Cos’hai intenzione di fare?

Davide, suo marito, era preoccupato. Angy, seduta sul sedile del passeggero, guardava in avanti il cancello di ferro chiuso col catenaccio, illuminato dai fanali dell’auto. 

-Te l’ho detto, tu mi accompagni qui, torni in albergo e mi aspetti. È questo il piano. Facile, no?

– È una cazzata-, disse Davide scuotendo la testa, le mani nervosamente appoggiate sul volante.

Quando partì il primo colpo rimase scioccata da com’era caduto bene suo fratello e dal il succo di pomodoro sui vestiti e sulla parete, tutto sembrava così vero. Poi si voltò e notò qualcosa…

Angy girò la testa di scatto verso di lui, riusciva a stento a mettere a fuoco il suo viso.

…negli occhi spalancati di suo padre. 

Gli occhi verdi di lei luccicavano nella penombra come perle. 

Davide, con timore, ne ricambiò lo sguardo. 

Lei sapeva che avrebbe voluto parlarle, essere d’aiuto in qualche modo. Non disse niente. In quel momento le sembrava solo un ragazzino, un bambino non troppo cresciuto. 

Scese dalla macchina, prese pala e torcia dal bagagliaio e batté la mano sul tettuccio.

-Vai!

Partì il secondo colpo, la colpì nello stomaco. Avvertì un’improvvisa e terribile fame d’aria, un fischio intenso che le perforò i timpani. 

Davide abbassò la testa in un gesto di resa. Mise in moto l’auto, inserì la retromarcia, si rimise nella strada deserta e iniziò ad allontanarsi, fino a quando Angy non sentì più il rombo del motore. 

Il suo corpicino cadde per terra con un tonfo secco. Una volta caduta si sentì un altro sparo e poi il tavolino del salotto che si rovesciava e una lampada che cadeva per terra. Poi più nulla. 

Fece un respiro profondo e si girò per guardare l’entrata del cimitero.

Il difficile non fu spaccare con la pala il catenaccio arrugginito, ma il trovare la tomba. Non era più tornata in quel posto da quando, con la fasciatura che le faceva ancora un male cane, gli zii l’avevano portata a vedere quell’unica volta la tomba di sua madre e suo fratello, dopo un funerale sobrio e senza invitati. 

Quando arrivarono i soccorsi lei era riuscita in qualche modo a mettersi seduta. 

Gli infermieri iniziarono subito a prendersi cura di lei, altre figure arrivavano con le barelle e delle lenzuola bianche per coprire ciò che rimaneva della sua famiglia. 

Di quel giorno ricordava solo la rugiada sull’erba appena tagliata e gli sguardi imbarazzati dei suoi parenti che si voltavano costantemente attorno con la paura di essere visti e riconosciuti mentre la spingevano tenendola per le spalline. 

Non sembrava esserci un guardiano, e se c’era probabilmente dormiva o non gli interessava. Cercò di rimettere in moto la sua memoria e dopo un cercare interminabile, la trovò. 

Osservava tutto mentre gli infermieri le mettevano la maschera dell’ossigeno, la luce di una torcia sparata nelle pupille, domande che le venivano rivolte, e tutto quello a cui Angy riusciva a pensare era il pigiama di Snoopy.

Nascosta in un angolo coperto del cimitero, in disparte, per evitare che qualcuno ci posasse l’occhio eccessivamente.

Leonardo D’Achille

1950-1988

La terra era dura, 

Sento le ginocchia cedere. 

per infilare la pala in profondità

Ho voglia di piangere. 

con ogni colpo

Voglio il mio papà. 

le si spezzava il fiato,

Voglio Davide accanto a me. 

ma lei continuava comunque

Voglio che mi accarezzi i capelli, la pelle, la cicatrice.

a scavare,

Voglio dormire con il suo corpo accanto al mio.

come in apnea.

Mamma e papà avranno sicuramente litigato di nuovo. 

 Poi sentì un suono secco, intravide il legno della bara. Tutto si bloccò. La luce della torcia poggiata per terra illuminava la fossa. Si gettò in ginocchio. Tolse gli ultimi strati di terra dal sarcofago di legno consumato, rischiando di spezzarsi le unghie, e poi, usando la pala, riuscì ad aprirlo. 

Si trovò davanti il corpo martoriato, le ossa bianco pallido che sporgevano in più punti, i denti marci, i vestiti lacerati. 

Eri sempre stato uno di quei tipi che si prendono troppo sul serio, mamma te lo faceva notare sempre. Che questa cosa ti irritasse al punto di volerci poi ammazzare tutti per non doverci sentire più? Forse una voce dalla radio ti aveva fatto vedere quanto la società ti sfruttasse silenziosamente, lavoro mal pagato e  famiglia che ti spolpava quest’ultima che rideva di te alle tue spalle, soprattutto i tuoi figli, soprattutto tua figlia, questo è il segnale, brutto coglione, fagliela vedere, falla pagare a tutti, hai tante possibilità fra cui scegliere, coltelli, forbici, strangolarli con le tue stesse mani, così tante scelte, basta che finalmente lo fai, fallo ora, fallo brutto rincoglionito succhiacazzi che non sei altro!, prendi il controllo, prendi la pistola allora, ecco, come sei tenero, va bene lo stesso, premi il grilletto e… 

Un respiro.

Angy ebbe per un attimo il timore che potesse aprire gli occhi. Non lo fece. 

Poi le venne da ridere. Aumentava sempre più di potenza, fino a farle male al petto. 

Può anche darsi poi che fra quelle risate isteriche scivolò fuori una lacrima ma, mentre si piegava più volte in avanti con la pala fracassando la testa a quello stronzo, non se ne accorse nemmeno.

Erano le cinque del mattino, il sole all’orizzonte ancora non si intravedeva. Si fece un lungo tragitto di ritorno a piedi, si liberò della pala e della torcia in un cassonetto dell’immondizia e, ricoperta di terra dalla testa ai piedi, andò in un bar aperto e ordinò un bicchiere di latte caldo. L’anziana barista la guardò di traverso mentre entrava, poi, mettendola a fuoco nella luce debole del locale, la diede un’occhiata spaventata. Ma Angy non ci fece caso, era di ottimo umore. 

Davide era seduto sul lato sinistro del letto, dandole la schiena mentre lei entrava. Sembrava pregasse. Angy, in piedi sulla soglia della stanza in penombra, sentì il desiderio della pelle di lui. Ma prima doleva darsi una ripulita. Senza dire una parola, si tolse tutti i vestiti e, con passo di fantasma, andò in bagno a farsi una doccia. 

Una volta uscita guardò lo specchio coperto dalla condensa, ci passò sopra la mano e scoprì il volto cereo, la cicatrice sullo stomaco che tagliava in due l’ombelico, gli occhi scuri come quelli del padre (la coscienza di questo la fece quasi sobbalzare). 

Non si era mai vista così bella. 

Appena rientrò nella stanza, Davide era in piedi davanti alla finestra, le braccia incrociate. 

-Lo hai fatto?

-Si.

-Ti senti meglio?

-Sì.

Ed era vero, in quel momento. 

Assolutamente vero.

Non durò molto.

Gerardo Novi

Gerardo Novi è nato nel 2000 a Cava de Tirreni (SA) ed è laureato Filologia Moderna alla Federico II di Napoli. Ha pubblicato con Affiori editore una raccolta di poesie di nome “Acqua” e vari racconti e poesie su rivista (Minima&moralia, Calvario, Radura Poetica, L’altrove, Repubblica). 

Mail: sk.foreverbk@gmail.com

Instagram: @gerardo_novi

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