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VENERDÌ APERITIVO
Matteo Orlandi

Elio

“Meglio deportati che giocare a Warhammer” c’è scritto sopra lo sciacquone del cesso. Elio ha aspettato dieci minuti prima che il bagno si liberasse e lo spilungone che è uscito aveva ancora il naso imbrattato di cocaina. Il copione del venerdì a “Il gin sul comò”, il locale più in voga della cittadina, si ripete senza colpi di scena. 

Distratto dalla scritta in stampatello maiuscolo proprio davanti agli occhi Elio finisce col pisciarsi sulle scarpe e impreca a voce così alta che da dietro la porta una voce ovattata lo rassicura dicendo che capita spesso anche a lui di perdere la bamba nel water. Qualcuno ride, qualcun altro grida di muoversi, così Elio si affretta e sfila tra le occhiate febbrili di chi se la vuole morsicare, la serata.

Al bancone la barista con le braccia tatuate e gli occhi di Bambi gli consegna la seconda media. La pelle sudata luccica sotto lampade a penzoloni come bambole di pezza. Gioca con il septum mentre osserva il suo collega preparare gin tonic per un gruppetto di uomini bassi, tarchiati e già belli duri. Elio cerca il suo sguardo, sperando in neanche lui sa che cosa, ma lei è già stata richiesta da altri assetati.

La musica che esce ad alto volume dalle casse del locale è un mix di brani dalle basi e testi tutti uguali. L’aria puzza di Pino Silvestre, ormoni, toast bruciato e Spritz, e dopo due avide sorsate quell’olezzo è così invadente da essere insostenibile. Elio ha la sensazione di sprofondare in un abisso da quanto si sente fuori luogo. Tutta quella smania non lo fa sentire parte di qualcosa, semmai  il rifiuto indigesto; come se la macchina sociale lo avesse masticato e risputato al pari di un bambino che rifiuta le verdure. Con un doppio tap sullo schermo del telefono scopre che Livia è in ritardo e dovrà scolarsi una terza birra per aspettarla senza impazzire. 

Quando esce a scroccare una siga, l’aria calda non è salvifica come aveva sperato, ma almeno gli odori di smog, ganja e tigli sono più sopportabili. I due tizi cinquantenni ai quali ha chiesto da fumare hanno i denti anneriti dal Barbera, che si stanno scolando come fosse acqua fresca, e gli occhi, lucidi e predatori, sono inchiodati sul culo di due ragazze che ballano sollevando al cielo i loro drink annegati nel ghiaccio. Le amiche ridono con il solo scopo di godersi tutta la vita; i due voyeurs ridono perché anche per questa sera non penseranno alla loro gioventù come un ricordo sbiadito.

Mentre Elio fuma con voracità arriva un gruppo di sei o sette viandanti assetati di alcol e quando il capobranco entra e rimane sorpreso che non ci sia posto (“ma ci stringiamo”, “ma facciamo in fretta”) uno dei beta al seguito urla impazzito che è uno schifo e che lui sobrio a cena proprio non ci vuole andare.

Elio, come ogni volta in cui si intrappola in situazioni del genere, si recita in testa la propria lista dei desideri e al primo posto c’è sempre un’altra birra, che non gli risolverà i problemi ma quantomeno non gliene creerà di nuovi; al secondo posto c’è che Livia muova il culo e lo porti via da quella follia collettiva: il terzo e ultimo posto del podio è occupato dalla speranza che quel copione cambi, presto o tardi, ma quella routine sembra aver incastrato lui e Livia allo stesso modo in cui si è incagliata la loro relazione. Tre anni ed eccoli: schiavi dell’aperitivo il venerdì dopo lavoro e della cena il sabato; della serata a casa dei genitori di lei e del giovedì con gli amici e di tanti altri piccoli rami ai quali si aggrappano per l’innominato terrore che traballa sotto i loro piedi come una botola. L’angoscia di un’azione conosciuta e ripetuta è meno spaventosa di gettarsi in qualcosa di ignoto, dopotutto. Forse è per questo che Livia non vuole saperne di andare a convivere… oppure è lui il primo a non volerne sapere e a proporlo inconsciamente senza la minima convinzione?

Così, puntuale come il magone al rientro da una vacanza, a Elio serve la terza birra per provare a riempire quel vuoto che lo sta risucchiando ancora e ancora e ancora, come ogni volta.

Rientra e finalmente la barista gli sorride. Ordina una media e uno shot di tequila, che beve per primo. Chi vuole impressionare?

Sui suoi occhi cala un sipario di carta velina.

Livia

Aveva detto cinque? O sette? Al diavolo, chissenefrega.

Di gocce nel bicchiere ne ha contate sei e va bene così. La dottoressa le ha garantito, se non miracoli, almeno sollievo e Dio solo sa quanto ne abbia bisogno. Dopo colazione e dopo pranzo un po’ di alprazolam le avrebbe permesso di domare quell’animale impazzito che stava dilaniandole le viscere. A un anno abbondante di terapia con la psicologa si è guadagnata il traguardo benzodiazepine e tutto sommato un traguardo lo è sul serio. Almeno uno, eccheccazzo. Da quando ha compiuto ventinove anni si sente irrequieta come se dovesse scatenarsi una tempesta da un momento all’altro. Forse un altro master potrebbe allontanare la domanda su che cosa vuole fare da grande. Procrastinare ancora una manciata di anni e nascondere, come polvere sotto il tappeto, tutte le aspettative di sua madre, sua nonna, suo zio, ma di certo non le sue. Lei non lo sa cosa desidera. E poi dove sta scritto che si debba per forza desiderare qualcosa? Vorrebbe solo vagare in cerca di un posto nel quale sentirsi a suo agio nel mondo e non ha idea da dove cominciare. Suo padre invece non le chiede niente, indecifrabile e votato al solo lavoro sembra in grado di proseguire per sempre in quel tacito accordo di bonifici e zero domande, assecondando ogni suo capriccio (purché sia studentesco). Se lei poi si sente una cicca masticata sputata su un marciapiede a lui sembra importare poco. La verità è che tutti le hanno sempre detto cosa secondo loro avrebbe dovuto fare, ma mai nessuno le ha chiesto se fosse veramente felice, in quel che faceva.

Quando poi si mette in rapporto con le sue amiche, non parliamone! Sembrano tutte sul pezzo come se stessero percorrendo la strada che fin da bambine spettava loro. Ludo che dopo economia sta spaccando il culo a tutti e macina più soldi di quanto probabilmente ne spenderà; Rebe che è andata a Fuerte a vivere di OnlyFans e mega feste in mega ville; Eva, che ha sempre sognato fare l’infermiera, e con quel fidanzato che s’è scelta la fa pure quando non sta in ospedale. E lei? Più si paragona agli altri più si sente infantile e inadeguata, e ciononostante la smania del confronto è insaziabile, come una pura forma di tossicodipendenza.

Per forza che quella banale routine dell’aperitivo del venerdì con Elio diventa fondamentale; rappresenta un posto sicuro durante una tormenta. 

Elio… 

Trentatré anni e continua a spingere perché vadano a convivere. Come faccia a trattare l’argomento con tutta quella leggerezza lo sa solo lui. Più guarda i suoi genitori e più Livia vede la convivenza come una sorta di limbo tra la vita e la morte; lo spauracchio di finire a sopportarsi alla stregua di stanchi e rassegnati coinquilini, per il bene di vai a sapere che, è senza dubbio un pretesto per portarle a venti, le goccine. 

Intanto il tempo passa, i minuti di ritardo si accumulano e di infighettarsi Livia non ne ha manco per le palle. Dopo una rapida ricognizione visiva dell’armadio sceglie di seguire il suo mood e puntare sulla comodità; sarà la magia degli ansiolitici o lo scazzo, ma un paio di jeans e un maglione comodo sono più che perfetti.

Si guarda allo specchio e nota che i suoi occhi sono ancora di quel bel verde acceso di quando non pensava che crescere significasse tormentarsi sul futuro. È tutto dentro di lei eppure è così invadente che sembra uscire da ogni poro.

Un respiro profondo dal naso e la mano sulla maniglia.

Si va in scena.

Ste

Avrebbe dovuto sentirsi felice e allora cos’è quella melma nella quale sta affondando? 

È al bar con il solito gruppetto di scappati da casa e a una certa lo chiama Eva che non sta più nella pelle, che voleva dirglielo di persona, che però non ce la fa ad aspettare e insomma gli vomita addosso che è incinta. La voce della sua ragazza gracchia da un altoparlante che funziona pure male perché il telefono l’ha raccolto più da terra che dalla tasca. E niente, a Ste viene solo voglia di farsi una raglia che ha bisogno di tirarsi su, visto che ora come ora si sente di merda. Il cesso del bar è piccolo e puzza di vomito. Si chiude con il chiavistello tutto ruggine, piglia il telefono da una tasca e una bustina dall’altra; lo schermo pieno di crepe gli rivolge uno sguardo che non riconosce. Lo copre con due vermi bianchi e poi se li spara su per il naso con una banconota da cinque euro fatta su alla bell’e meglio.

Adesso si comincia a ragionare.

Quando esce c’è un cretino che lo fissa manco avesse ancora il naso sporco, problemi suoi. Lui si sente già il re del mondo come fosse bastato il solo gesto a farlo già sentire sopra una lettiga, trasportato a festa da dopamina e serotonina. Torna al tavolo e offre vodka tonic a tutto il gruppo, ma non per festeggiare. Non è in vena di far festa, almeno finché alcool e coca si mischieranno così tanto da scatenargli un’euforia fuori controllo. In questo momento pensa solo alla schiena di Eva che si inarca sotto il peso di una pancia nella quale crescerà un essere umano al quale insegnare cosa? Del quale prendersi cura. Lui, poi, che a fatica si sente responsabile della propria colazione. Figuriamoci esserlo di un’altra vita. Con Eva, oltretutto, che mannaggia a lei stava dando di matto con ‘sta storia della maternità; “o mi metti incinta o me ne vado” gli aveva detto durante l’ennesimo litigio. Pazza egoista. Come faceva a non capire i suoi timori? 

Quella botta sicuro era tagliata male perché in fondo alla lingua sente già formarsi un grumo amaro e nauseante che deve affogare in un altro drink, poi un altro e un altro ancora.

Finché la lettiga si mette finalmente in viaggio. Eva e il suo pancione del cazzo sono un pensiero lontano come l’infanzia e con i due disperati dei suoi amici stanno cantando Maledetta primavera fuori dal locale. Le vene del collo gonfie che pompano sangue al cervello in piena attività; mille pensieri che svaniscono in un vivido senso di onnipotenza. 

Una coppia sta litigando poco lontano da loro, delle ragazze si sono unite al coro, alcuni uomini e donne più avanti con l’età li guardano come se fossero lebbrosi, ma a Ste non frega un beneamato cazzo di niente. Potrebbe essere pure la sua ultima notte sulla terra, per quanto ne sa, e di sicuro non si crogiolerà nella paura o nella vergogna. 

Il locale sta chiudendo e il loro aperitivo ormai è una serata in piena regola. Ste fa salire tutti sulla Golf GTI e parte sgommando verso il pub in zona industriale per continuare a soffocare quel cazzo di rumore che gli fa vibrare le viscere come un treno ad alta velocità. Alza la musica alla radio e canta Perdere l’amore urlando così forte che la gola sembra inondarsi di sangue, ma quel dolore lo tiene ancorato alla realtà. I due amici gli chiedono se si senta di guidare, ma lui manco li sente; è già in quarta quando fa un pelo a due ragazzi sul monopattino elettrico sbucati da un vicolo. Ste urla, sbava e grida insulti biascicando al punto da intimorire i due amici che vorrebbero si fermasse, ma lui riesce a guidare. Devono stare tranquilli e godersi la cazzo di serata che lui ha tutto sotto controllo. 

Lasciate alle spalle le luci gialle della piazza supera sulla destra un coglione con il retronebbia acceso dietro e brucia un semaforo da lungo fermo sull’arancione. Ste ha la sua vita in pugno e nulla può portargliela via, nemmeno quelle luci blu che adesso si agitano come una folla impazzita alle sue spalle, con quel suono a intermittenza così fastidioso e al contempo così attraente. Si sente come Ulisse; anzi, lui è meglio di Ulisse e non cederà a quel cantico del cazzo. Uno dei due pupazzi in macchina vuole gettare gli ultimi grammi dal finestrino, stupido idiota, ma Ste glielo impedisce e affonda le narici direttamente nell’involucro Cuki; ha bisogno di un po’ di carica aggiuntiva per insegnare a quei rammolliti in divisa come si guida.

Poi uno stridio. Il volante che prova a scappare prima a destra, poi a sinistra e ancora a destra. Le sue mani veloci ma non abbastanza. Uno schianto. Vetri rotti. Tutto si mescola in qualcosa che non sa spiegarsi.

C’è un sipario, forse, che si sta muovendo da qualche parte, ma lui se ne frega perché diventerà padre.

Eva

Pensare che la Virgi l’aveva invitata a fare aperitivo. Il sacro appuntamento del venerdì, imperdibile come un controllo ginecologico. Eppure lei aveva declinato accollandosi le lagne dell’amica, distaccando il telefono dall’orecchio e strabuzzando gli occhi a ogni vocale acuta che usciva dagli altoparlanti. 

Anche perché era il terzo pezzo di plastica sul quale pisciava e non potevano sbagliarsi tutti, no? 

Quel “+” la fissava al pari di un viscido che attacca a provarci dopo l’ennesimo calice di vino e lei non sapeva come sentirsi. Aveva chiamato Ste perché si era fatta sopraffare da un’euforia crescente come un’onda anomala e da lui cosa aveva ottenuto? Niente, come da copione. Avrebbe dovuto mandarlo affanculo da ormai non ricordava nemmeno più quanto tempo; era arrivata lì lì un’infinità di volte e poi finiva sempre col farsi sopraffare da quella immotivata certezza di poterlo aiutare, in qualche modo; non era un caso disperato, dopotutto. Non aveva vere dipendenze, almeno così lui sosteneva. Gli piaceva divertirsi ma aveva tutto sotto controllo, anche se quelle serate diventavano sempre più frequenti e lo trasformavano in una persona così spaventosa che lei non sapeva davvero più cosa fare. Sua madre glielo ripeteva in continuazione che quel melenso istinto da infermierina l’avrebbe condotta in un tunnel di insoddisfazione e sofferenza e, indovina un po’?, quella stronza aveva pure ragione. 

Sente montarle una nausea così violenta da scavarle gli occhi. Sarà solo una stupida suggestione. O forse è il pacco di Gocciole che ha divorato a merenda dopo che il primo test le aveva comunicato di essere sulla via per diventare madre? Che genere di madre sarebbe stata, si chiede. Lei che ha sperato, più volte di quante voglia ammettere, che la sua sparisse, di madre. Poco sarebbe importato il come: divorata dagli alligatori, rapita da un gruppo di estremisti religiosi, inghiottita da un buco nero formatosi per magia nel salotto di casa. Donna arida ed egoista aveva sposato un uomo senza mai averlo amato nemmeno per sbaglio, ma avendo amato (e anche parecchio) i suoi soldi. Le varie e successive frustrazioni della sua vita le aveva poi scaraventate, come un esausto Atlante, sulle spalle dell’unica figlia nata, ovvero la nostra Eva, che adesso si sta chiedendo se non sia una roba tipo genetica, quella di essere stronze egoiste. Si rivelerà anche lei una pessima madre? No. Lei ha sempre desiderato diventare genitore e ha perso pure il conto delle volte in cui ha provato a spiegarlo a Ste, nonostante lui prestasse più attenzione alla scelta delle armi a Call of duty che ai suoi discorsi. 

No. Lei farà di tutto per essere una madre migliore; una di quelle che hanno sempre una soluzione intelligente, che sanno ascoltare, capire e che vanno in vacanza con i propri figli e dei quali i figli si fidano, ai quali chiedono consigli. Ecco il tipo di madre che vuole essere. 

Il punto ora è: vuole che Ste sia al suo fianco in tutto questo? Lo crede davvero pronto? Se solo rispondesse, quello stupido. Ha bisogno di parlare con lui, ma la verità è che non avrebbe dovuto dirgli della gravidanza per telefono, così. Forse è stata avventata, dominata dalla foga come quando senti la necessità di condividere una bella notizia. Forse Ste ha solo bisogno di lasciare che la novità lo attraversi e metabolizzarla. È vero. Ha solo bisogno del suo tempo e poi le dirà che andrà tutto bene e che insieme saranno due ottimi genitori, come lei sogna da sempre. Il suo riscatto. 

Persa in tutti i suoi pensieri come Dorothy a Oz si accorge di essersi versata, senza nemmeno farci caso, un calice di vino. Lo osserva come se si fosse trasformato in Pietro Pacciani e, travolta da un senso di colpa straripante, rovescia nel lavandino prima il calice, poi la bottiglia. Resta qualche secondo con le mani appoggiate al bancone della cucina, con l’odore di Arneis che sale dallo scarico e lì la nausea si fa incontrollabile, A fatica caracolla fino alla tazza e ci affonda la faccia, rigettando le viscere in conati violenti e rumorosi. 

Una volta che la nausea le concede una tregua ha gli occhi gonfi e sembra che qualcuno li abbia staccati per poi appoggiarli solo alle orbite. Ha pianto, ha i capelli appiccicati alla fronte e il naso che cola. Si lava la faccia e si spaventa quando incrocia il suo sguardo nello specchio. D’istinto vuole chiamare ancora Ste e nota che il suo telefono sta già vibrando. A chiamarla è un numero fisso che lei non ha in memoria e non riconosce e sulle prime pensa addirittura di non rispondere. Poi, come punzecchiata da un pensiero lontano anni luce, pigia l’icona della cornetta verde e non dice niente perché, in fondo in fondo, sa che dovrà solo ascoltare.

Cosimo

È tardi. La luna sorride come lo Stregatto e le stelle sembrano una serie di nei su una schiena. Le allodole intonano un canto alla brezza, che smuove le foglie degli alberi accaldati dall’asfalto. “Il gin sul comò” ha la serranda abbassata e non è stato semplice pulire l’ingresso dalle foglie, dai mozziconi di sigarette, dalle iqos e dai bicchieri abbandonati in giro come cani durante le vacanze. Il mestiere peggiore è stato gettare tre secchiate di acqua bollente sulla chiazza di sbocco rossastro dietro il dehors; anche se pure pulire il cesso non si era rivelata una passeggiata di gioia. Ogni venerdì la narrazione si ripete.

Cosimo adesso è sul divano del suo monolocale. Ha chiesto alla sua collega, Karen, di bersi una cosa da lui a fine turno, ma lei ha con garbo declinato l’invito. Stesso lavoro, stesse insoddisfazioni, stessa paga; la sola cosa a cambiare sono i suoi anni e basta. 

Non può fare a meno di pensare a quella coppia che, secondo lui, è finita col lasciarsi, da tanto che stavano litigando; lui continuava a chiamarla per nome, Livia di qua, Livia di là, e lei sembrava così esasperata da non avere più la forza di ribattere; poi c’era quel pazzo che ha pippato e bevuto così tanto da schiantarsi in macchina a neanche cento metri dal locale; aveva pure due persone con lui…

Pazzesco, si dice. Sembra che l’essere umano cerchi in continuazione di stordirsi per non ascoltare il rumore che ha dentro, ma questa ottusa ricerca di alleggerimento porta a rendere quel  frastuono più assordante.

Cosimo sorride. Non sarà di certo lui a cercare un senso in tutto ciò. Forse, è parte del fascino della vita, no? Che la sua entropia la renda così chiassosa. Il silenzio, dopotutto, diventa più opprimente del peggiore dei rumori. 

Accende la tivù. Sceglie su Netflix un film che ha già visto e si rolla una canna. Per lui la giornata è conclusa. Domani, si vedrà che fare.

Matteo Orlandi

Matteo è un sognatore a occhi aperti perché quelli a occhi chiusi non li ricorda mai. Ama il cinema, fa il barista, legge un sacco, fa il libraio e continua a scrivere perché tutti gli aneddoti a cui ha assistito sarebbe un peccato sprecarli.

Mail: o.matteo19@libero.it

Instagram: @teo_o91

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