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UNA VITA A RATE
Guido Castellozzi

Il 24 dicembre 2030, Astolfo Turbato se ne stava sdraiato nella sua camera da letto vicino a quella che da lì a poco sarebbe diventata la sua futura ex moglie, Bernarda Maia, una donna con più sangue bergamasco nelle vene che cervello in testa. Le due figlie, Zucchina e Peperonia, crescevano. Il mutuo anche. Ogni rata, infatti, non si sa bene perché, aumentava sempre più il debito globale invece che diminuirlo. Eppure, nonostante il conto perennemente in rosso, i Turbato avevano un cane, due gatti, il frigorifero pieno zeppo di cibo dell’Esselunga, gli armadi strabordanti di vestiti acquistati all’Oriocenter coi saldi, quattro iPhone super extreme plus plus – uno per ciascun Turbato – comprati col finanziamento e collegati alla ciabatta elettrica sotto la televisione nuova, una Samsung da cinquantacinque pollici presa anche quella a rate e appesa nel salotto, acquistato (sempre a rate) all’Ikea,  dove nel giro di qualche minuto sarebbero scattati peggio di una molla quando il tizio del Just Eat avrebbe citofonato per consegnare il sushi, stavolta pagato non a rate ma dal loro conto che tendeva asintoticamente verso lo zero: un mese duecento, l’altro ventidue, quello dopo dieci, quello dopo ancora tre euro di giacenza media; insomma, i Turbato facevano i signori la prima settimana dello stipendio e sopravvivevano da disperati, ma dico proprio disperati, l’ultima, anche se tutti loro continuavano a ripetere, forse per autoconvincersi, «non ci manca nulla, siam contenti così.»

Avevano aspettato dicembre con trepidante attesa, soprattutto Bernarda, così poteva sbattere la tredicesima sul tavolo e dimostrare al marito che anche lei, nel suo piccolo, era in grado di portare un degno contributo economico alla famiglia. Bernarda lavorava al Lidl, dunque il bonus natalizio si aggirava intorno ai novecento euro, poco più del reddito di cittadinanza che alcune delle sue vicine di casa percepivano senza alzare un dito. 

Lei, al contrario, le dita le muoveva tutte per stoccare la cibaglia in scatola sugli scaffali del supermercato. Non stava ferma un attimo, né al lavoro né a casa, era il cuore, il braccio, il pilastro, lo spirito, ma anche la mente pulsante della famiglia. La sveglia alle cinque, le ragazze a scuola, poi svelta al Lidl alle prese con le scatolette di tonno e di piselli, alle due di corsa a casa, lavatrici e asciugatrici e un pacchetto di cracker trangugiato in piedi tra una commissione e l’altra. Di nuovo a scuola a recuperare le figlie, Zucchina alla pallavolo i giorni dispari e Peperonia a danza quelli pari, ancora a casa a preparare la cena, doccia svelta e poi a letto. Mamma felice, famiglia felice, così dicono. 

Astolfo Turbato di dita ne aveva dieci, come tutti, ma non muoveva mezza unghia neanche per pulirsi il sedere. Le sue uniche passioni erano il calcio, la birra, mangiare le Pringles sul divano e, ma solo se non si dava malato, andare giù alla Freni-Brembo a lavorare, primo secondo e notte, sabato e domenica, reparto filettatura a pettine, macchinario ZT300, che in termini metalmeccanici significava operaio base di terza categoria, in termini generici era sinonimo di fallimento, in termini di economia domestica equivaleva a mille e cinquecento euro scarse scarse da qui all’eternità, forse. 

Ovviamente i due, come tutte le coppie con figli, o come tutte le coppie in generale dopo tanti anni assieme, non si amavano per nulla. Si erano fidanzati da ragazzi e poi l’abitudine aveva fatto il resto. Lui in cuor suo odiava lei, e la odiava perché ogni giorno Bernarda diventava sempre più inguardabile. E anche lei odiava lui, non tanto per quello che Astolfo era, quanto piuttosto per ciò che lui non è mai stato capace di essere. 

Comunque, se si trattava di spendere soldii due diventavano la coppia perfetta. Astolfo non faceva in tempo a dire: «andiamo all’O-», che Bernarda completava la frase al posto suo «-riocenter!», e ancora: «stasera p-» e lei «-izza!». Se buttavano i soldi che non avevano per prendere robe che non servivano, i Turbato riuscivano persino a incastrarsi i genitali e spingere un po’ alla missionaria fino a quando Astolfo crollava esausto sul corpo di Bernarda dopo averle alitato in faccia tutta la birra che si era bevuto, sconsolato dal fatto che la sua pazza Inter aveva perso 2-1 contro lo Schalke 04 in un’amichevole. 

A ogni modo, nonostante i debiti, nonostante i lavori sottopagati di entrambi, nonostante tutto, diciamo che in famiglia si era raggiunto un discreto equilibrio. C’era solo una cosa che continuava a mandarli di matto, un’idea che si era messa in testa Zucchina, la primogenita delle figlie, una ragazzina di quindici anni iscritta al liceo artistico. 

«E se poi non le passa?», chiedeva Astolfo alla moglie. 

«Le passa le passa, vedrai, è solo un periodo», provava Bernarda a tranquillizzarlo, anche se in realtà era più in ansia lei di lui. 

Quella sera, sdraiato sul letto matrimoniale e piazzata qualche ultima scommessina alla Snai per il campionato cinese, Astolfo si addormentò una mezz’oretta. Fu riportato alla realtà dal campanello di casa e dalle abbaiate fuori controllo della cagnetta Margot, la barboncina che gli era toccata in eredità alla morte della suocera insieme alle spese del funerale, mentre Bernarda era in salotto di fronte al rider con la borsa del sushi in mano che aspettava fuori.

«Numero?»

«Centodue.»

«Prego, buon appetito.»

E Zucchina? Nella cameretta c’era solo Peperonia, la sorellina di dieci anni stravaccata sulla sedia da gaming che giocava a Minecraft 3.0 con il pigiama ancora addosso. 

«Sushi!»

«Arrivo.»

«Tua sorella?»

«Boh.»

«Ti ha detto dove andava?»

«No.»

Nessuno sapeva mai niente in quella casa al terzo piano del condominio popolare Le Dune, un complesso modesto, edificato a Chignolo d’Isola grazie all’edilizia convenzionata, che, per quanto facesse schifo, era l’unico bene dei Turbato. Non era stato un buon investimento, ma perlomeno la rata del mutuo, che veniva scalata dal loro conto il due di ogni mese, impediva alla famiglia di sperperare tutti i soldi in shopping squilibrato.

Dopo una decina di minuti a tavola e il sushi quasi finito a esclusione di un piatto di sashimi e della zuppa piccante, qualcosa sferragliò dentro la serratura, la maniglia si abbassò, la porta si aprì e la sagoma di Zucchina apparve in salotto.

«E che robo è quello? Gesù…», sospirò Astolfo appena fu chiaro che la persona in salotto, di Zucchina aveva solo la sagoma e basta; tutto al suo interno era cambiato, i capelli erano rasati e non più lunghi come prima, una tuta enorme copriva il corpo e un po’ di barbetta disegnata le decorava il viso.

Astolfo lo sapeva, lo sapeva che non le sarebbe passata, e regalò alla moglie uno sguardo carico di disprezzo e odio, come se Bernarda fosse complice in tutta questa storia assurda.

Poi la sagoma parlò. Aveva la voce della figlia e per un secondo Astolfo si tranquillizzò, perché la sua bambina, da qualche parte dentro quel coso, c’era ancora.

«Ma’, pa’, io non sono più Zucchina, ma Zucchino.»

Pausa di venti secondi. Forse trenta. 

In casa Turbato tutti avevano smesso di respirare. Tutti tranne Peperonia, che della sorella, Zucchina o Zucchino, non le importava niente. Peperonia pensava solo all’ultimo sashimi che continuava a fissarla seducente dal centro della tavola, ma tuttavia sapeva che quell’istante di silenzio non era il momento migliore per mangiarselo, sia mai d’indispettire i genitori sotto Natale, proprio ora che aveva bisogno di un paio di cuffie nuove per giocare al computer.

Bernarda non riusciva a parlare, fissava prima la figlia e poi Astolfo, che avrebbe tanto voluto sistemare la faccenda con Zucchino come suo padre gli aveva insegnato, cioè a cinghiate sui denti, nel frattempo Peperonia aveva trovato il coraggio di infilarsi in bocca il sashimi. In quel salotto poteva esplodere una bomba da un momento all’altro, ma fortunatamente l’app MyOriocenter iniziò a tempestare di notifiche gli iPhone dei Turbato.

«Approfittate degli sconti speciali nelle ultime due ore prima di Natale. Fuori tutto al cinquanta per cento!»

Astolfo, Bernarda, Peperonia e Zucchino si guardarono con quell’espressione che tutti loro conoscevano bene.

«Andiamo all’O-» chiese il padre, «-riocenter?» completò la madre. 

«Per me è ok.»

«Anche per me.»

«Ottimo, andiamo. Tu vieni vestita così?»

«Sì, vengo vesti-to così», rispose Zucchino.

Scesero le scale in tutta fretta, salirono sulla loro Clio Hybrid noleggiata a lungo termine, attraversarono l’Isola Bergamasca e raggiunsero l’Oriocenter che mancava un’oretta alla chiusura. 

Ingresso verde, parcheggio famiglie, ascensore sul retro, piano primo, zona ristoranti, ecco le insegne tanto care ai Turbato: McDonald’s, Burger King, KFC, Rossopomodoro, Old Wild West, Roadhouse, La Casa del Toast, La Casa della Piadina, i due giropizza all’angolo, senza dimenticare l’UCI Cinema con venti sale e le infinite infilate di negozi d’abbigliamento di cui i Turbato conoscevano a memoria ogni corsia, ogni scaffale, ogni etichetta. Tutto, tutto, tutto.

Qui si divisero in gruppi di due:Astolfo e Peperonia andarono alla ricerca delle nuove cuffie da gaming, prima alla MediaWorld e poi al GameLife; Bernarda e Zucchino provarono invece a scovare delle cinture unisex da abbinare all’abito rosso per il Capodanno imminente. 

I quattro trascorsero del tempo felice, inebetiti dalle luci, dalla musica e dall’odore del centro commerciale. Infine, sperperata gran parte della tredicesima di Bernarda, tornarono al condominio Le Dune più o meno sereni. Alla metamorfosi di Zucchina ci avrebbero pensato l’indomani.

Guido Castellozzi

Guido Castellozzi (1991) abita a Chignolo d’Isola (Bergamo) in una casa con vista campi, cioè niente, ha due figlie e una sola moglie che nel tempo libero lo costringe a lavorare come operaio specializzato per portare a casa la pagnotta. Il massimo titolo accademico ottenuto è un diploma di geometra conseguito a pagamento (voto 63 con lode su 100) e due mezze lauree di cui preferisce non parlare. Le sue più grandi passioni sono le armi da fuoco e il wrestling coi cani, un tempo lo sono state anche la coprofagia e la pornografia, ma oggi non più causa impotenza sessuale non ancora diagnosticata. Ha pubblicato per Degrado, Micorrize, Stanca, Scomoda e, se cercate bene, lo trovate al capitolo dodici dello Sputacchiera nel ruolo di Guido Coprofago. Il suo numero di telefono è finito a pagina 108 di “Il grande mantenuto”.



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