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LUPO DI MARE
Jo Bilvion

Domenica mattina mio fratello Antonio mi ha telefonato sei volte nell’arco di mezz’ora. Una volta in piedi, intorno alle nove, ho sentito tutti gli audio che mi ha mandato dopo non avergli risposto. Ciascuno di loro era di un’intensità diversa.

Mina dove sei? Mina me rispondi? Dove sei? ‘A Mina, me dici dove stracazzo sei?

“Ma che cazzo si urla tuo fratello?”, ha domandato Cecilia raggomitolata sul divano.

“Ma che ne so io? Il solito, probabilmente.”

Sotto l’enorme coperta verde, lei si è mossa appena. “Soldi?”

Ho sospirato e basta. Non c’è poi ‘sto granché da spiegare. Ad Antonio piace giocarsi le bollette con gli amici e poi chiedere i soldi a me, pensa che la mia borsa di studio non si esaurisca mai. Ma se non glieli do, li chiede a mamma e papà: è peggio di una sanguisuga. C’ha trent’anni ma non teme mica di fare ‘sta figura di merda. Cecilia mi ha risposto con un rantolo, poi è sprofondata di nuovo nel sonno.

Aspettando che il caffè salisse, mi sono messa a cercare il portafoglio in giro per la stanza. Non riuscivo a ricordare dove avessi gettato la borsa ieri notte, di ritorno dalla festa più disastrosa della mia vita. Sono tornata più e più volte dove avevo già controllato: non mi importava davvero del portafoglio, volevo soltanto evitare i ricordi della sera prima, seminarli come si fa coi bambini quando iniziano a tartassarti coi loro perché. Dopo un po’ ha suonato il citofono. Ho chiesto Chi è? ma non ha risposto nessuno. Manco due minuti dopo hanno bussato alla porta. Era Antonio.

“Ma come mi hai trovata?”

“Papà ha avuto un infarto.”

Non mi ha neanche guardata, mi ha afferrata per il polso e trascinata lungo le scale. Ho realizzato di aver lasciato il caffè sul fuoco quando ormai eravamo già imbottigliati nel traffico della Via del Mare. È stato tutto così rapido che Cecilia ha continuato a dormire.

“Antò, calmati.”

“Eh, calmati! Calmati! Stocazzo calmati!”

“Non è che si muovono se continui a suonare.”

“Ma sta’ un po’ zitta, manco ce l’hai la patente”, mi ha mostrato il palmo con disprezzo. Gli avrei sputato in faccia se non fosse stato per il suo cellulare, che ha cominciato a squillare in mezzo a noi. “Asia? Asia, me senti? Siete arrivati?… Do’ sta papà?”

Man mano che sua moglie parlava, ho visto il volto di Antonio ammorbidirsi, come se la rabbia e la paura del momento lo avessero di colpo invecchiato di dieci anni. Nel mentre ho scrollato Instagram, TikTok, ricontrollato gli hashtag di tendenza di Twitter. Immobile e impotente, avevo bisogno di vedere gli altri muoversi, di leggere slogan del tipo Prima del mare, vai a votare. Aspettando che si aggiornasse il sito dove controllare l’affluenza alle urne, ha cominciato a battermi forte il cuore. Mi è bastato leggere i primi dati per riavviare la pagina: avevamo ancora tempo.

“Sono arrivati ora al Ricciardi. Lei e mamma sono in sala d’attesa.”

“Bene.”

Breve silenzio.

“Maurizio le sta raggiungendo.”

 “Daje.” Non mi interessa, buondio, non mi interessa.

Un tizio ha ripreso a suonare il clacson e dopo di lui tutte le auto dietro e davanti a noi. Antonio ha bestemmiato tra i denti. “Che fiji de’ na’ migno…”

Ho i nervi a fior di pelle. “E il padre di Asia che dice?”

“Non l’ha ancora visto. Lo ha fatto solo entrare prima come codice rosso.”

“Quindi questo sappiamo: un bel mucchio di niente. Ecco i famosi vantaggi dell’avere il suocero primario.”

“Chiudi la cazzo di bocca, sennò ti mollo qua.”

“Mi faresti un favore.”

Mi ha mostrato di nuovo il palmo, stavolta con più irruenza, ma io non mi sono mossa. Conosco bene mio fratello: crede che il mio rispetto gli spetti di diritto, perché quando sono nata io lui giocava già a calcetto, conosceva le tabelline, usciva vincitore dalle risse tra i suoi amici. Gli era stato insegnato anche a soppesare con gli occhi le sue coetanee, a fare una stima delle loro forme per qualità e quantità. Io lo conosco bene ma lui non sa niente di me.  E come immaginavo si è arreso presto, ha cacciato fuori tutta l’aria dai polmoni e lentamente ha poggiato la fronte contro il volante. “Dio, ti prego, non mio padre.”

“Pensi che ti aiuterà dopo che gli hai dato del porco?”
 “Vedi nun fa’ a me ‘a predica sur rispetto. Io me sto a preoccupà mentre te speri solo che non esce vivo da lì.”

“Sei un bugiardo.”

“Io so’ bugiardo ma te sei ‘na fija demmerda.”

Ho affondato le unghie nel sedile della Opel. Le auto hanno ripreso a muoversi. Accanto a me un uomo guidava una Panda, rossa come il vestito della bambina seduta davanti. Stringeva a sé un orsetto e l’uomo accarezzava a entrambi la testa. Mi sono distratta un attimo e loro non c’erano più, ma per tutto il tragitto ho rosicato. Le cose belle succedono sempre nelle auto altrui.

Il parcheggio dell’ospedale Ricciardi era quasi vuoto. Meglio così, ho pensato scendendo dalla macchina dopo un’interminabile mezz’ora nel traffico. Nessuno avrebbe dovuto vedere mio fratello sbattere la portiera e precipitarsi verso l’ingresso, con me che provo a stargli al passo e lo raggiungo solo quando le guardie gli hanno sbarrato la strada. “Conosco Roncaglione!”, ha urlato con un pugno alzato. “Quello, sì, il primario, m’hai capito, pezzo demmerda? Dovete farmi passare!”

Mentre sbraitava i due uomini in divisa hanno puntato gli occhi su di me. Gli ho detto dell’infarto e ci hanno fatto passare controvoglia. Noi non li abbiamo nemmeno ringraziati. Antonio si è fiondato nell’atrio, io l’ho seguito con due occhiatacce conficcate nelle spalle.

Sui gradini del terzo piano abbiamo riconosciuto i singhiozzi di mamma. Era seduta, accartocciata su se stessa, con le mani sprofondate nel volto. Asia, in piedi davanti a lei, da brava nuora cercava di confortarla, ma più mi avvicinavo e più era evidente che non avesse idea di dove mettere le mani. Ho visto il sollievo illuminarle il volto appena Antonio l’ha scansata per stringere mamma. “Non piangere, ma’. Il Lupo nostro è ‘na roccia.”

Ho trattenuto a fatica la battuta, ma non per fare un favore a lui. Non avevo mai visto mia madre piangere, non così. Ho provato ad avvicinarmi a lei, ma qualcosa mi ha trattenuta accanto ad Asia. Forse è stata la sua voce tremolante che chiamava Antonio: “Luce mia, cuore mio”; forse il suo sguardo affilato su me, con cui ricalcava i solchi lasciati dagli occhi delle guardie. Dal rosso iniettato in quelli di mamma ho capito che non mi avrebbe perdonata per la lite della sera prima.

Fija demmerda.

Pochi minuti dopo le porte dell’ascensore si sono aperte. Maurizio ne è uscito a fatica, strisciando i piedi per terra. L’ho visto prima di tutti, come lui è stato il primo della giornata a chiamarmi per nome. “Madonna, Minù, che disgrazia maledetta…”, ha sussurrato baciandomi la guancia. Ha fatto lo stesso con Asia, che ha ricambiato appena, e io segretamente l’ho odiata, perché non si è mai abituata alle chiazze viola sul viso di Maurizio, tanto meno alle sue dita mozzate. “Che dice tuo padre?”

“È entrato poco fa”, ha risposto lei, gelida. “Presto sapremo.”

“Per ‘ste cose ci vuole tempo, zi’”, ha continuato Antonio, ancora stretto a mamma.

E così siamo rimasti seduti ad aspettare. Loro quattro sulle sedie accanto alla porta 14; io in piedi, accanto alla finestra che dava sul parcheggio. Sono passate due ore e, in attesa che qualcuno si degnasse di parlarci, ho fatto avanti e indietro mendicando un minimo di rete, ma niente, non sono riuscita a contattare neppure quella nomofoba di Cecilia.

“Che stai a fa’, Minù? Te manca er ragazzetto tuo?”, mi ha chiesto Maurizio mentre passavo davanti a loro. Il suo sorriso mi ispirava dolcezza, ma nei suoi occhi gonfi c’era tutta la fatica di una vita.

Ciononostante, gli ho mentito. “Macché, zio. Sto aspettando i voti di un esame.”

Lui ha inclinato la testa. “Me ripeti che stai a fa’ all’università?”

“Ingegneria”, stavolta non ho mentito.

“Anvedi che forza ‘sta ragazza!” Ha sgranato gli occhi. “Sei ‘a degna fija de’ Lupo, tu!”

Antonio mi ha crocifissa con lo sguardo. Sono tornata alla finestra prima che Maurizio lo vedesse e si insospettisse.

Dopo un altro quarto d’ora, la porta della stanza 14 si è aperta con un cigolio che il quartetto ha accolto come i fedeli con le prime note dell’organo. Se fosse apparso l’arcangelo Gabriele al posto di Massimo Roncaglione, non si sarebbero commossi così tanto.

“Dottore!”

“Ciao, Antò”, suocero e genero si sono stretti la mano, Asia si è gettata tra le braccia del padre. “Tuo padre v’ha fatto prendere un colpo, immagino.”

“Che ci dite?”

“Adesso è stabile.”

Antonio ha forzato una risata, ma era così triste da uscirgli di gola come un sospiro. “Vi siamo grati, dottore. Ma grati veramente!”

“È dovere, ci mancherebbe”, Roncaglione ha guardato per un attimo sua figlia, alta e bionda come lui, poi è tornato su mio fratello. “Posso farvi entrare. Vi chiedo solo di fare silenzio, perché ci sono altri pazienti che riposano.”

“Assolutamente”, Antonio gli ha mostrato i palmi in segno di innocenza, annuendo come un devoto alle parole del suo santo. Lo stesso ha fatto Maurizio, che si è baciato le dita monche prima di congiungerle con la mano sana in segno di preghiera. Solo mamma si è limitata a guardarlo. Negherebbe fino alla morte se glielo chiedessi, ma disprezza Roncaglione quanto lui disprezza noi. L’omertà è l’unica cosa che li accomuna.

Così lo hanno seguito fino in fondo alla saletta in fila, silenziosi e obbedienti come cani che, in attesa di essere sfamati dal padrone, tornano composti.

Tornano educati.

“Eccoci, signor Mancini.”

Ci siamo disposti a semicerchio attorno a Lupo. Il suo lettino era in fondo alla stanza, addossato a una parete dove hanno appeso una foto sbiadita di San Camillo. Ogni cosa odorava di disinfettante, persino le tende. Un infermiere stava radunando delle carte alle mie spalle, tutto curvo su una scrivania male illuminata. Aveva gli occhi infossati e la sua testa ricciuta scattava ogni volta che udiva il cigolio di un lettino. Nella stanza, oltre a Lupo, ce n’erano altri quattro: non mi ero accorta di quanto fosse piccola. Mi ha scosso il pianto di mamma alla vista del tubicino attaccato al naso. Mentre gli stringeva le mani, le sue tremavano come fosse dicembre. Singhiozzava talmente forte che un ragazzo si è affacciato dal lettino, con le labbra contratte, per la paura di cosa stava accadendo a pochi metri da lui. Maurizio mormorava Madonna e Gesù a ogni pausa di Roncaglione, che cercava di spiegarci come avevano gestito il ricovero. Solo Antonio è rimasto immobile e zitto per tutto il tempo, non perché si fosse finalmente accorto di aver detto troppo. Lo vedevo con gli occhi fissi sul macchinario che segnava i battiti cardiaci, le sue pupille tremavano: ogni bip poteva essere l’ultimo. Solo io, ferma davanti al lettino, sono rimasta a fissare quel corpo grasso e sospeso, nascosto sotto il lenzuolo turchese. Chiunque l’abbia ricoverato ha lasciato scoperta solo la testa flaccida ma rugosa, con un enorme chiazza viola e pulsante sotto i ricci ingrigiti dal tempo, induriti dalla fatica.

“A’ Mari’, forza, prova a spiegà ar dottore che è successo”, l’ha incoraggiata Maurizio, usando lo stesso tono con cui incitava la me bambina a saltare giù dagli scogli di Ostia. Pochi anni dopo avrebbe perso le dita mentre si trovava a Genova come operaio portuale.

Mamma ha messo su un racconto confuso, che almeno io ho faticato a seguire per colpa delle lacrime, dei sospiri, della bocca slabbrata dalla disperazione. Da quel che sono riuscita a capire – nessuno di noi ha avuto il coraggio di interromperla – Lupo si era alzato alla solita ora per andare alle Poste e fare quattro passi. Una volta tornato, si era messo sul balcone a fumare il sigaro in attesa del pranzo. A un certo punto l’ha sentito urlare, e appena è arrivata lo ha trovato riverso a terra, con una mano oltre le sbarre del parapetto.

“Poi ci ha chiamati e siamo venuti di corsa qui”, è stato l’intervento di Asia, ma il pianto di mamma l’ha subito sovrastata. Mentre Antonio e Maurizio provavano a confortare una donna che chissà quando avrà modo di sfogare i suoi mali con la scusa di un male nuovo, io ho osservato Roncaglione e la figlia fermi davanti a quel trittico pietoso.

“Scusatela, dottore”, ha mormorato Antonio accarezzando i capelli neri e lucidi di mamma.

“Ma no, non si scusi. È un momento complicato.”

“Ma che può essergli successo?”

“Potremo chiarirlo meglio dopo aver effettuato qualche esame.”

“Può essere colpa del lavoro?”, gli ho chiesto di getto.

“Minù, zitta”, ha sibilato Antonio. Grazie al cielo, come le guardie di prima, Roncaglione non lo ha sentito.

“Dietro un infarto possono esserci molte cause.”

“Cioè? Uno sforzo eccessivo del cuore?”

“Be’, sì, anche. Può dipendere anche da un’alimentazione sregolata, colesterolo LDL troppo alto…”, Roncaglione ha continuato a parlarmi, ma mi aveva già detto quello che volevo sapere. Per tutto il resto del suo lungo discorso sulle cause infartanti, mi sono soffermata sulla sua pelle chiara, la barba curata, la cadenza smussata e ben edulcorata. Asia aveva i suoi stessi denti dritti e smaltati e non c’era un filo di polvere sul camice stirato. La sua presenza è bastata a opacizzare chi era dietro di lui: le dita monche di Maurizio, i denti storti della mamma, la polo di Antonio pezzata di sudore. E infine loro due, i capifamiglia, uno sveglio e l’altro dormiente. Roncaglione e Lupo avevano la stessa età, ma non avrebbero potuto essere più diversi di quanto la verticalità di uno e l’orizzontalità dell’altro non rivelassero già. Se gli occhi di Roncaglione incantavano tutti con quel loro bagliore turchese, sotto le palpebre di Lupo pulsavano ancora due tizzoni scuri. Solo a ricordarli, ho trattenuto il fiato. Ecco, ora li apre. Li apre, mi vede qui davanti e mi brucerà. Griderà di essere ancora vivo, riderà di me, delle mie puttanate comuniste. Ma prima di tutto, mi brucerà. Non si lascia impunito un maleficio.

“A proposito”, è stato Roncaglione, il suo modo di parlarmi come avessi dieci anni, a destarmi dai pensieri. “Mi ha detto Asia che ieri hai fatto gli anni. Augurissimi, Mina! Come hai festeggiato?”

Lì dentro si moriva di caldo, eppure ho avuto i brividi. Il dottore mi ha sorriso con gli occhi. Antonio, dietro di lui, mi ci ha trafitto. Maurizio e mamma già non ci guardavano più. Loro erano lì per Lupo, non esisteva altro. Forse non si sono neppure accorti che ho sorpassato Roncaglione a testa bassa, per non guardare in faccia nessuno dei malati addossati in quel lazzaretto improvvisato. Poi ho spinto con forza la porta pensando: “Io devo andarmene da qui.”

Ho ripreso a respirare sulle scale del secondo piano. Dentro una stanza c’era qualcuno che piangeva forte e sono corsa in avanti, perché era troppo simile al pianto di mamma. Scendendo ancora credo di aver spintonato qualcuno, ma non mi sono fermata. Il mio corpo rispondeva solo a quel comando: Esci.

“’Ndo cazzo vai te, scusa?”

Ho cercato di liberarmi, ma la mano di Antonio era salda come ferro attorno alla mia spalla. Lì per lì non è stata la paura a bloccarmi, non ho mai avuto paura di mio fratello, ma la speranza che qualcuno, chiunque stesse salendo o scendendo le scale in quel momento – parenti medici infermieri chiunque – si fermasse e vedesse, capisse.

Gli ho intimato di lasciarmi, a bassa voce. “Lasciami, devo uscire.”

Lui ha stretto più forte. “Il dottore stava parlando e come sempre ci fai fare solo figure di merda.”

“Antò, basta, sei ridicolo.”

“Ma se po’ sape’ che cazzo c’hai contro ‘a famiglia tua, Mi’?”

“Devo rispondere al telefono, Antò. Smettila, la gente si affaccia.”

“A chi rispondi? A quei quattro comunisti del cazzo con cui te la fai? Che te pensi che so’ mejo de’ noi perché fate La Sapienza?” 

“Parli a vanvera, lo vedi? Sempre a vanvera parli!”

“Non parlo più a vanvera se te ricordo che la retta te la paga papà, eh?”

“E a te il matrimonio? Te lo sei pagato da solo?”, ho visto nei suoi occhi un istante di cedimento. L’ho spinto via e ho indietreggiato. Avevo tutta la spalla rossa.

“Sei ‘na vergogna, Mi’”, ha sentenziato, quando ha deciso che il mio silenzio non gli piaceva più. “E a proposito, dopo quello che hai fatto ieri, potevo pure non venire a pijarte a casa dell’amica tua. E invece t’ho cercata, t’ho portata fin qua. E te così ricambi”, ha inspirato forte dal naso, i muscoli del collo tutti tesi. “Se oggi muore, Mi’…”, un’altra pausa, un’altra lama che stava affilando. “M’auguro che i sensi di colpa te sdrumino le ossa.”

“Addirittura”, ho allargato le braccia. 

“Nun te pesa manco ‘n po’aver augurato a papà de morì. Nun te pesa vederlo qua oggi. Nemmeno de’ mamma non te ne fotte? E Maurizio?”

“A me pesate tutti quanti, Antò. Ma a me di Lupo non me ne fotte niente.”

Lo schiaffo che mi ha tirato subito dopo non mi ha ferito. È stato il suo sguardo dopo esserci entrambi resi conto che era esattamente quello che voleva farmi. Il suo palmo mi ha raggiunta in un attimo, rimandandomi giù in gola le parole. Poco dopo, accovacciata sul marciapiede, avrei sentito la guancia ancora formicolante sotto le dita. Solo allora mi sono accorta pure di avere perso un orecchino, e che non l’avrei mai più riavuto, perché in quell’ospedale non ci avrei rimesso piede neppure ricoverata. Privata così del mio quotidiano giochino di ferro, ho cominciato a stringere tra le dita il lobo. Tira, lascia, riprendi. Tutto ciò di cui avevo bisogno era un po’ d’aria, ma fuori dal Ricciardi non si muoveva neppure una foglia. Il sole spaccava in due il cielo azzurro, il cemento quasi mi ribolliva sotto le gambe. In compenso sul retro del parcheggio prendeva il 5G, in un lampo il mio cellulare è impazzito per le notifiche: 90 messaggi dal gruppo Telegram Affitti studenti Roma. Una ragazza cercava una coinquilina nella zona di San Paolo, 500 euro spese escluse, disponibilità da settembre in poi. Mi sono fatta coraggio e le ho scritto: “Sono interessata”. Non ho neanche guardato le foto allegate all’annuncio: voglio solo andarmene. Nella cascata di tag su Instagram, chiamate perse da tutti i miei amici e i gruppi studenteschi che continuavano a passarsi link e informazioni, c’era solo un messaggio che mi pulsava davanti agli occhi.

Era di Cecilia: Stiamo perdendo. sto referendum non passa me sa. Mi dispiace amo

Ho messo via il telefono, fingendo di non aver mai letto nulla. Sentivo le tempie a fuoco, la profezia di Antonio si stava avverando, di punto in bianco ho sentito il petto appesantirsi. Credo di aver pianto, o forse era solo il trucco che cedeva sotto i raggi feroci del sole. L’unica persona che avrei voluto in quel momento era mio padre. Mio padre che si chiama Alfio Mancini e che deve tutta la sua vita al mare. Non solo perché è nato sessant’anni fa sotto il segno dei Pesci, ma anche perché è un operaio navale e per questo lavoro ha sacrificato tutto. Da giovane ha visto la costa mediterranea, ma non ha mai assaggiato un solo piatto dai buffet infiniti delle crociere, non ha mai toccato una fiche né applaudito a uno spettacolo di cabaret. Mio padre riconosceva le città dalla forma dei porti, dalle targhe delle auto da imbarcare. Non si è mai vergognato di parlare male l’italiano e di non conoscere altre lingue, ma si è sempre vantato di conoscere tutte le canzoni di Mina, la sola altra donna che abbia mai amato oltre a mia madre. A sei anni non capivo il valore dietro al mio nome: non era mai stato usato in nessuna delle mie famiglie, in fondo. Avrei capito dopo, troppo tardi, che Mina per Alfio era quella voce che legava la gente come lui, rintanata sotto l’acqua appresso alle botole delle navi, a chi invece sulle loro teste ci balla, ci scommette, ci mangia, ci fa sesso o festeggia l’anniversario. E sempre troppo tardi avrei capito perché quella cover di Se telefonando di Nek lo irritasse così tanto, anche se io volevo sentirla tutta, ogni volta che passava in radio, quando mi portava a scuola.

Troppo tardi, ho capito. Ma tardi rispetto a cosa, a quando, ancora non so spiegarmelo. Un lato di questa storia mi resterà sempre incomprensibile.

Ancora non so com’è successo che una sera, mentre mamma tagliava le verdure e Antonio era fuori a bere, sono andata ad aprire la porta ad Alfio e mi sono trovata davanti un altro. Un omaccione rabbuiato, che mi ha salutato appena, è entrato in casa mia, nostra, ha guardato il TG in silenzio, proprio come faceva mio padre, e dopo la notizia di un barcone affondato, con tre bambini morti, ha esordito con: “Così imparano a starsi a casa.”

Dov’era andato mio padre?

Prima di allora io, che avevo solo diciotto anni, non avevo mai incontrato Lupo. Lui non mi piaceva, perché d’un tratto si era preso Alfio senza dirmi nemmeno in quale angolo del porto l’avesse gettato. In poco tempo, anche lui ha iniziato a disprezzarmi: mi criticava i vestiti, li riteneva da mignotta e quella volta che mi avevano palpeggiata a Termini si è infuriato con me. Tutto l’affetto dell’infanzia sgualcito in insulti, minacce, promesse violente. E io che ancora non mi rassegno. La cosa peggiore è che nessuno in casa mi appoggia, nessuno mi crede quando dico che papà, se non sta marcendo nel porto, è stato mangiato dai pesci. Sono tutti convinti che quello sia il marito di mamma, l’amico di vita di Maurizio.

“Ma te non lo scocciare sempre”, mi ha detto mamma una sera, stremata dai conflitti di casa. “Statte zitta e tira avanti. Come pensi che faccio io?”

“Ma come fai non a vedere che non è più lui?”

Lucidata l’ultima pentola, ha gettato lo straccio nel lavandino. Solo dopo un po’ ha aggiunto, a voce bassa: “È colpa del lavoro, Minù.”

Ma proprio perché era colpa del lavoro, che li aveva fatti patire così tanto, sarebbero dovuti andare a votare. Ecco cosa ho provato a dire questo a Lupo, ieri sera a cena, pensando al mio Alfio. “Questa riforma è per te”, stavo in piedi di fronte a lui come se le sconfitte passate e la solitudine della mia lotta domestica non mi avessero mai scalfita. Per un attimo, uno solo, ho creduto pure di vincere. Ma lui mi ha liquidata, stanco e irritato: “E basta co’ ‘ste cose Minù, goditi il compleanno, è ‘na cazzata ‘sto referendum.”

Tra me e lui, il fuoco delle candele sulla torta.

“Vedremo quanto è ‘na cazzata, quando un macchinario giù al porto ti ucciderà.”

Lanciato il maleficio, sarei rimasta per sempre una fija demmerda.

A un certo punto credo di aver sentito Antonio ripeterlo. La sua voce rabbiosa era nella brezza debolissima che è scesa da una collina. Si erge oltre il parcheggio bollente del Ricciardi, la punta ricoperta di alberi. Non ho riconosciuto il tipo, ma ho ben distinto le loro ombre accalcate sotto le chiome radiose. Ho sperato che da quel buio sbucasse Alfio Mi sarebbe bastato anche solo sapere che stava bene, che sarebbe rimasto lì rintanato al buio per qualche motivo che non dovevo sapere. Dopo un po’, ho lasciato perdere. Forse Alfio non esiste, non è che un dolce ricordo della me bambina, un rimedio che continuo a  somministrarmi, pur di non accettare di essere sempre stata figlia di Lupo. Così, dopo la speranza, alla vista delle ombre sotto gli alberi, le auto, le nuvole e i ponti, mi ha lambito la paura. Man mano che il sole calerà, ho pensato, tutte le sagome nere si deformeranno, arriveranno a me, a tutti, lasciandoci senza via di fuga.

Non si salveranno neppure i due uomini che mi sono passati davanti, con le chiavi dell’auto in mano, e che non si sono accorti di me:

“A’ Francè, ma chi sono quei bori nel corridoio di cardiologia? Stanno a fa’ un casino pazzesco.”

“Ah sì, è il genero di Roncaglione. E che genero, poi! Massimo se lamenta ‘nbotto.”

“Poraccia Asia, ma come ha fatto a trovarse uno così? Laureata alla Luiss, parla tre lingue, co’ ‘n padre simile proprio nun me spiego da dove abbia pescato ‘sto burino.”

“Me pare che so’ compagni de’ classe, roba de’ liceo. Forse me confondo co’ quello prima. Chi lo sa. A me quello me pare ‘ntossico, e pure la sorella. Giulio sta di turno stamattina, l’ho visto poco fa e m’ha detto che è popo una di quei sorci comunisti che stanno a rompe’ un po’ er cazzo de ‘sti tempi.”

“Che famiglia! Ma poi devi sentì come parlano… ma ce pensi che questi votano pure? A proposito, ma te sei annato a votà per il Referendum o vai oggi?”

“Manco per sogno, Francè! C’ho un turno de’dodici ore oggi, ma che cazzo me ne frega a me, poi, del coso sulla cittadinanza?”

“Ma mica è solo su quello, eh. A me me pare che gli altri so’ sul lavoro, tipo.”

“Ah, il lavoro? Allora, figurati, io sto bene così.”

Jo Bilvion

Jo Blivion è orgogliosamente Scorpione e vive in una città incastonata tra il Vesuvio e il Mediterraneo. Si è laureata in Lettere classiche nel 2025 e ha frequentato il master in Scrittura culturale della Scuola del Tascabile. Ha pubblicato il suo racconto più recente, “La candela”, sulla rivista L’Equivoco (Febbraio 2026). In precedenza ha partecipato a diversi concorsi di scrittura, tra i più rilevanti compaiono il Premio Energheia 2021 (Premio “Miglior racconto da sceneggiare”) e Le città invisibili (2024) indetto dalla Scuola Genius. Sempre nel 2025 ha pubblicato su Topsy Kretts“Cataratta”. Collabora con Letterate Magazine, WeltLit e il Collettivo editoriale InVece.

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