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KARAOKE
Antonio Panico
Il karaoke si svolgeva in un ristorante, nella periferia sud della città. Il ristorante si sviluppava su due piani: uno superiore, con bar, e un altro inferiore, e sotterraneo, dove c’era la sala e il forno per fare le pizze. All’esterno, la nebbia avviluppava i palazzi e dai tunnel della metropolitana uscivano giovanissimi vestiti tutti alla stessa maniera. Era venerdì sera ma non c’erano molte persone. Giusto un tavolo di ragazze, poi due coppie di maschi palestrati e donne con gli zigomi e le labbra rifatte. Nel fondo, non lontano dal forno, una famiglia cenava in silenzio. Era un posto da maranza, nel nord Italia si dice così. Il mio vecchio amico marxista avrebbe detto proletari o sottoproletari.
Andai a quella serata con la mia fidanzata e altri amici. Ci andammo appositamente per il karaoke anche se, di fatto, non riuscivamo a cantare visto che i camerieri ci promettevano di accendere il mixer e portare i microfoni ma, alla fine, non lo facevano mai. Nel frattempo, ordinammo da bere e da mangiare. Sollecitammo i due camerieri che facevano su e giù dal piano superiore, ma non accadeva niente e sul maxischermo, per circa due ore, vedemmo solo videoclip di brani reggaeton. In tutti i video, le donne venivano esibite come trofei e gli artisti agitavano mazzetti di bigliettoni verdi che poi lanciavano da auto sportive in corsa. Erano maranza pure loro. Maranza del nord Italia e dell’America centrale: il mio vecchio amico avrebbe detto proletari di tutti i paesi.
Accesero il mixer e ci portarono i microfoni dopo circa due ore. Cantare insieme agli altri è sempre divertente e necessario se non vuoi che la tua fidanzata sappia che proprio lì, nel bel mezzo di un karaoke, non fai altro che pensare a un tuo vecchio amico marxista. In ogni caso l’attesa ci logorò e dopo circa un’oretta di canzoni andammo tutti via. Tornammo a casa. Parlammo un po’ della serata, la mia fidanzata mi prese in giro perché conoscevo pochissime canzoni. Facemmo l’amore e subito dopo ci addormentammo: eravamo entrambi stanchissimi.
Quella notte, sognai il mio amico marxista.
Ci conoscemmo molti anni prima, quando entrambi frequentavamo le scuole superiori. Io venivo dalla prima cintura e lui dal centro città: era uno di quei militanti che trovavi sempre davanti alle scuole occupate o in prima linea nei cortei. Facemmo amicizia in un’assemblea che si tenne all’università. Eravamo ragazzini e quando l’assemblea terminò andammo a bere una birra. Mi colpì molto quel nostro incontro perché il mio amico, fuori dal contesto politico, non faceva altro che parlare di sesso. Mi fece i nomi e i cognomi di ragazze che studiavano nei migliori licei della città: «Questa me la farei così, quell’altra me la farei così…». Parlò tutto il tempo con questo stile e il canovaccio non cambiò quando ci vedemmo la seconda, la terza e la quarta volta. Nonostante ciò, diventammo buoni amici. Con me parlava sempre di sesso ma quando qualcun altro si aggiungeva alla conversazione virava subito su tematiche politiche e mi istruiva sul che fare nel mio territorio d’origine «un posto fuori dalla storia, senza proletariato né borghesia», disse una volta, dopo avermi raccontato di un’avventura con una sua insegnante. Con il tempo, il mio amico ammorbidì il suo dizionario. I proletari divennero classi meno abbienti, per esempio, e fece carriera in uno di quei partiti che sono sempre al potere. Da diversi anni era assessore in un capoluogo di provincia e quel giorno, il venerdì del karaoke, un amico in comune mi mandò un articolo di giornale con la cronaca del suo arresto per abusi sessuali.
Nel sogno ci trovavamo a casa della professoressa con cui il mio amico millantava di aver avuto un’avventura. Era una marxista pure lei e per diversi anni insegnò nel Liceo che frequentava il mio amico: uno dei più rinomati della città. C’eravamo io, lei e altri tre ragazzi, tra cui il mio amico marxista. Chiacchieravamo in una cucina in stile Almodóvar, con le piastrelle azzurre e le credenze rosso porpora, poi la professoressa andò nella camera da letto e ognuno, a turno, andò a scoparsela. Arrivò il mio turno ma io non volevo andarci o almeno così percepivo nel sogno. Mi diressi comunque verso la camera da letto, aprii la porta e quando fui sopra la professoressa capii che questa era morta.
Mi svegliai subito, ero sudatissimo. Non riuscivo a prendere sonno e a un certo punto la mia fidanzata, allertata dalla mia agitazione, mi accarezzò con le dita la nuca bagnata. Quel gesto mi tranquillizzò e senza rendermene conto presi di nuovo sonno. Appena addormentato, però, rividi gli occhi sbarrati della professoressa: nel breve istante che durò quel secondo segmento di incubo, mi domandai se fosse morta dopo o se gli altri avessero scopato con il suo cadavere. Mi svegliai di nuovo, uscii lentamente dal letto per non dare fastidio e andai vicino alla finestra per prendere un po’ d’aria. Ero sbalordito da ciò che era accaduto nella realtà e da ciò che continuava a elaborare la mia parte irrazionale: cosa avrei visto ancora? Qual era il terzo tempo di quell’incubo?
All’epoca, quando lo conobbi, ero troppo immaturo per trovare in quel giovane marxista un disturbo della personalità. Rimasi addirittura affascinato da lui, da tutte le cose a cui aveva accesso e che io, dalla prima cintura, vedevo appena con il binocolo. Per quanto credessi, demagogicamente, che la carriera politica fosse perfetta per i disonesti, non avrei mai previsto un epilogo così torbido di quella doppiezza che mi mostrò dopo l’assemblea all’università e nel resto dei nostri incontri. In fin dei conti, per me era solo un porco. Uno che, dalla parte più privilegiata della città, si sollazzava a dire cosa avrebbero dovuto fare quelli che vivevano fuori e si accontentavano di piccole gioie, come quelle che si cantano il venerdì sera in un karaoke di periferia.
Antonio Panico
Antonio Panico, napoletano classe 1986. È il fondatore e il direttore di Grande Kalma, rivista letteraria dal 2020. Lavoratore autonomo, si occupa di progettazione in ambito pedagogico, economico e sociale.


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