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LE COSE CHE PIACCIONO
Alberto Bergamini

Non ho mai visto sul serio Rocky, intendo che ho visto solo qualche spezzone qua e là ma credo mai un film intero, però una scena mi è rimasta, che poi vai a capire se c’è davvero o se è uno di quei ricordi che si costruiscono a forza di ricordarli e che non c’entrano niente coi fatti, comunque la scena è quando Rocky dice penso al figlio che se prendi un colpo al mento svieni e non senti più dolore e che negli incontri lui ha desiderato spesso di prendere un colpo al mento così tutto sarebbe diventato nebbia e non avrebbe più sentito dolore, poi però la grinta, il non mollare, l’occhio della tigre, eccetera eccetera.

Quando Luisa è andata via di casa ho stabilito che era il mio colpo al mento senza “poi però”, niente grinta e occhio della tigre, avevo la possibilità di lasciare perdere e l’ho capito perché i discorsi non mi facevano più sentire alle spalle i padroni con le fruste, questa immagine l’ho presa dal Signore degli Anelli, il film dico, la trovavo adatta a me.

Mi piace frequentare prostitute, non c’è cosa che mi piaccia altrettanto perché il sesso è solo con le prostitute, il resto ha assunto sempre più il sapore disgustoso dell’incesto. Fino a quando c’è stata Luisa mi tormentavo col pensiero di quanti soldi avevo speso in prostitute, facevo elaborazioni, mi perseguitava la percentuale di quota capitale del mutuo che avrei potuto tagliare in più se mi fossi contenuto. Continenza, un ideale che ammiravo perché il suo contrario mi sembrava puerile, ma il colpo al mento ha risolto tutto: Luisa non era ancora uscita dal portone che avevo già calcolato quanto dello stipendio potevo spendere in puttane senza compromettere il nucleo ossia l’unica cosa che ho stabilito inviolabile cioè la casa, residuo omaggio alla religione del patrimonio della mia ascendenza.

Guadagnavo bene, quindi non avevo freni: uscivo alle 18 e alle 18 e 20 ero già da una, durante il lavoro consultavo ossessivamente Escort Advisor per scegliere quella da cui sarei andato e l’attesa era una tortura che si sommava alla tortura del lavoro, c’è quella frase, non è forse l’attesa del piacere essa stessa piacere? o qualcosa del genere, la trovo una stronzata senza precedenti perché il piacere è piacere e l’attesa del piacere è attesa del piacere, altrimenti si chiamerebbe piacere, chissà perché tutti provano questo gusto strano nel dire che questo non è questo ma invece è quello, boh. Per me l’attesa del piacere è sempre stata una tortura e l’attesa della giornata lavorativa per fare quello che mi piaceva era come essere arrostito sullo spiedo, inoltre col cervello saturo di seni e culi e vagine e tariffe e prestazioni era difficile lavorare, capivo bene che non sarebbe potuta durare, ma il punto era proprio questo, “durare” era uscito dalla lista dei miei obiettivi.

Infatti nel giro di poco tempo la cosa ha iniziato a notarsi. Non sono mai stato un dipendente modello, i miei limiti sono troppo evidenti, ma riuscivo a essere nella media perché sapevo compensare indolenza e procrastinazione con dedizione e scrupolo. Adesso era più difficile, anche perché insieme alle puttane si era rotto l’argine dei Social, era diventato un movimento compulsivo, quasi un tic, ogni volta che il lavoro richiedeva un minimo di concentrazione aprivo Facebook, Instagram, TikTok e scrollavo, persino Linkedin, il che era paradossale, un giorno ho contato quante volte li ho aperti, compreso WhatsApp: circa 1264 volte. A differenza di Escort Advisor, il piacere era puramente negativo: non occuparmi di quello di cui avrei dovuto occuparmi, questo è piuttosto ovvio, in fondo è così per tutti. La cosa notevole era che avevo perso di vista le ragioni per vedere il fenomeno come un problema. Come ho detto, ho sempre avuto la sensazione di avere alle spalle i padroni con le fruste, dare la colpa ai miei genitori o alle aspettative o alle pressioni sociali o a quello che vi pare sarebbe la cosa più ovvia, ma la verità è che l’unico padrone con la frusta ero io o Super-io o cazzosoio, e all’improvviso, appena Luisa ha chiuso la porta, chiunque fosse non c’era più, quello che restava era una biglia su di un piano inclinato, e la voglia di fare solo le cose che piacciono, nel senso più superficiale possibile.

Com’è ovvio era difficile spiegarlo in questi termini al titolare, è una brava persona e oltre che per l’azienda si diceva preoccupato per me, e gli credo, capiva che il divorzio era un momento difficile e ci stava che mi prendessi il mio tempo, ma allora lo facessi sul serio, mi prendessi un periodo di ferie, anche consistente, e poi tornassi «con la concentrazione di sempre, la tua capacità di mettere le cose al posto giusto», ha detto proprio così, lo ricordo perché l’espressione mi ha colpito: era vero, me ne accorgevo solo ora, il mio forte era sempre stato la capacità di mettere le cose al posto giusto, e assieme mi accorgevo che di quella capacità non restava nemmeno l’ombra. Nel giro di un anno e mezzo il licenziamento si è fatto inevitabile, con genuino dispiacere di tutti, a parte me.

Questo non è un paese complesso per il tipo di persona che stavo diventando dal momento che è sostanzialmente a misura di sfigato perché sviluppato da un popolo di sfigati, quindi bastava attrezzarsi, prebende e paghette non mancano, più complesso era convincermi che era un mio diritto, ma con un po’ di sforzo me la sono cavata. Ottenuto il Reddito Di Cittadinanza era tempo di recuperare la passione per gli alcolici che ero riuscito a contenere anni addietro, spinto dalla paura della disgregazione fisica cioè dalla capofila dei miei padroni con la frusta. Ogni giorno era un trionfo di bourbon e scotch, brandy e amari, ricordo questa canzone:

I had some good old buddy his names is whiskey and wine

hey hey

and for my good old buddy I spent my last dime

hey hey

My wine is good to me it helps me pass the time

and my good old buddy whiskey keeps me warmer than the sunshine

La canticchiavo appoggiato alla finestra col bicchiere in mano e alle spalle la casa in sfacelo, mi rendevo conto che non ero felice solo perché ero molto più in là della felicità: non ricordavo nemmeno in che termini porre il problema della felicità. Siete liberi di compatirmi, ma non so se lo fareste a ragione.

Già da qualche anno avevo rinunciato a vezzi borghesi come luce, riscaldamento e acqua corrente quando mi hanno diagnosticato la cirrosi, il medico a cui è toccato l’onere era costernato, mi ha fatto tenerezza perché era giovane e doveva aver preso sul serio il Giuramento di Ippocrate, l’ho ringraziato per la premura e gli ho chiesto se aveva figli, «sì, due» «Bene, oh father, tell your children not to do what I have done» e ho sorriso. Ci è rimasto perché non si aspettava tanto spirito da uno con meno di un anno di vita, ma in fondo non era niente di tragico, la biglia aveva solo raggiunto la fine del piano.

Sono rientrato che eravamo sotto sera, erano i primi di maggio e si stava benissimo, mi sono sdraiato sul balcone con una bottiglia di Johnnie Walker e mi sono addormentato. Qualche mese dopo aver comprato l’appartamento e esserci trasferiti, io e Luisa dico, avevo realizzato che c’era anche un balcone. Fin lì c’era stato tanto da fare e il balcone era passato in secondo piano, ma la primavera si annunciava e quindi di punto in bianco guardando verso la porta finestra avevo detto «prima o poi dovrò anche occuparmi del balcone». Luisa era scoppiata a ridere e io anche, era stato buffo perché era come se davvero mi fossi accorto all’improvviso di avere un balcone, ci avevamo riso tanto, anche dopo, ogni volta che sul lavoro o a casa ci accorgevamo di un elefante nella stanza ripetevamo la battuta.

Ora il balcone me lo godo molto e ripenso spesso a quella battuta e rido come allora, senza amarezza o rimpianto, con nostalgia serena, direi romantica, spero che Luisa stia bene e sono contento che non sia più qui. D’estate dormo quasi sempre sul balcone, ci ho sistemato un materasso e appena imbrunisce mi ci sdraio. Spesso mi raggiunge questa ragazzina, l’unica che posso ancora permettermi, è bellina e non capisco perché chieda così poco, forse è malata, ma non mi interessa, figuriamoci. Scopiamo e poi lei resta lì, si gira dall’altra parte e si addormenta, io guardo il cielo perché da che mondo è mondo tutti quelli messi come me guardano il cielo perché è facile, sia farlo che dirlo. Una volta da ragazzo, a Milano, sono andato a una mostra su Frida Kahlo, di questo ricordo sono sicuro, non è come la faccenda di Rocky. C’erano un sacco di opere, tutte uguali a dire il vero, e c’erano anche delle frasi, citazioni, mi aveva colpito una in particolare «spero che l’uscita sia allegra e di non tornare mai più», la ricordo chiaramente, chissà se l’ha detta davvero o in questi termini ma non ha molta importanza, va bene comunque perché ne vivo l’esattezza, guardo il cielo nel caldo di luglio, la tipina inizia a russare, sorrido e spero che l’uscita sia allegra, e di non tornare mai più.

Alberto Bergamini

Alberto Bergamini è nato a Reggio Emilia il 2 maggio 1991. Ha studiato Filosofia a Bologna e Milano, è maestro di Italiano L2, ha lavorato come cameriere e attualmente è impiegato. Ha pubblicato racconti sulla rivista Topsy Kretts. I suoi contatti sono:

Mail: albertobergamin.479@gmail.com 

Facebook: Alberto Bergamini 

Instagram: @albertobergamini.479

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